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Glifosato, Belpoggi: "L'Europa si faccia carico della nostra salute, non la Monsanto"

La dottoressa che ha mostrato gli effetti negativi della sostanza: "Abbiamo già rilevato problematiche sufficienti per dire: blocchiamola. Tante le pressioni, bisogna riformare il sistema della regolamentazione"

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Glifosato, Belpoggi: "L'Europa si faccia carico della nostra salute, non la Monsanto"

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Il 24 e 25 ottobre i Paesi europei votano su una proposta di rinnovo dell’autorizzazione all’uso, per dieci anni, del principio attivo presente in oltre 750 erbicidi. Il primo, e più famoso, è il famigerato Roundup , brevettato nel 1974 dal gigante dell’agrochimica Monsanto.

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"I dati in nostro possesso mostrano già problematiche a sufficienza per dire: blocchiamo questa sostanza. Perché dobbiamo arrivare al cancro?"

Fiorella Belpoggi, Istituto Ramazzini di Bologna

La battaglia del glifosato. Cancerogeno o no? Il riassunto della vicenda | Mangio quindi sono, Alimentazione e migrazioni, lo speciale Euronews

La dottoressa Fiorella Belpoggi, Direttrice area di ricerca dell’ Istituto Ramazzini di Bologna, esperta di salute ambientale, ha realizzato la ricerca che ha portato il governo italiano a preannunciare il suo no al rinnovo della licenza per il glifosato in sede europea per 10 anni. “Abbiamo avuto dall’Università di Bologna il riscontro sulla statistica dei nostri risultati sul primo esperimento pilota e io, a quel punto, come scienziata, ho scritto al ministro Martina che l’anno prima aveva preso la decisione di bandirlo (il glifosato) dagli usi domestici, dal toglierlo dall’uso nelle scuole e nei giardini pubblici. Non gli ho chiesto soldi ma un segnale sulle basi dei risultati della mia ricerca. In verità la mia vittoria è stata quella di vedere un ministro che ascolta quello che gli dico. Perché per noi ricercatori la vita non è facile quando diciamo la verità…”

Per esempio, a lei che effetto fa il fatto che un Roland Solecki, per farle un nome che lei certamente conoscerà, del BfR, l’Istituto federale tedesco per la vautazione dei rischi, che ha coadiuvato l’EFSA nell’esame del glifosato, fosse sul ‘libro paga’ dell’ILSI, l’International Life Science, la lobby internazionale con sede a Washington DC, di cui fanno parte principalmente industrie del settore agro-alimentare, chimico, farmaceutico, biotecnologico e che ha fra i suoi membri, anche la Monsanto e Syngenta?
“Sia BfR che EFSA non si sono mica messi lì come l’Istituto Ramazzini con dei topini a esporli dalla vita embrionale, a calcolare le dosi, a fare le analisi delle urine a prelevare il sangue…cioè non hanno fatto niente di tutto questo. Hanno preso una serie di paper, prodotti da altri, molti dei quali prodotti dall’industria stessa, e hanno valutato se erano conformi alle cosiddette linee guida. Lei capisce che il lavoro in laboratorio è un’altra cosa, che il lavoro al microscopio è un’altra cosa. Io sono una ricercatrice, e non voglio basarmi sulle opinioni, ma voglio vedere, veramente, che cosa succede. La IARC semplicemente valuta studi scientifici indipendenti – questa è una parola importante – sono veramente restrittivi: basta che tu abbia avuto una volta un contratto per fare uno studio per l’industria del tabacco, che tu allo IARC non ci puoi andare, per darle un’idea.

Mentre invece al BfR sì, per esempio?
“Al BfR sì”

Due (membri) hanno avuto contatti con la Bayer, due con la BASF
“Certo, ma EFSA dice che il suo panel non ha conflitto di interessi. Non ho ragione per pensare che non sia così”

