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Gastone Moschin, l'ultima zingarata

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Gastone Moschin, l'ultima zingarata

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L’ultimo appuntamento con Gastone Moschin non è stato per una zingarata. Al santuario della Madonna del Ponte, a Narni Scalo, in una chiesa gremita, centinaia di persone, con in testa la figlia Emanuela e la moglie Marzia Ubaldi, hanno dato l’ultimo saluto all’attore veneto deceduto lunedì.


“Tutti vorremo che questa fosse una scena di Amici miei. Ma non è uno scherzo, è la realta” ha detto all’inizio della cerimonia don Roberto Bizzarri, parroco di Capitone, la frazione di Narni dove Moschin e la sua famiglia vivevano dall’inizio degli anni ’90 e dove avevano inaugurato una scuola di recitazione e un centro di ippoterapia.

Moschin, l’ultimo degli ‘Amici miei’

Proprio così, questa volta non era una supercazzola. Con la morte di Gastone Moschin è scomparso l’ultimo rappresentante della spensierata brigata di « Amici miei », film che rappresenta un’irraggiungibile vetta della commedia all’italiana, firmata da grandi autori e insuperabili attori.


Moschin interpretava l’architetto Rambaldo Melandri, l’animo sensibile e naif di quel gruppo di gogliardici amici. L’uomo, proprio come l’attore, era serio, discreto, lontano dalle tentazioni della « dolce vita »; un grande professionista che avrebbe meritato maggiore attenzione e riconoscimenti (« un gigante del miglior cinema italiano senza mai curarsi di diventarne un mito », ha scritto la stampa svizzera)

Forse anche per questo tra i suoi fans, sulle reti sociali, ieri c‘è chi impugnava la battuta dell’architetto Melandri in « Amici miei, atto I», quando si infuria di fronte all’indifferenza del figlio e della moglie del Perozzi (« nessuno, non è morto nessuno… », dice la donna agli amici del marito in lutto) e, con la voce rotta, invoca, «un funeralone da fargli pigliare un colpo a tutti e due a quelli… E migliaia di persone, tutti a piangere… E corone, e telegrammi, bande, bandiere, puttane e militari…».

Ha lavorato coi più grandi

Attore eclettico, in grado di far ridere e commuovere, era dotato della rara capacità nascondersi dietro i primi attori per poi magari spiccare con uno sguardo, una battuta o un’espressione memorabile, le sue armi principali.


Negli anni ’70 era diventato un’icona del cinema d’autore; una sessantina i film girati per il grande schermo, con registi che vanno da Giuliano Montaldo a Mauro Bolognini, da Nanni Loy a Pietro Germi, da Mario Monicelli a Bernado Bertolucci, da Carlo Lizzani a Francis Ford Coppola (« Il padrino parte II »), da Alberto Lattuada a Luigi Comencini. Vinse due Nastri d’argento: nel 1967 per “Signore & Signori” e nel 1986 per “Amici miei, atto III”.

Tanti ruoli, ma sarà Rambaldo Melandri per sempre

Tra i tanti personaggi che ha interpretato (il cowboy, il poliziotto, il criminale, il sacerdote…), l’architetto Melandri è quello che lo ha fatto entrare definitivamente nella memoria e nel cuore degli italiani.


Come Tognazzi, Celi, Noiret e Montagnani (che sostituì Duilio Delprete), Moschin ha dato vita a una maschera identificabile da tutti in quell’Italia fatta ancora di tv in bianco e nero, Fiat 1100, sacrifici quotidiani, sogni americani e la voglia di lasciarsi dietro il « logorio della vita moderna » con un bicchiere di amaro.

O come facevano Mascetti, Melandri, Necchi,Perozzi e Sassaroli, con una bella zingarata...