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Un dipendente attraversa la centrale di controllo del terzo reattore di Chernobyl nel 2018
Un dipendente attraversa la centrale di controllo del terzo reattore di Chernobyl nel 2018 -
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REUTERS/Gleb Garanich

Memorie di Chernobyl: i ricordi dei giornalisti di Euronews a 33 anni dal disastro

L'Europa dormiva quando l'esplosione nella centrale nucleare di Chernobyl, nelle prime ore del 26 aprile 1986, causò un incendio che divampò per nove giorni, con conseguenze che si fanno sentire ancora oggi.

L'esplosione, causata da una negligenza durante un test di sicurezza nel reattore numero 4 della centrale atomica, rilasciò una quantità di radiazioni di 50 milioni di curie, l'equivalente di 500 bombe di Hiroshima. Nubi tossiche, cariche di particelle radioattive, arrivarono fino al Canada.

Aprile ha segnato il 33° anniversario del disastro, che continua a trovare ampio spazio nei media di tutto il mondo, grazie anche alla serie televisiva trasmessa nei mesi di maggio e giugno dalla rete americana HBO, in cui vengono raccontate le conseguenze dell'incidente.

Si deve alla serie anche il boom del turismo nella zona del disastro. I tour operator del sito abbandonato e della vicina Prypyat, che ospitava la maggior parte della forza lavoro dello stabilimento e che ora è una città fantasma, hanno registrato un aumento delle prenotazioni fino al 40% da quando la serie è stata trasmessa.

La gestione dell'incidente da parte di Mosca viene vista da molti come la prima crepa nel sistema sovietico che sarebbe crollato cinque anni dopo.

Due operai della centrale furono uccisi all'interno della struttura: uno nell'esplosione e l'altro poco dopo da una dose letale di radiazioni. Nei mesi successivi, 28 tra vigili del fuoco e dipendenti dell'impianto morirono a causa dell'avvelenamento da radiazione (ARS). Delle 134 persone inizialmente ricoverate in ospedale con ARS, 14 sono morte per tumori indotti da radiazioni nei dieci anni successivi.

Le stime sul numero definitivo di morti causate da malattie legate alle radiazioni vanno da 9.000, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, a 90.000, secondo le stime di Greenpeace.

I giornalisti di Euronews provenienti da Ucraina, Russia, Germania, Polonia, Turchia, Iran e Ungheria condividono i loro ricordi dell'incidente.

Natalia Liubchenkova, Kiev, Ucraina (allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina) - 135 km da Chernobyl.

Natalia, nata e cresciuta a Kiev, aveva 18 mesi al momento del disastro di Chernobyl. Nelle settimane seguenti i suoi genitori la mandarono a stare con alcuni amici di famiglia, accompagnata dalla nonna, a Kharkiv, nell'Ucraina orientale, a 610 chilometri dal sito della centrale nucleare.

"Non ho molti ricordi, ovviamente, del disastro vero e proprio, ma nella mia mente resiste quello che è una specie di videoclip. Ricordo una sorta di senso di panico quando stavamo andando alla stazione ferroviaria, sapendo che stavo per andare da un'altra parte".

"Trascorsi i mesi successivi a Kharkiv. È lì che mi hanno mandato i miei genitori quando hanno scoperto che la situazione a Chernobyl avrebbe potuto avere delle conseguenze su di noi. Probabilmente un paio di settimane dopo l'accaduto. Mio padre vide che gli asili venivano evacuati, quindi sapeva che era una cosa seria".

"Inoltre, all'epoca, circolavano voci secondo cui i politici di alto rango stavano mandando via i loro figli e gli aeroporti erano affollati di quei bambini. Se c'è qualcosa da nascondere, si diffonderà comunque, anche se c'è un'enorme macchina propagandistica che sta cercando di nasconderlo alla gente".

"A Kharkiv ho imparato a dire questa frase: 'Dov'è mia madre? Mia madre è a Kiev'. Poi, quando finalmente sono tornata e l'ho rivista, lei mi ha chiesto 'dov'è tua madre?' e io le ho risposto 'mia madre è a Kiev'. È stato un momento difficile per mia madre perché, ovviamente, sembrava che non la riconoscessi".

