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Juan Pablo Escobar: "Il vero Pablo non è quello di film e serie tv"

E’ il figlio del narcotrafficante più famoso della storia.

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Juan Pablo Escobar: "Il vero Pablo non è quello di film e serie tv"

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E’ il figlio del narcotrafficante più famoso della storia. Dopo la morte del padre nel 1993, Juan Pablo Escobar ha dovuto cambiare identità e lasciare la Colombia. Si è rifiutato di raccogliere l’eredità di Pablo per portare un messaggio di pace e riconciliazione nel mondo. Durante la sua visita a Lione, il figlio del fondatore del cartello di Medellin ha incontrato euronews per raccontare la sua verità sul padre. Un ritratto intimo da cui esce un Pablo Escobar diverso da quello visto in film e serie tv.

Lei ha scelto di restare in silenzio su Pablo Escobar per tanto tempo. Negli ultimi anni ha scritto due libri e ha partecipato ad un documentario su suo padre. Perché ha sentito il bisogno di parlarne ora?
Credo di averne il diritto, in quanto figlio, e anche perché ho accesso ad un grande quantità di informazioni sulla sua vita. Mi sembra che l’immagine di Pablo Escobar sia stata usata per raccontare storie non vere su di lui. Come figlio, spetta a me il compito di raccontare la verità su Pablo Escobar. E non si tratta di una verità di comodo. Al contario, mio padre ne esce male, anche peggio di come viene mostrato nei film e nelle serie televisive.

In molti lo consideravano una specie di Robin Hood, per altri era solo un narcotrafficante senza scrupoli. Ma chi era davvero Pablo Escobar?
La storia di Robin Hood è stata creata dalla stampa. Sono stati i giornali a dargli quel soprannome perché si è occupato di progetti sociali di cui lo lo Stato non si era mai occupato. Ha costruito case, ospedali, scuole e centri sportivi e questo gli ha attirato le simpatie delle classi sociali che si sentivano abbandonate dallo Stato, oltre a garantirgli protezione e impunità per molti anni. La vita di mio padre è piena di paradossi e contraddizioni di questo tipo. Ha costruito centri sportivi per i giovani, in modo che restassero lontani dalle droghe, ma li ha finanziati col narcotraffico.

Nel suo primo libro ringrazia suo padre per averle mostrato il cammino da non seguire nella vita. Che ricordi ha di questo cammino?
La peggiore violenza che si possa immaginare. Neanche Quentin Tarantino avrebbe potuto immaginare la violenza che la mia famiglia e il nostro paese hanno dovuto subire a causa di mio padre.

E come figlio?
Come figlio ho i migliori ricordi di lui come padre e i peggiori per la violenza che ha causato. La sola cosa sui cui sono d’accordo con coloro che hanno scritto di mio padre è l’amore incondizionato che nutriva per la sua famiglia.

Cosa gli rimprovera?
Parlandogli faccia a faccia gli ho detto migliaia di volte che non mi piacevano le bombe, i sequestri e gli omicidi, perché sapevo che tutta quella violenza si sarebbe ritorta contro di noi.

Tre anni dopo la pubblicazione del suo primo libro vede qualche cambiamento? Come è percepita la figura di suo padre?
E’ evidente lo squilibrio tra la vera storia e l’immagine romanzata di mio padre che qualcuno vuole vendere. La versione romanzata ha molto più successo perché è basata su un unico ingrediente, ovvero la glorificazione di Pablo Escobar. Sono consapevole che potrei vendere milioni di copie se decidessi di scrivere un’ode a mio padre. Allo stesso tempo non sarebbe giusto se mi opponessi a chi scrive storie su di lui, perché in fondo io faccio la stessa cosa. La differenza tra il loro modo di raccontare e il mio è riassunta in una lettera che ho ricevuto di recente quando stavo presentando il mio secondo libro in Argentina. Me l’ha data un bambino di 13 anni, mi ha detto che conosceva mio padre da quando ne aveva otto. Poi ha aggiunto che sapeva chi era perché sua nonna gliene aveva parlato ed aveva visto i film e le serie tv, tutto quello che voleva era essere come Pablo Escobar. Fino a che non ha letto il mio libro. Ora vuole diventare un giornalista.

Cosa direbbe ai giovani che considerano Pablo Escobar un idolo e vorrebbero diventare come lui?
Li inviterei a conoscere la vera storia di Pablo Escobar. Non è la versione glamour che si vede nelle serie televisive. Voglio dire… a cosa serve possedere una villa se non c‘è nessuno a casa che ti aspetta? Quando eravamo costretti a nasconderci eravamo circondati da milioni di dollari, eppure morivamo di fame. Con il denaro in teoria non dovrebbe succedere. Il denaro ci ha portato morte e violenza, ci ha fatto perdere le persone che amavamo. Un violenza che non finiva mai. Non consiglierei a nessuno di entrare in quel mondo, perché non conosco nessun narcotrafficante in pensione.

A più di vent’anni dalla morte di Pablo Escobar la produzione e il consumo di cocaina sono in crescita. Quali sono stati gli errori nella lotta alla droga?
La lotta contro la droga è persa da decenni e il motivo è chiaro: il proibizionismo è in realtà la migliore propaganda per incitare al consumo di sostanze illecite. Il proibizionismo è un grande affare e coloro che ne beneficiano sono soprattutto le nazioni più potenti, come gli Stati Uniti. Ci intrattengono con scandali di poco conto in giro per il mondo ma ci nascondono quello di cui parlo nel mio nuovo libro, ovvero le connessioni di mio padre con la CIA e con la DEA, di cui Pablo si serviva per i suoi traffici.

Crede che il narcotraffico e la produzione di cocaina minaccino il processo di pace in Colombia?
Fino a che ci sarà il proibizionismo, ci sarà guerra. Nel mio paese e negli altri. E’ la causa principale della violenza. Penso che sia ora che il mondo cominci a considerare la possibilità di fare pace con le droghe. E’ un problema che non si può risolvere con le armi, anche perché i narcotrafficanti sono quelli che ne hanno di più.

E’ un problema che si può risolvere con l’educazione?
L’educazione è l’arma più potente per contrastare il problema delle droghe. Non riesco ad immagine un bambino più esposto alle droghe e all’abuso di sostanze illecite di quanto non lo fossi io negli anni ’80. Mio padre però mi ha educato così bene sul tema che non ho osato provare la marijuana fino a 28 anni.

Per anni si è rifiutato di diventare padre perché le sembrava un atto di egoismo. Ora che ha un figlio cosa gli racconterà di suo nonno?
Ho cominciato a raccontargli chi era Pablo Escobar da quando aveva due anni. Ovviamente non gli ho ancora spiegato cosa sono il narcotraffico e il proibizionismo. Ma sa già che suo nonno era Pablo Escobar. Il mio impegno con lui è di crescerlo con rispetto ed amore, perché so che è esattemente quello che farebbe mio padre se fosse ancora vivo. In futuro gli racconterò tutto dei crimini commessi da suo nonno in modo che un giorno, se dovesse avere la possibilità di diventare il nuovo Pablo Escobar, abbia tutti gli elementi per scegliere un cammino differente.