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Le Olimpiadi e la politica sempre alla finestra

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Le Olimpiadi e la politica sempre alla finestra

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Nonostante la Carta olimpica che prescrive una radicale separazione tra sport e politica, non ammettendo in linea di principio alcuna commistione, i Giochi sono spesso stati usati almeno indirettamente come tribuna politica. Lo dimostra la storia, e poco importa in questo caso che a farlo siano i buoni o i cattivi di turno, o entrambi. E poco importa che i fatti siano più o meno veri: un atto politico nelle Olimpiadi, o una reazione politica di contorno, o l’uso politicamente strumentale di un fatto interpretabile, possono avere lo stesso sapore di violazione dell’etica sportiva. La stessa etica sportiva che può spingere a determinate scelte politiche, come vedremo per esempio per il Sudafrica.

A Berlino nel 1936, per esempio, fu evidente l’uso propagandistico dei Giochi Olimpici da parte di Hitler.
La stella dei giochi fu il pluri-medagliato Jesse Owens, un afro-americano che aveva battuto nel salto in lungo il miglior atleta tedesco, Luz Long, di cui era amico. Hitler era in quel momento allo stadio, e non gli strinse la mano. Ne nacque un caso di discriminazione razziale, che fu spento nel ’70 dallo stesso Owens nella sua autobiografia: “Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto”, scrisse l’atleta secondo il quale fu invece Franklin D.Roosevelt a cancellare un appuntamento con lui alla Casa Bianca, per timore delle reazioni negli Stati del sud in piena campagna elettorale.

Melbourne 1956: Paesi Bassi, Spagna e Svizzera boicottano i Giochi Olimpici per protesta contro la repressione sovietica in Ungheria.

Tokyo 1964: Il CIO esclude l’Indonesia perché il Paese, filo-cinese, aveva escluso Taiwan e Israele dai Giochi asiatici, due anni prima. A Tokyo gareggia una nazionale tedesca unificata, Est e Ovest insieme, ma questo non è (ancora) un processo politico: è messaggio sportivo.
E soprattutto inizia nel ’64 l’ostracismo nei confronti del Sudafrica dell’Apartheid, contrario ai valori olimpici. Un’esclusione che durerà fino al 1992.

Città del Messico 1968: alcuni Paesi africani boicottano le Olimpiadi per protesta contro l’Apartheid in Sudafrica. Ma questa edizione viene ricordata soprattutto per due sprinter statunitensi – Tommie Smith e John Carlos -, che sul podio famnno il gesto delle Black Panthers, o Pantere Nere, movimento di militanza contro la segregazione razziale. Il gesto costerà loro il ritiro delle medaglie e l’esclusione a vita dai Giochi.

Monaco 1972: ancora boicottaggi africani contro l’Apartheid, ma soprattutto l’operazione di un commando palestinese di Settembre Nero contro gli atleti israeliani. Undici di loro (e un poliziotto tedesco) furono rapiti e uccisi. I Giochi furono sospesi per il giorno dei funerali, poi lo spettacolo continuò con le sette medaglie di Mark Spitz e la prima sconfitta della nazionale USA di basket, ad opera, per di più, dei sovietici.

Montreal 1976: le Olimpiadi in cui emerse Nadia Comaneci furono pesantemente mutilate dal boicottaggio di ben 27 Paesi africani, ai quali si aggiunsero l’Iraq e la Guyana. Protestavano contro la presenza della Nuova Zelanda: gli All Blacks avevano preso parte a gare in Sudafrica nonostante l’esclusione del Paese decretata dal CIO per l’Apartheid.

Mosca 1980: Pietro Mennea e Sara Simeoni fecero brillare l’Italia, ma furono Olimpiadi dimezzate: pochi mesi prima i sovietici avevano invaso l’Afghanistan, e gli USA risposero con il boicottaggio olimpico. Furono seguiti da 65 Paesi, mentre altri (e tra questi l’Italia) parteciparono ma senza la bandiera nazionale, sostituita dal quella del Comitato Olimpico Nazionale.
In quell’occasione, tra l’altro, il polacco Wladyslaw Kozakiewicz avrebbe (il condizionale è d’obbligo) rivolto un gestaccio al pubblico che l’aveva fischiato, dopo aver vinto l’oro nel salto con l’asta. La vulgata vuole che la contestazione fosse politica, perché in Polonia cresceva la contestazione anti-sovietica. In realtà il pubblico di casa aveva fischiato quasi tutti gli atleti non sovietici, e il polacco ha spiegato di aver avuto una contrazione del muscolo: trattandosi di salto con l’asta, la cosa potrebbe anche essere credibile.