"Solo crescendo mi sono davvero resa conta della reale portata di quanto avvenuto. Penso che questo sia il motivo per cui non ne abbiamo mai parlato a dovere, non abbiamo mai avuto una spiegazione adeguata di cosa è successo o di quali conseguenze ha avuto sulle persone".

"Abbiamo questa tendenza a trasformare in eroi varie figure della nostra storia, ma non ricordo nessuno che abbia raccontato le storie delle persone che affrontarono il disastro, i cosiddetti 'liquidatori', che misero effettivamente a rischio la loro vita".

Olena Liubchenkova, madre di Natalia

Nella primavera del 1986 Olena aveva 22 anni, lavorava come economista e viveva con il marito e la figlia a Kiev. Nonostante la decisione di mandare sua figlia lontano da Kyiv, Olena racconta di non essersi resa conto dell'effettiva portata del pericolo e delle conseguenze di Chernobyl fino a circa sei mesi dopo il disastro.

"La prima volta che ho sentito parlare della catastrofe di Chernobyl è stato quando mia nonna telefonò per dirci di aver sentito in chiesa che c'era stata un'esplosione alla centrale nucleare. La mia prima reazione fu che era impossibile. Dissi a mia nonna che se ne usciva con una nuova 'fine del mondo' ogni settimana. E a scuola avevamo imparato che l'industria nucleare è molto ben regolamentata".

"Nel giro di un giorno o due, la mia vicina mi idsse che i bambini venivano evacuati da Prypyat [la città più vicina allo stabilimento e sede della maggior parte della sua forza lavoro] e che erano malati. E poi anche gli adulti furono evacuati. Però continuavamo a pensare 'beh, succede a Prypyat, a 130 chilometri di distanza, se ci fossero dei problemi ce lo direbbero'".

"Ricordo i festeggiamenti del primo maggio. Faceva molto caldo, non capitava spesso che il 1° maggio facesse così caldo - più di 25 gradi. Le finestre erano aperte, tutti erano fuori. È stato divertente, nessuno pensava a Chernobyl".

"Il 14 maggio fu evacuato l'asilo che apparteneva alla fabbrica dove lavorava mio marito. Fu allora che riuscì miracolosamente ad ottenere i biglietti del treno, che erano impossibili da acquistare [a causa del numero di persone che cercavano di andarsene], e portò Natalia a Kharkiv da sua nonna".

"Non ero ancora in preda al panico, non avevo capito come le radiazioni possono influire sulla nostra salute. Ero solo molto triste per il fatto che la mia piccola bambina, che era sempre al mio fianco, andasse da qualche parte senza di me. Che avrebbe imparato a parlare senza di me, a tenere i suoi primi libretti senza di me".

Mykola Usaty, padre di Natalia

Mykola aveva 27 anni al momento del disastro, lavorava come ingegnere meccanico in uno stabilimento che produceva utensili.

"Il 26 aprile era una bella giornata di sole. Era un sabato, una giornata di lavoro per me, e la prima volta che ho sentito dell'incidente è stato mentre ero con i miei colleghi della fabbrica. Qualcuno disse: 'Sono passate molte ambulanze che andavano a Chernobyl, probabilmente è successo qualcosa alla centrale nucleare'".

"Ricordo che al nostro impianto fu ordinato di realizzare questi enormi contenitori metallici. Molti. Non capivamo per cosa, ma avevamo le attrezzature necessarie perché si trattava di un impianto industriale. Poi venne fuori perché: quei contenitori venivano riempiti di sabbia che poi veniva gettata dagli elicotteri sul reattore danneggiato, per spegnere il fuoco o contenere le radiazioni".

"Ci venne detto anche di lavare il nostro stabilimento con l'acqua, sia le pareti che i pavimenti, e lo facemmo il più possibile".

"Non avevamo informazioni, quindi c'erano molti pettegolezzi e speculazioni. Verso la metà di maggio la gente cominciò a lasciare massicciamente la città, specialmente le famiglie con bambini piccoli. Tutti cercavano di andarsene, o almeno di mandare via i bambini, perché le fabbriche continuavano a lavorare, Kiev continuava a lavorare come al solito".