Ci parli della sua ricerca
“Abbiamo chiesto ai nostri soci, che sono i cittadini dell’area di Bologna, di raccogliere 300mila euro, ovvero i soldi che ci servivano per fare questa ricerca. Attraverso feste campestri, sagre dello gnocco fritto a un euro l’uno e così via per finanziarci. Abbiamo esposto gli animali alle stesse dosi che sono considerate sicure negli Stati Uniti, cioè 1,75 mg per kg di peso Adi USA, (Acceptable Daily Intake, ossia in italiano Dga, dose giornaliera accettabile), poi abbiamo iniziato a esporre le mamme incinte di pochi giorni, le abbiamo seguite durante la gravidanza, abbiamo valutato i piccoli appena nati, il loro peso, se avevano la distanza ano-genitale variata o non variata (è un parametro che serve a valutare gli effetti androgenici o estrogenici)…abbiamo preso le feci durante tutto l’arco del periodo di vita per vedere se c’erano alterazioni della flora batterica intestinale, abbiamo studiato la genotossicità sulle cellule del midollo osseo. E poi tanti altri parametri che non le sto a elencare che sono stati distribuiti in diversi laboratori, a livello internazionale. I dati che per ora sono in mio possesso riguardano il roundup. Il principio attivo, da solo, non ha dato differenze statistiche significative. Parlo del glifosato molecola. Quando ho studiato il roundup, ho avuto un effetto maggiore perché c‘è un’interazione fra diverse sostanze chimiche per essere più attivo nelle piante infestanti. Ma evidentemente anche adiuvanti anche sulla tossicità sulle cellule dei mammiferi. Noi abbiamo dato la stessa dose equivalente ma mettendo il formulato nell’acqua da bere”.

Quali risultati avete ottenuto?
“Ritardi nello sviluppo sessuale delle femmine, frammentazione del DNA dei cromosomi nelle femmine e nei maschi, alterazione della flora batterica intestinale nel primo periodo della vita, cioè dalla nascita fino al primo sviluppo sessuale. Ai neonati, durante l’allattamento, evidentemente, arrivava attraverso il latte. Poi bevevano l’acqua perché si svezzano abbastanza presto, e quindi il loro intestino, nei piccoli, ha subito delle alterazioni importanti, statisticamente significative. Un altro risultato che abbiamo già visto è un danno ai reni nelle madri, gravide. I reni sono organi molto sensibili al sovraccarico tossico, unite al glifosato queste patologie sono risultate molto evidenti. Per ora questi sono i dati che abbiamo in nostro possesso. Secondo me mostrano già problematiche a sufficienza per dire: blocchiamo questa sostanza, no? Perché dobbiamo arrivare al cancro? Questi sono dati sicuri che ho prodotto nel mio laboratorio al Mount Sinai di New York (il Mount Sinai Hospital, fondato nel 1852, è uno dei più antichi e grandi ospedali didattici degli Stati Uniti. Nel 2011-2012, è stato classificato dalla rivista News & World Report come uno dei migliori ospedali degli USA per 12 specialità mediche e all’ Istituto tumori di Genova).

“Ho fatto uno studio: glifosato e roundup. Ma non so mica cosa ho dato ai miei ratti quando ho dato loro il roundup. So solo che gli ho dato 1,75 di glifosato, ma cosa c’era dentro non lo so mica. Non hanno fornito dati sul formulato, perché pretendono che sia un segreto industriale. Io credo che in Europa ci si dovrebbe per lo meno assicurare della non segretezza dei formulati in commercio. A noi non ce ne importa dei loro formulati e dei loro segreti, quello che mi importa è sapere cosa c‘è dentro, in effetti. Non c‘è bisogno di rivedere tutto il sistema regolatorio. Le linee guida sono state fatte in economia, cioè troncando gli esperimenti di cancerogenesi a un’età equivalente dell’uomo di 55-60 anni. Certo, noi li abbiamo osservati gli animali fino a 75-80 anni, che è l’età in cui i tumori insorgono di più, nell’uomo, come nel ratto. L’80% dei tumori insorge nell’ultima parte della vita, cioè dopo il 55-60 anni. Quindi, troncando un esperimento con degli animali che sono ancora mediamente giovani, è logico che se un cancerogeno non è potentissimo uno perde tutta una serie di informazioni enormi”.

