ULTIM'ORA

Chi inquina non paga? Le fonti fossili ci costano ancora 15 miliardi l'anno

L'Italia sul podio delle nazioni meno virtuose nel settore trasporti, con 8.7 miliardi di euro di incentivi/anno. Al conto si aggiungono 10 miliardi annui di sanità. Tutti d'accordo sulla mancanza di una regia comune a livello ministeriale sul tema, ma non sui numeri

Lettura in corso:

Chi inquina non paga? Le fonti fossili ci costano ancora 15 miliardi l'anno

Dimensioni di testo Aa Aa

A dispetto della dichiarata volontà di incentivare lo sviluppo sostenibile e la green economy, secondo il principio del “chi inquina paga”, l’Italia nel 2016 ha investito 15,2 miliardi di euro in sussidi alle fonti fossili (diretti e indiretti, come esoneri dall’accisa, sconti, finanziamenti per opere, ecc). Assieme alla Germania (18.1 miliardi) e al Regno Unito (9.4 miliardi), il nostro Paese è sul podio delle nazioni meno virtuose nel settore trasporti, ovvero quelle che offrono più sussidi ai carburanti fossili. La cifra media annua, tra il 2014 e il 2016, è stata di 8.7 miliardi di euro. Un conto salato, a cui è necessario sommare i 10 miliardi di euro di costi per la sanità dovuti all’inquinamento da fonti fossili.

allviews Created with Sketch. Point of view

"Sui sussidi alle fonti fossili, in Italia non c’è solo un problema di coordinamento quanto di volontà politica generale"

Vincenzo Naso, La Sapienza

Lo stima il rapporto internazionale Transizione 2020: Monitoraggio dei sussidi ai combustibili fossili in Europa , realizzato da ODI (Overseas Development Institute) e CAN Europe (Climate Action Network) e al quale ha collaborato per la parte italiana anche Legambiente .

Si tratta di numeri in crescita rispetto al 2013 e che l’associazione ambientalista stima non essere mai scesi fin da quando ha iniziato il monitoraggio.

Tuttavia, queste cifre non trovano tutti d’accordo: non esistendo una definizione universale e riconosciuta da tutti dei sussidi alle fonti fossili, i dati sono interpretabili in maniera ambivalente. Ciò che è invece sembra universalmente riconosciuta è la mancanza di una regia comune da parte del ministero dell’Ambiente o, quantomeno, di un’azione congiunta con il dicastero dello sviluppo economico.

Esempi pratici: sussidi, sconti ed esenzioni a fonti inquinanti
Legambiente punta il dito su esenzioni e detrazioni fiscali nei vari settori, dai mezzi usati in agricoltura al trasporto aviario e ferroviario. “L’Italia sussidia anche alcune infrastrutture, in parte con i famosi Cip6 destinato in parte ad impianti vecchi o inquinanti”, dice Katiuscia Eroe, Responsabile Energia per Legambiente. L’associazione stima in 845 milioni di euro nel 2015 il costo per la collettività da questo specifico tipo di aiuti di Stato. Poi ci sono altri sussidi legati a impianti specifici. “L’ Olt di Livorno è un rigassificatore inserito dal governo anni fa come struttura strategica del paese. Gode di questo beneficio: se l’azienda ha un mancato guadagno, lo Stato interviene per coprirlo. Così facendo, qualsiasi ditta potrebbe venire in Italia e fare un investimento non lungimirante…”, aggiunge Eroe, implicando che godrebbe così di una tariffa sicura anche in caso di inattività. Il tutto a costo dei contribuenti.

Uno dei temi sollevati da Legambiente è quello delle isole minori, dove “esiste un unico impianto a diesel o olio combustibile inquinante, e la produzione di quell’energia ha un costo superiore di quella sulla terraferma”.

“Lo stato predispone un aiuto economico affinché i consumatori finali delle isole minori paghino un costo minore o quantomeno bilanciato per l’energia”, ragiona Katiuscia Eroe. “Il punto è che se questi soldi vengono dati senza una finalità ulteriore, come per esempio l’efficientamento della rete, l’autoproduzione, il miglioramento dello stato della produzione, allora il costo della produzione di energia rimarrà sempre particolarmente elevato, i cittadini non avranno opportunità di miglioramento e di innovazione nella produzione di energia e dal punto di vista sanitario non si avrà nessuno ha vantaggio”.

Attenzione ai numeri, però
Come fa notare il professor Luigi De Paoli , direttore del Master in Economia e management ambientale alla Bocconi e della rivista Economia delle fonti di energia e dell’ambiente, il problema in queste cifre sta nella metodologia di valutazione. Per Legambiente, sulla scorta della definizione del WTO , i sussidi alle fonti fossili sono tutti gli aiuti economici, diretti o indiretti, per il consumo e la produzione di combustibili fossili a scapito di alternative più sostenibili ed efficienti, ovvero qualsiasi “contributo finanziario che dia una qualche forma di sostegno al reddito o di prezzo”.

“Così facendo definiscono sussidio al combustibile fossile ‘gasolio’ anche il rimborso delle accise agli autotrasportatori, oppure vendere gasolio a prezzo inferiore della benzina”, dice De Paoli. “Anche gli autobus che circolano a Milano e sono a gasolio hanno una fiscalità diversa perché si tratta di trasporto urbano, altrimenti i cittadini dovrebbero pagare di più per il servizio. Dentro c’è anche lo sconto in bolletta ai poveri: siccome in italia c’è bonus per le famiglie più disagiate e l’elettricità è fatta per il 60% in Italia dai combustibili fossili, allora li sto sovvenzionando? Così si gonfia la cifra”, continua nella sua critica De Paoli.

