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La crisi migratoria di un'Europa in cerca d'anima

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La crisi migratoria di un'Europa in cerca d'anima

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"Quando, per l'amor di Dio, il Consiglio europeo prenderà una decisione sul problema migratorio e si assumerà la responsabilità, quando?"

Con queste parole martedi il liberale Guy Verhofstadt ha tuonato nel mezzo della plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. Il destino dei 600 migranti bloccati nel Mediterraneo ha costretto l'Europa a fare i conti con la sua coscienza. Abbiamo chiesto all'ex ministro dell'integrazione italiano, l'eurodeputata socialista Cecile Kyenge, che cosa devono fare gli altri paesi europei per aiutare la Spagna, che ha accettato di accogliere la nave carica di migranti.

"La Spagna ha accettato di poter prendersi cura dei migranti, ora è necessario che gli altri Stati membri possano dimostrare che esiste effettivamente una solidarietà tra i diversi paesi. Non ci vuole nulla per poter trasferire le persone in altri Stati membri in Europa".

Ma le misure adottate nel 2016 per ricollocare i migranti hanno dimostrato di essere più un sogno che una realtà.

"No, non c'è solidarietà europea in materia di immigrazione - esclama Philippe Lamberts, copresidente dei Verdi -. È chiaro dal momento che più di 2 anni fa abbiamo deciso di trasferire 160 000 richiedenti asilo dell'Unione europea e che 2 anni dopo ne abbiamo trasferiti solo 30 000. Possiamo constatare che la maggior parte degli Stati membri non adempie ai loro doveri".

Dalla Commissione europea la risposta arriva in cifre, proponendo di stanziare altri 35 miliardi di euro del prossimo bilancio europeo per la gestione delle frontiere.

Ma non basteranno i soldi a risolvere un problema che ha radici profonde, nel'assenza di una vera unione politica europea.