E a Los Angeles 1984 la catena di boicottaggi prosegue: sono questa volta i Paesi del blocco sovietico a boicottare i Giochi, in risposta a quanto accaduto quattro anni prima (ma il pretesto ufficiale è la mancanza di sicurezza per la delegazione sovietica, in piena guerra fredda). Ed anche per protesta contro l’installazione di missili Pershing statunitensi in Europa occidentale.
La Romania – seconda nel medagliere, alla fine – non prese parte al boicottaggio, seguito da 18 Paesi. Furono le Olimpiadi di Alberto Cova, per l’Italia. E del business, in senso generale: le prime organizzate da un ente privato.

Seul 1988: Olimpiadi che si dice abbiano chiuso l’era dei boicottaggi, anche se Cuba, Etiopia e Nicaragua non ci andarono per protesta contro l’esclusione della Corea del Nord.
A seul finisce anche l’era del dilettantismo, e inizia quella del doping d’alto livello (con la squalifica di Ben Johnson).

A Barcellona 1992, Hassiba Boulmerka, prima medaglia olimpica algerina, è costretta a gareggiare sotto scorta (e viene scortata anche la sua famiglia) a causa delle minacce di morte degli integralisti islamici algerini, irritati dal fatto che l’atleta corra in pantaloncini corte e braccia scoperte.
Queste furono comunque Olimpiadi storiche in campo politico, con la Cecoslovacchia che partecipava unita per l’ultima volta, l’Unione sovietica già disgregata (partecipava come CSI) e la Germania riunificata (stavolta anche politicamente, non solo la squadra).

Atlanta 1996 : le Olimpiadi del centenario si tennero nella città georgiana in cui ha sede la Coca Cola, tradizionale sponsor olimpico. Nonostante le polemiche sugli eccessi affaristici e spettacolari, queste Olimpiadi furono da record, con 197 Paesi partecipanti (cioè tutti quelli iscritti al CIO), e ben 79 in grado di vincere almeno una medaglia.
Furono però funestate dall’attentato commesso dal militante d’estrema destra Eric Rudolph, che causò 2 morti e 111 feriti.

Sydney 2000 : l’Afghanistan viene escluso dai Giochi per aver escluso le donne dalla propria delegazione, contrariamente alle prescrizioni della Carta olimpica che vieta la discriminazione per sesso (o politica, o religione).

Pechino 2008 : Reporters Sans Frontières tenta di convincere i Paesi partecipanti a boicottare non le Olimpiadi, ma almeno la cerimonia inaugurale per protestare contro il mancato rispetto dei Diritti Umani in Cina.
Furono (di nuovo) Olimpiadi da record: 204 le Nazioni in gara, con quasi 11.000 atleti.

Londra 2012 : l’Arabia Saudita rischia l’esclusione per non aver presentato donne nella propria delegazione, ma viene trovato un compromesso: la partecipazione di una judoka con il velo. Decisione che ha suscitato un vespaio di polemiche.

A Rio 2016 viene presentata la prima squadra di rifugiati della storia olimpiaca. Creta dal Comitato Olimpico Internazionale e composta da atleti in provenienza da Siria, Repubblica Democratica del Congo, Sudan del Sud ed Etiopia, partecipa con il vessillo olimpico. Il CIO intende così veicolare un messaggio di speranza per tutti i rifugiati, e allertare tutti sulla dimensione delle crisi che spingono i disperati a cercare salvezza altrove.
Semi-politica si può ritenere (e totalmente politica a modo di vedere della Russia) l’esclusione collettiva della nazionale di atletica russa per sospetto doping di Stato.

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