Lo stesso dicasi per il trasporto aereo, dove non si pagano le accise. “Perché? Per non danneggiare le compagnie aeree in Europa rispetto al resto del mondo. Se pagassero le accise ovunque, forse sarebbe meglio, certo”.

“Finanziare la realizzazione di una rete di distribuzione di gas secondo questo rapporto è un sussidio alle fonti fossili, ma quando uso il gas della rete la pago in bolletta a casa mia. Mi sembra assurdo e una definizione tesa a mostrare che i fossili ricevono una grande quantità di sussidi. Sono anche io ambientalista e a favore della riduzione delle emissioni della CO2, ma per difendere la lotta ai cambiamenti climatici secondo me non abbiamo bisogno di andare su questa strada, mi sembra un po’ talebana”.

Come andrebbe affrontato il problema?
Secondo De Paoli, l’ipotesi migliore è introdurre una tassazione omogenea sull’emissione combustibili fossili. “Per esempio, 10 centesimi ogni kg di CO2. Il carbone ne emette di più a parità di energia? La tassazione sarà più elevata che non sul gas. Mi spingo oltre. L’UE dovrebbe espellere totalmente la produzione elettrica da carbone. Come? Mettendo un prezzo per CO2 di 30-40 ma anche 50 euro a tonnellata. Noi abbiamo invece l’ UE ETS , che da anni ormai esprime un valore di 5€ a tonnellata di CO2. Fa ridere, è acqua fresca.”

“Andiamo per gradi: delineiamo dove è più facile agire, ovvero la produzione elettrica, poi col tempo elimineremo il resto, guardando alla realtà dei fatti e non facendo dei discorsi troppo massimilalisti”.

Riduzione della spesa sanitaria
Una riduzione delle particelle cancerogene presenti nell’aria permetterebbe alla sanità pubblica italiana di risparmiare 10 miliardi di euro all’anno, ovvero il costo delle morti premature dovute all’inquinamento (fonte: IMF Working Paper How large are global energy subsidies )

L’eliminazione delle sovvenzioni ai combustibili fossili in Italia potrebbe salvare quasi 3200 vite, riducendo del 10,8% le morti attualmente causate dall’inquinamento atmosferico, stima il rapporto Hidden Price Tags: come la fine dei sussidi per le fonti fossili beneficerebbe la nostra salute. In Italia nel 2013, vi si legge, sono state 29.482 le morti premature attribuite all’inquinamento atmosferico.

La legge diventata lettera morta
La legge n. 23 dell’11 marzo 2014, delega al Governo l’introduzione di nuove forme di fiscalità verso la sostenibilità. Tuttavia non è ma mai stata implementata.

“Manca una regia comune ma manca innanzitutto la volontà politica di eliminare i sussidi alle fonti fossili. Sicuramente da questo punto di vista è un ruolo del Ministero dell’ambiente”, sostiene Katiuscia Eroe di Legambiente. “Ammette l’esistenza di sussidi ma senza che finora non ci sia stata nessuna politica concreta in fatto di riduzione degli stessi. Si è modificato qualcosa in tema di Cip6, di isole minori, ma tutto sommato il numero di miliardi che continuano ad arrivare al settore delle fonti fossili rimane piuttosto elevato”.

No comment del Ministro

Il ministro dell’Ambiente, Galletti, ha declinato la richiesta di intervista di Euronews in merito. Rispondendo ad un’ interrogazione di due anni fa, Galletti ha affermato che l’articolo 15 della delega fiscale («fiscalità energetica ed ambientale») “non è stato attuato in quanto il riferimento che legava politicamente – ma con meccanismi legalmente incerti – parte della sua attuazione alla revisione della direttiva europea sulla Tassazione dell’energia (ETD) ha creato incertezza. Il ritiro da parte della nuova Commissione europea della proposta di revisione dell’ETD (avvenuto a dicembre 2014) ha di fatto bloccato l’elaborazione di proposte da parte del Governo”. Anche il Ministero dello Sviluppo Economico non ha risposto alla richiesta di commento.


“In Italia non c’è solo un problema di coordinamento quanto di volontà politica generale” rileva Vincenzo Naso, professore Ordinario di Macchine e Sistemi energetici speciali nell’Università di Roma La Sapienza. “Se si volesse operare a livello incisivo bisognerebbe in qualche modo far sì che il comitato per la programmazione economica fosse un comitato per la programmazione economica E AMBIENTALE. Quando si prendono decisioni incisive bisognerebbe fare un’analisi congiunta tra i vari ministeri per verificare che le iniziative non siano incongruenti rispetto ad altri comparti”.

“Con un Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE), ma ambientale, quindi CIPEA, probabilmente le questioni emergerebbero”, il ragionamento del docente.

Sussidi alle fonti fossili assenti nella Strategia Energetica Nazionale
“Non voglio fare una indiscriminata battaglia ai fossili, non devono essere combattuti. Ci vuole programmazione mirata che consenta di allontanarci da quel contesto senza avere impatti disastrosi sull’economia”, conclude Naso.

L’argomento della riduzione dei sussidi alle fonti fossili non compare nella Strategia Energetica Nazionale che determina la politica energetica del paese fino al 2030 ma con indicazioni chiare verso il 2050 in discussione proprio in questi giorni, denuncia Legambiente. Vi si fa invece riferimento alla necessità di aumentare la produzione di rinnovabili (al 50% nel settore elettrico, per esempio) per raggiungere l’obiettivo di decarbonizzazione, in linea con l’Accordo di Parigi, e alla “progressiva transizione verso modelli energetici a ridotte emissioni”.

A inizio gennaio 2018 l’Italia dovrà presentare, con la prima versione del Piano Nazionale Energia e Clima, il proprio contributo agli obiettivi europei.