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Joanne Liu, Medici Senza Frontiere: Sbagliato pensare di aver vinto la battaglia contro l'ebola

Isabelle Kumar, euronews: Vanno dove molti di noi non oserebbero andare, sono in prima linea nella battaglia contro l’ebola, lavorano in Paesi

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Joanne Liu, Medici Senza Frontiere: Sbagliato pensare di aver vinto la battaglia contro l'ebola

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Isabelle Kumar, euronews: Vanno dove molti di noi non oserebbero andare, sono in prima linea nella battaglia contro l’ebola, lavorano in Paesi lacerati dalla guerra: Siria, Iraq, Nigeria, Repubblica centrafricana, Ucraina, per citarne alcuni. Medici Senza Frontiere sono ovunque ci siano emergenze sanitarie. Parleremo di alcune di queste realtà con la presidente internazionale di MSF, Joanne Liu, che ringraziamo di partecipare a Global Conversation.

La presidente internazionale di MSF, Joanne Liu

  • La dottoressa Joanne Liu entra a Medici Senza Frontiere nel 1996 e ne diventa presidente internazionale nel 2013
  • E’ un medico specializzato nella gestione di emergenze pediatriche
  • Ha una vasta esperienza di lavoro sul campo con Medici Senza Frontiere
  • Lavorare per un’organizzazione come MSF era un suo sogno di bambina
  • E’ nata in Quebec, Canada

Di recente, MSF ha criticato la comunità internazionale per la sua reazione alla crisi di ebola, parlando di un doppio fallimento. Da un lato, la lentezza della risposta iniziale, dall’altro l’inadeguatezza delle misure adottate. Adesso, lei si ritiene soddisfatta della reazione della comunità internazionale alla crisi?

Joanne Liu, MSF: Dirsi soddisfatti sarebbe troppo generoso. Ciò che vorrei dire è che la gente ha ascoltato il nostro messaggio e ora le cose si sono organizzate meglio. Quello che vorremmo è un po’ di flessibilità e di capacità di adattamento perché buona parte delle misure adottate oggi rispondono ai bisogni di ieri. Oggi dobbiamo riconoscere che la situazione è mutata e dobbiamo adattarci. Non costruiamo più grandi strutture da 100 o 200 posti letto per l’isolamento dei contagiati. Ma ci servono centri più piccoli, sparsi nelle campagne. Questa è la sfida.

euronews: Lei è stata sul campo. Cosa significa avere l’ebola?

Liu: Penso che non dimenticherò mai quello che ho visto. Durante la mia ultima visita, sono stata in un centro dove c’erano sette pazienti: tre di loro erano in uno stato avanzato della malattia, non erano coscienti, sanguinavano dalla bocca, avevano sangue nelle feci. Eravamo molto preoccupati per la situazione medica. La cosa più dura da sopportare era vedere che queste persone erano sole, non c’erano famigliari accanto a loro, c’eravamo soltanto noi con queste tute spaziali che cercavamo di curarli. Mi dico sempre che gli esseri umani non dovrebbero morire da soli.

euronews: Quante persone dovranno morire prima che le cose inizino a cambiare? Si contano già 6.000 vittime e migliaia di contagiati. Fin dove si arriverà?

Liu: E’ molto difficile fare una stima. Tutti ci hanno provato… nello scenario peggiore che si è ipotizzato, qualcuno diceva che entro il 2015 saremmo arrivati a 1,4 milioni di casi. Non credo che arriveremo a quel punto. Ma, a mio parere, il messaggio centrale che dovremmo dare è che, per quanto in alcune aree i casi di contagio siano diminuiti, non dovremmo cantare vittoria. Forse abbiamo vinto alcune battaglie, ma certo non la guerra contro l’ebola.

euronews: Ora state testando nuovi trattamenti in alcuni dei vostri ospedali. Come stanno andando? Quando potremo vedere dei risultati?

Liu: Spero che questo mese riusciremo a cominciare almeno due test su farmaci antivirali per pazienti infetti in due nostri centri in Africa occidentale. I test dureranno alcune settimane e nel primo trimestre del 2015 potremmo avere i primi risultati.

euronews: Parlando di vaccini, che sono anch’essi testati negli Stati Uniti, possiamo dire che sono la nostra opzione migliore per contenere il contagio, o potremmo riuscirci, tecnicamente, con interventi sul campo?

Liu: Se penso al futuro, ciò che potrà fermare l’ebola, al livello più alto della catena di trasmissione, è un vaccino. E speriamo che questo strumento diventi disponibile al più presto.

euronews: Vale a dire?

Liu: Speriamo che nel 2015 avremo un vaccino per le popolazioni più esposte dell’Africa occidentale.

euronews: Abbiamo chiesto alle persone che ci seguono online di inviare domande e ne abbiamo ricevute molte, sui social media. C‘è Jen Schradie che chiede: State ottenendo il sostegno di cui avete bisogno – e credo che in parte abbia già risposto – ma quale Paese sta facendo di più e meglio per sostenere la lotta contro l’ebola?