Teme rappresaglie da un punto di vista scientifico per il suo Istituto?
“No, perché lo sanno bene quei signori lì come lavoriamo, non le temo per niente. E’ vero che da anni siamo senza soldi pubblici, in Italia. In Europa li abbiamo solo perché partecipiamo ai consorzi, e a delle call pubbliche europee, ma non abbiamo fondi. Quest’anno c‘è stato un piccolo segnale di 30 mila euro dall’INAIL. È poco, però è positivo, mi ha fatto un gran piacere. Poi il condizionamento esiste anche attraverso altre strade, magari indirettamente. Avrà visto sicuramente questa triangolazione degli attacchi dell’industria, dei senatori americani al National Institute of Environmental Science, la IARC e noi, in particolare a me . Un triangolo di distruttori dell’umanità! Semplicemente perché siamo rimasti, più o meno, i baluardi della scienza indipendente e qualificata.

“Dovrebbe cambiare il sistema della regolamentazione delle sostanze chimiche. Quando l’industria vuole brevettare un composto, deve fare una serie di test sulla base delle caratteristiche del composto. Quei test vengono messi in un bando, no? Il bando lo dovrebbe fare l’Unione Europea e dovrebbero partecipare diversi laboratori, non quelli dell’industria, ma laboratori indipendenti, università, Istituti nazionali di ricerca, come il Ramazzini, se può. E i soldi dovrebbe metterli l’industria, non i cittadini”.

E perché secondo lei questo non è mai stato fatto fino ad adesso. cioè In fondo lei dice: la soluzione è semplice…
“Non lo si fa perché rende molto di più questo circuito. Lei provi a pensare: dopo 3 anni di discussione sul glifosato, da marzo 2015 a oggi, quanta gente abbiamo pagato? Ma lei sa che bella ricerca le facevo io, al Ramazzini, con quei soldi? Adesso invece devo lanciare con un crowdfunding, ha capito? Cioè non si fa perché non si vuole, non perché non si può….”

E perché non si vuole?
“Non si vuole perché ci sono pressioni fortissime dall’industria. Che vuole farsi i giochini in casa, vuole fare gli esperimenti in casa, vuole produrre i dati in una certa maniera, li vuole gestire in una certa maniera, che è una maniera di guardare al profitto e non all’impatto sulla salute. È quello il suo mestiere. Ma è l’Europa che ha in carico la nostra salute, mica la Monsanto. Quindi l’Europa ce lo deve garantire e ce lo deve garantire mettendo insieme dei meccanismi di controllo che non siano: commissioni, sottocommissioni, panel, che costano solo un sacco di soldi. Bisogna fare i bandi per la ricerca in cui è l’industria a doverci mettere i soldi. E la ricerca dovrebbe farla l’Europa, non la fanno loro”

Abbiamo una scadenza che è il 25 ottobre…
“A me importa che si prenda una decisione. Sono stata ripresa da alcuni colleghi perché ho raccomandato i 5 anni invece che il bando. Ma io l’ho fatto perché non voglio chiedere delle cose impossibili. E che non si arrivi più in là di 5 anni così c‘è il tempo di smaltire tutto il glifosato che c‘è intorno, perché sennò i contadini lo buttano tutto nelle fogne, e poi dalle fogne andrà nei fiumi e ci ritroveremo con delle concentrazioni di glifosato… Chi pagherebbe per smaltirlo? Ha presente l’amianto?”

Per esempio in Francia c‘è una lobby degli agricoltori che è fortissima, che è subito scesa in piazza, hanno fatto manifestazioni in favore del glifosato…
“Ma anche in Italia, anche in questo caso. Se bandiamo il glifosato, i contadini lo daranno di notte e di nascosto, non hanno altro adesso. C‘è tanto dietro, non possiamo pensare che si possa bandirlo dalla sera alla mattina. È impossibile, quindi, tanto vale dire: noi vi lasciamo questi 5 anni, però intanto voi date i soldi all’Europa per studiare dei composti alternativi. Ci vuole un ricatto in questo senso. Perché sennò siamo prigionieri di un sistema, tutti. Il glifosato a produrlo costa niente, intorno c‘è un business enorme”

È tutto un sistema…
“È un sistema che va abbattuto ma ci vuole una politica seria, ci vuole una scienza indipendente e collaborativa, poco fracassona ma piuttosto ‘sul pezzo’, così le cose si fanno. Si può, non è vero che non si può, è che non si vuole: è il Parlemento europeo che deve cambiare le regole del gioco. E’ la politica!”