REUTERS/Gleb Garanich
Un parco divertimenti nella città abbandonata di Pripyat, vicino a ChernobylREUTERS/Gleb Garanich

Anton Khmelnov, Mosca, Russia (all'epoca Unione Sovietica) - 853 km da Chernobyl

Anton aveva 13 anni al momento del disastro, viveva a Mosca, allora capitale dell'Unione Sovietica. Ricorda di aver fatto battute infantili su Chernobyl, e che suo zio andò a lavorare sulla scena dell'incidente, ma non ha mai raccontato esattamente cosa stesse facendo lì.

"La notizia non ci arrivò subito a causa del modo in cui le informazioni circolavano all'epoca. Non avevamo internet, le notizie arrivavano col contagocce, poco alla volta. In seguito, con una maggiore apertura nella società, siamo venuti a conoscenza di molte più cose".

"Avevamo delle informazioni perché uno dei miei zii era stato mandato con l'obbligo militare a svolgere qualche lavoro legato al disastro. Non eravamo realmente consapevoli di cosa si trattasse, era tutto fatto in relativa segretezza. Sapevamo attraverso i familiari che quel lavoro aveva avuto delle conseguenze su di lui dal punto di vista fisico. Però mio zio è ancora vivo ed è un uomo piuttosto vecchio".

"Essendo noi bambini, per lo più abbiamo scherzato su quello che è successo. E i nostri genitori e i nostri nonni ci dicevano sempre di stare attenti alle piogge acide quando eravamo in giro. Ma i racconti sulle piogge acide esistevano dalla Guerra Fredda. Per noi si trattava solo di un avvertimento in più".

"Chernobyl era percepito come un disastro comune perché l'Unione Sovietica era un paese unito. Il governo portò a Chernobyl persone provenienti da tutte le aree del paese. Ucraini, russi o persone di altre repubbliche. Penso che sia importante dire che è stato un dolore comune. Poi, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, le cose sono cambiate. Ora Chernobyl è in un altro paese. Non è più come avere un disastro nel proprio paese".

Sigrid Ulrich, Monaco di Baviera, Germania (all'epoca Germania Ovest) - 1.800 km da Chernobyl

Sigrid Ulrich viveva a Monaco di Baviera nel 1986, lavorava come giornalista per l'agenzia di stampa tedesca Deutsche Presse-Agentur e aveva 33 anni. Ricorda la confusione di fronte alla reazione tardiva e i timori per la contaminazione degli alimenti.

"Ricordo soprattutto un grande caos perché non ci furono informazioni per, credo, due giorni. L'Unione Sovietica confermò che era successo qualcosa quando in Scandinavia furono eseguiti dei test che mostrarono che c'era stato un incidente da qualche parte, due o tre giorni dopo l'evento. Durante tutto questo tempo ci fu un forte vento proveniente da est che toccò tutti i paesi a ovest di Chernobyl. Ci dissero solo in seguito che non saremmo dovuti uscire e, soprattutto, che non saremmo dovuti uscire sotto la pioggia".

"Ci sentimmo un po' abbandonati. Ci furono segnalazioni di famiglie che, non appena seppero del disastro, caricarono i loro figli su un aereo e se ne andarono in Canada o in un altro posto dove stare per qualche settimana fino a quando la situazione non fosse stata più chiara. Mio cugino mi ha detto che alcuni suoi amici lo hanno fatto".

"Furono buttate via molte verdure. Ancora oggi in questa zona ci sono cinghiali che non si dovrebbero mangiare. Un altro problema era legato al latte e cosa farci. Molto fu immagazzinato in circa 200 vagoni ferroviari, perché era velenoso".

"C'era un ministro dell'ambiente in Baviera che davanti alle telecamere disse che non era pericoloso bere il latte. Quindi si bagnò un dito col latte e lo leccò. Vent'anni dopo ci dissero che si era bagnato un dito, ma ne aveva leccato un altro".

"Chernobyl è un evento simbolo del XX secolo, come il viaggio sulla Luna o l'assassinio di Kennedy. Mia figlia dice che, secondo lei, ha posto fine all'era di Woodstock. Mi dice che sono stata fortunata, che ho potuto vivere per vent'anni l'illusione che qualcosa potesse cambiare su scala mondiale. E che poi è finita, perché ci siamo resi conto che le catastrofi provocate dall'uomo non possono essere controllate. In un certo senso è stato l'inizio di tutti i problemi legati alla tecnologia e al cambiamento climatico, almeno per me lo è stato".

