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Boxe thailandese: pugni e tradizioni carichi di storia

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Boxe thailandese: pugni e tradizioni carichi di storia

Boxe thailandese: pugni e tradizioni carichi di storia
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La Muay Thai, letteralmente “arte delle otto braccia”, è profondamente radicata nella storia della Thailandia. Comunemente nota come “boxe thailandese”, è parte integrante della cultura del Paese.

Per comprenderne storia e fascino, cominciamo il nostro viaggio dalla Mecca della Muay Thai. E’ qui che ogni appassionato di boxe tailandese sogna un giorno di poter combattere. Soltanto i migliori riescono però a guadagnare i riflettori del Lumpinee-Stadium.

Karin Detdiew è uno di loro. “L’atmosfera al Lumpinee Stadium – dice – è più elettrica che negli altri stadi. C‘è il pubblico che fa il tifo e già questo ci dà la carica. L’energia che arriva dagli spalti è davvero palpabile”.

Il suo incontro con la Thai Boxe risale a quando Karin aveva otto anni. Combattere era per lui all’inizio un modo di sfuggire alla povertà. Oggi si allena allo Yodtong Boxing Camp, una delle strutture più celebri del Paese.

Il campo porta il nome di quello che in molti considerano “il maestro ufficiale” della thai boxe: Kru Yodtong.

“La Muay Thai – ci spiega – è un’arte marziale molto tecnica. E’ fondamentale il rispetto di quanto si apprende in allenamento. Il coach non deve però limitarsi a preparare a boxare. Deve anche insegnare la tradizione di questa arte marziale. La potenza da sola non porta mai alla vittoria. Va sposata alla giusta tecnica”.

Nessuno, nella storia della boxe thailandese, ha sfornato più campioni di questo ormai ultra-settantenne. Sempre di più si interessa ora a tramandarne tradizione e cultura.

La Muay Thai riposa infatti su una tradizione secolare. I primi combattimenti documentati risalgono a 700 anni fa, ma la sua storia è iniziata più di 13 secoli prima. All’alba del XIV, i monaci cominciarono poi a preparare i guerrieri ai combattimenti a mani nude.

Proprio grazie all’insegnamento dei monaci, la leggenda vuole che la Thailandia abbia potuto preservare la sua indipendenza. Da qui l’importanza ancora oggi accordata a regole e disciplina.

I combattimenti sono al massimo di cinque round da tre minuti l’uno. Sono permessi pugni, calci, ginocchiate e gomitate e gli allenamenti si ripetono fino allo stremo. Lo scopo è interiorizzare i colpi e fare in modo che diventino del tutto istintivi.

“Ci vogliono passione, determinazione e ambizione – ci dice ancora Karin -. Bisogna allenarsi duramente e amare davvero la thai boxe. Per arrivare qui dove ho sempre sognato di essere ho dovuto fare enormi rinunce”.

Una volta terminata la carriera sul ring, Karin pensa di fare allenatore. Una nuova vita, in cui comincia già a muovere i primi passi. Tomas Holik è tra i suoi allievi. Trentatré anni, è venuto qui dalla Repubblica Ceca, per imparare la thai boxe nella sua culla natale.

“Sono qui – dice – perché la Muay Thai è uno sport molto sano. Il migliore a livello muscolare e mentale, ma anche per la testa ed il cuore”.

A conferma dell’aura mistica che accompagna la boxe thailandese, il cerimoniale del Mongkon che precede gli incontri. Nel rispetto di un’antica tradizione, agli atleti viene messa una fascia colorata intorno alla testa.

Un rituale che, insieme a quello del Wai Khru, si propone di proteggere il lottatore e, allo stesso tempo, di rendere omaggio all’allenatore, alla famiglia e alla religione.

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