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Una settimana nell'occhio del ciclone, a bordo dell'Aquarius

Una settimana nell'occhio del ciclone, a bordo dell'Aquarius

Una settimana nell'occhio del ciclone, a bordo dell'Aquarius

di Anelise Borges

È strano essere tornati a terra dopo aver trascorso 10 giorni a bordo dell'Aquarius.

È strano non avere il briefing mattutino alle 08:15 con Medici Senza Frontiere e SOS Mediterranee o ascoltare il segnale radio "Aloys, Aloys for Lauren", o correre lungo le strette e ripide scalinate verso il "ponte".

È strano non vedere il mare. Ma, soprattutto, è strano non essere con quelle persone.

Sì, persone.

Non migranti, richiedenti asilo, rifugiati - o come li chiamano alcuni.

So che è difficile per molti vederli in questo modo, ma lasciatemi che vi dia questa notizia: alla fine, sono persone proprio come voi e come me.

Tutte e 630.

Persone con sogni e aspirazioni.

Kenny Karpov/SOS Mediterranee/Handout via Reuter

Persone che vogliono tornare a scuola, trovare l'amore, farsi una famiglia. Aneliti universali... ma virtualmente impossibili da raggiungere se si vive in guerra o in estrema povertà.

Persone come Ali, un ragazzo dalla Sierra Leone con gli occhi luminosi di 16 anni il cui sogno è quello di essere un medico.

O Umram, un 22enne sudanese che canta magnificamente e ha attraversato il deserto sahariano e la Libia prima di rischiare di annegare in mare.

Oppure Nduevlastin, 34 anni, pastore nigeriano che dice che a bordo dell'Aquarius sta portando soluzioni in Europa.

L'Europa ha già molti problemi.

L'economia di tutto il blocco non è più quella di una volta. La disoccupazione è elevata. Il nazionalismo e gli estremismi di vario genere hanno trovato posto nei parlamenti e nei governi.

Le 630 persone salvate dal Mar Mediterraneo lo scorso fine settimana di sicuro non vogliono rimanere invischiate in questo dibattito né tantomeno fare da benzina sul fuoco. Ma molte persone pensano che lo siano.

Kenny Karpov/SOS Mediterranee/Handout via Reuter

Un miracolo

Quello che hanno vissuto le persone che ho incontrato a bordo dell'Aquarius altro non è che un miracolo.

Ho visto 219 persone sopravvivere contro ogni probabilità. Almeno 40 di loro sono cadute in acqua senza giubbotti di salvataggio dopo il naufragio della loro barca. Non riesco ancora a trovare una parola migliore di questa per descrivere tutto ciò.

E sto ancora cercando di capire la portata del lavoro svolto dai team di SOS Mediterranee e MSF.

Finora, quest'anno, quasi 700 persone sono morte o scomparse durante l'insidiosa traversata del Mar Mediterraneo. L'anno scorso sono morte più di 5.000 persone.

È la rotta migratoria più letale del mondo.

Quasi ogni giorno migliaia di uomini e donne disperati rischiano tutto per sfuggire alla violenza e alla povertà. Quasi ogni giorno, altri uomini e altre donne percorrono il mare nel tentativo di aiutare chi cerca una seconda possibilità.

Kenny Karpov/SOS Mediterranee/Handout via Reuter

Nel 2014 l'UE ha sostituito Mare Nostrum - un'operazione di ricerca e salvataggio - con l'operazione Triton - il cui mandato è incentrato sulla protezione delle frontiere europee piuttosto che sulla vita delle persone.

Come risposta, Médecins Sans Frontières, Sea watch, Sea eye, Jugend Rettet, Proactiva-Open arms, Bootvlucth, Save the Children ecc. hanno lanciato le proprie operazioni di ricerca e salvataggio.

A questi gruppi va il merito di aver salvato migliaia di persone dal mare.

Tuttavia, diversi Stati membri dell'UE ritengono che le imbarcazioni umanitarie servano da "fattore di attrazione" per i migranti e inducano di fatto un maggior numero di persone a tentare pericolose traversate marittime.

Da quando l'Italia ha chiuso i suoi porti all'Aquarius, il futuro di queste missioni è incerto.

Non ci sono chiare indicazioni su come funzioneranno d'ora in poi. O anche se potranno fare ritorno nella zona di ricerca al largo della costa libica.

Kenny Karpov/SOS Mediterranee/Handout via Reuter

Un dibattito sui migranti, ma anche sull'umanità

So che le persone hanno opinioni diverse sull'immigrazione. Mi rendo conto che potrebbero aver avuto esperienze diverse al riguardo.

Sappiamo che la migrazione ha avuto un impatto enorme in Europa e che non sempre è stata positiva. Ma vedere questo gruppo di uomini e donne rischiare la vita in mare per difendere il proprio diritto fondamentale di essere vive è stato un bagno d'umiltà.

Quello che è successo questa settimana a bordo dell'Aquarius alla fine si può riassumere così: cercare di evitare la morte e per trovare una possibilità di vita.

Tale diritto fondamentale è ora al centro di un dibattito politico che si svolge a migliaia di chilometri di distanza dalla zona di ricerca e salvataggio.

Il dibattito proseguirà nei giorni, nelle settimane e nei mesi a venire: vedremo se le ONG potranno continuare o meno ad operare nel Mediterraneo.

Kenny Karpov/SOS Mediterranee/Handout via Reuter

Nessuno al momento può predirre se e come la storia dell'Aquarius - e dei suoi giorni in mare - inciderà sulla politiche UE in materia di migrazione.

Quello che è certo è che 630 persone hanno messo in discussione i valori di un intero continente e che la loro storia potrebbe influire sulle modalità in cui altri, come loro, saranno accolti sulla terraferma.