Sebastian Zimmermann, Iserlohn, Germania (all'epoca Germania Ovest) - 1.800 km da Chernobyl

Sebastian aveva quattro anni al tempo del disastro di Chernobyl, viveva con i suoi genitori a Iserlohn, una città vicino a Dortmund. Ricorda gli avvertimenti sul giocare all'aperto e di non aver mangiato verdure per una settimana.

"Avevo quattro anni, quindi non ho ricordi del tempo, i miei genitori mi dissero di non giocare nella sabbiera in giardino, perché la pioggia era piena di radioattività. Poi non avremmo dovuto mangiare funghi, e per la prima settimana, credo, nessuna verdura".

"Non mi hanno spiegato perché, mi hanno solo detto che era pericoloso giocare nella sabbia, che sarebbe stato malsano, che avrei dovuto evitarlo solo per una settimana. Verso gli otto o nove anni ricevetti maggiori informazioni sul perché. E mi resi conto che era stato un bene non giocare nella sabbiera".

"I miei genitori furono informati molto rapidamente. E mio padre era un ingegnere, era interessato alle cose tecniche, quindi gli era molto chiaro cosa fosse successo. In altri paesi, come la Francia o la Germania dell'Est, lo tenevano segreto. Noi avevamo molte informazioni. Si sapeva cosa era successo, non era un segreto. Avevamo informazioni dalla televisione, dalla radio e dai giornali".

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La nuova struttura di contenimento della centrale di Chernobyl nel 2016REUTERS/Gleb Garanich

Thomas Siemienski, Breslavia, Polonia - 1.078km da Chernobyl

Thomas aveva 29 anni nella primavera del 1986, viveva a Breslavia, nella Polonia occidentale, e lavorava come ricercatore in linguistica presso l'università della città. Sebbene la Polonia non facesse parte dell'URSS, il suo governo comunista era considerato uno "stato satellite" sovietico.

"Prima di tutto bisogna dire che nei paesi comunisti i disastri non succedevano. Almeno non ufficialmente. Ma molte persone in Polonia erano a conoscenza del disastro di Chernobyl perché ascoltavano radio straniere come Radio Free Europe o Voice of America. Quindi sapevamo che stava succedendo qualcosa, non esattamente cosa, ma eravamo consapevoli del possibile pericolo che poteva esserci intorno a quel luogo. Ma quando non ci sono informazioni ufficiali chiare, c'è molto spazio per voci, panico o comportamenti strani".

"Mi trovavo nel posto in cui lavoravo all'epoca e vidi una signora con una bottiglietta di iodio. Lo usavamo per disinfettare le ferite. Era un prodotto molto popolare. Non era molto piacevole perché bruciava quando lo si usava per disinfettare una ferita. Vidi questa signora con la bottiglia e pensai: 'Ok, ha bisogno di disinfettare qualcosa'".

"E poi vidi che lo beveva. Fu sorprendente e un po' preoccupante, ma poi qualcuno spiegò che, secondo le voci, si doveva bere iodio perché ti protegge dagli effetti delle radiazioni. Ancora oggi, 33 anni dopo, non so se fosse vero".

Zeki Saatci, Şile, Turchia - 1.445km da Chernobyl

Zeki aveva otto anni al momento del disastro, viveva nella città turca di Şile, vicino a Istanbul, sulla sponda sud-occidentale del Mar Nero, quella opposta all'Ucraina.

"La regione del Mar Nero è nota per la produzione di tè e nocciole. A quei tempi i cibi locali venivano offerti agli alunni delle scuole pubbliche, in particolare le nocciole. Una volta le amavo, sono ancora uno dei miei snack preferiti. Il nostro insegnante ci diceva che "la ragione per cui i bambini del Mar Nero sono più intelligenti è perché mangiano le nocciole". Non ho mai verificato se fosse vero, ma era incoraggiante sentirselo dire".

"Tuttavia, dopo l'incidente di Chernobyl, ci si chiedeva se le nocciole fossero state esposte alle radiazioni. Si diceva che non potevano essere vendute ai paesi europei perché erano state esposte, e per questo motivo venivano distribuite gratuitamente in patria. Da quel momento in poi ricordo di aver visto pacchetti di nocciole non finiti sui banchi di scuola".