Liu: Gli Stati Uniti sono stati molto attivi in Liberia e sono tra i Paesi che hanno finanziato alcuni centri. Se facciamo un raffronto con il primo impegno sottoscritto dal presidente Obama, siamo un po’ lontani da quanto aveva promesso in settembre, ma gli Stati Uniti sono coinvolti e stanno investendo. Stiamo chiedendo a tutti quelli che hanno ottenuto fondi dagli Stati Uniti di essere flessibili, perché oggi non ci servono quei 17 centri da 100 posti letto, ma abbiamo bisogno di diversi centri da 25 posti letto nelle aree rurali, quindi dobbiamo adattare il programma alle nuove necessità.

euronews: Quale sarà l’impatto di questo virus nel lungo termine? Perché vediamo che le scuole hanno chiuso, l’economia ne ha sofferto. Quale sarà l’impatto?

Liu: Serviranno anni per risollevarsi. Abbiamo subito perdite di vite umane, perdite di infrastrutture. Credo che non siamo in grado di misurare pienamente l’impatto di questa epidemia. E’ fondamentale che, sebbene si cominci a vedere qualche miglioramento sul campo, non si commetta l’errore di focalizzarsi sulla ricerca di una risposta per il futuro, quando mancano ancora molte cose oggi.

euronews: Questa è una delle maggiori emergenze che coinvolgono MSF, che tuttavia è presente in 67 Paesi nel mondo. So che siete anche in Siria. Ed è stato molto difficile per voi in Siria. Il governo del presidente Bashar al Assad non ha permesso alle vostre squadre di lavorare, ma siete riusciti a negoziare in alcune aree controllate dai ribelli. A che cosa assistono i vostri operatori?

Liu: Al momento, abbiamo pochissimi resoconti perché la nostra presenza è molto limitata. Ed è un problema enorme che ci interroga tutti, perché sappiamo che in Siria c‘è una delle maggiori crisi umanitarie e per noi costituisce una priorità operativa. Oggi non siamo in grado di rispondere a una crisi tanto vasta, è questa la triste realtà.

euronews: Perché non lasciano entrare le vostre squadre?

Liu: Il punto è che non siamo in grado di ottenere le garanzie di sicurezza che permetterebbero di inviare una squadra.

euronews: La sua organizzazione è confrontata a difficili interrogativi morali. So che, in passato, MSF ha dovuto pagare una tassa a militanti collegati a Al Qaeda per poter operare in alcune aree. Come effettuate queste valutazioni?

Liu: La verità è che, dovunque lavoriamo, paghiamo delle tasse. Se lavoriamo con un governo e vogliamo importare dei beni, come farmaci antivirali in un Paese africano, non possiamo farlo senza pagare tasse. Ovunque paghiamo qualcosa. A volte a un ente governativo, altre volte a un’autorità di un altro tipo. E’ così che funziona sul campo.

euronews: Deve essere molto difficile valutare i pro e i contro perché sapete che il denaro raccolto presso organizzazioni come la vostra probabilmente non sarà usato per gli scopi migliori.

Liu: Dobbiamo sempre confrontare il prezzo che ci viene richiesto con l’impatto di ciò che vorremmo realizzare e, quando pensiamo di poter avere un impatto reale e salvare vite umane, negoziamo la nostra presenza con i nostri interlocutori sul posto.

euronews: “Ray like a boss”, un altro membro della nostra comunità online, le chiede: Come riuscite a raggiungere le zone di guerra?

Liu: Dobbiamo farci un quadro della situazione geopolitica. A quel punto, andiamo sul posto – in passato ho fatto molte di queste cosidette “missioni di esplorazione” – e quando vai, cerchi di parlare con tutti, di spiegare chi sei e di ottenere garanzie per le squadre che vuoi inviare. Devi accertarti che il lavoro che farai possa avere un impatto e risponda a esigenze specifiche. E’ così che funziona la maggior parte delle volte.

euronews: Siete operativi anche in Europa, alle porte dell’Europa, in Ucraina ad esempio. Quali sono state le ripercussioni sul vostro lavoro della decisione del governo di sospendere i servizi medici nell’est del Paese?

Liu: Da quando il governo ha deciso in tal senso ed è iniziato il conflitto, a maggio, abbiamo fornito assistenza in diverse strutture su entrambi i fronti. Soprattutto assistenza psicologica: una delle cose che abbiamo notato è che la popolazione è stata fortemente traumatizzata da ciò che ha vissuto, con tutti quegli attacchi.

euronews: Se inviasse un messaggio al presidente Poroshenko, quale sarebbe?

Liu: Credo che al momento dovrebbe consentire agli aiuti di entrare e dovrebbe facilitare tutte le pratiche amministrative necessarie per…

euronews: Perché il vostro lavoro viene ostacolato?

Liu: Un po’, si.

euronews: Il vostro lavoro si accompagna a enormi responsabilità. Vorrei passare alla domanda di Lulu Nurrahmah, che chiede: qual è il problema più difficile in cui lei si sia imbattuta e come lo ha risolto?

Liu: La cosa più difficile è quando, in alcune zone, non siamo accettati dalla popolazione. Quel che abbiamo visto in Africa occidentale è che talvolta la gente non capisce che cosa siamo venuti a fare ed è spaventata. A un certo punto, nell’emergenza ebola, hanno pensato che fossimo venuti a portare l’ebola nel Paese e ci respingevano, fisicamente. E’ molto difficile perché talvolta realizziamo che serve del tempo prima di essere accettati. Ma quando c‘è un’epidemia come l’ebola, che ha un tasso di mortalità del 50%, e vuoi agire in fretta, non hai il lusso di aspettare così a lungo. Ma sappiamo che l’accettazione delle comunità è fondamentale perché i nostri sforzi abbiano successo.