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Alcuni visitatori si sottopongo a controlli radiologici dopo aver visitato Chernobyl nel giugno 2019REUTERS/Valentyn Ogirenko

Tuba Altunkaya, Düzce, Turchia - 1.460km da Chernobyl

AncheTuba proviene dalla regione del Mar Nero in Turchia. Aveva sei anni al momento dell'incidente e anche lei ricorda che una delle preoccupazioni degli adulti era che le noccioline distribuite a scuola potessero causare il cancro.

"La maggior parte delle persone credeva che le nocciole e i tè fossero esposti ad alte radiazioni a causa della vicinanza dei loro campi all'Ucraina. Ogni volta che c'è un caso di cancro e qualcuno della regione del Mar Nero perde una persona cara, lo sento dire che è tutto a causa di Chernobyl.

"I casi di cancro sono in aumento a livello globale e i numeri sono più alti rispetto a 20-30 anni fa a causa di una migliore diagnosi, quindi non so se ci sono state indagini sul ruolo di Chernobyl sui casi odierni di cancro. Che sia vero o no, molti miei parenti danno la colpa al disastro per queste morti".

Behnam Masoumi, Teheran, Iran - 3.100 km da Chernobyl

Behnam è originario di Teheran, aveva tre anni al momento dell'incidente di Chernobyl. Nel 1986 l'Iran era in guerra con l'Iraq da sei anni e il cibo veniva razionato con un sistema di coupon, mentre le esportazioni agricole - tra cui riso, frutta e verdura prodotti nella regione del Mar Caspio - crollarono. Chernobyl è ancora oggi oggetto di dibattito per gli iraniani, data la forte alleanza del paese con la Russia (che ha criticato la serie HBO) e il suo contestato programma nucleare.

"L'Iran era in guerra con l'Iraq dal 1980. Ma due anni dopo il disastro di Chernobyl, nel 1988, quando l'Iran accettò il cessate il fuoco e l'economia cominciò a riprendersi dopo otto anni, c'erano molte voci secondo cui i paesi arabi non stavano comprando i prodotti agricoli dell'Iran settentrionale a causa delle preoccupazioni sulla radioattività".

"Negli anni successivi, quando l'Iran riavviò il programma nucleare nella centrale nucleare di Bushehr per produrre elettricità, i leader della Repubblica islamica scelsero di non lavorare al progetto con la Russia, che era il loro più stretto alleato. Il che suggerisce che ci fossero preoccupazioni legate al disastro di Chernobyl. Invece invitarono le imprese giapponesi e tedesche a collaborare con loro su questo progetto, anche se entrambe abbandonarono il progetto dopo un mese".

"Oggi che sono passati tre decenni e che il programma nucleare iraniano è la preoccupazione maggiore dello Stato e del popolo iraniano, non c'è preoccupazione per il caso di Chernobyl. Twitter è vietato in Iran, ma estremamente popolare, tutti utilizzano delle VPN per accedervi: dopo che la serie HBO è stata trasmessa gli utenti iraniani più noti l'hanno liquidata come propaganda americana".

Attila Kert, Pécs, Ungheria - 1.375 km da Chernobyl

All'epoca del disastro di Chernobyl Attila aveva 15 anni e viveva a Pécs, nel sud dell'Ungheria che allora faceva parte del blocco orientale dei paesi comunisti controllati dall'Unione Sovietica.

"Ricordo che quando ne sentimmo parlare per la prima volta, un paio di giorni dopo l'esplosione, un gruppo di studenti più grandi - quelli in procinto di sostenere l'esame di ammissione alla scuola medica - vennero a scuola indossando dei camici verdi e costruirono un enorme teschio fatto di cavoli nel cortile: al mercato venivano venduti al prezzo simbolico di un fiorino, invece dei soliti 20-30, per paura della contaminazione nucleare".

"La radio di stato continuava a dire che non c'era stato un aumento significativo delle radiazioni, che non c'era pericolo. Poi però nelle settimane successive dissero che il livello delle radiazioni stava diminuendo. Mi resi conto che faceva parte della propaganda comunista. Come quando un bambino si fa male e si cerca di calmarlo dicendo: "Oh, non è niente". E un'ora dopo dici: 'Oh, è molto, molto meglio'".