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Balcani 20 anni dopo, in Serbia bavaglio alla libertà di espressione

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Balcani 20 anni dopo, in Serbia bavaglio alla libertà di espressione

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La Serbia di oggi è un Paese libero? La caccia all’intellettuale scatenata dalle autorità farebbe pensare di no. Ultima vittima Sreten Ugricic, per oltre un decennio apprezzato direttore della Biblioteca nazionale serba.

Scrittore conosciuto nel mondo per come è stato capace di modernizzare la Biblioteca nazionale e per le sue battaglie per la democrazia, dopo aver firmato un appello in favore della libertà di pensiero e di espressione, si è visto scatenare contro una campagna mediatica. Poi è intervenuta la politica. Ivica Dacic, vicepresident del consiglio e ministro dell’Interno e alleato del defunto ex presidente serbo e criminale di guerra Slobodan Milosevic, ha indetto una rionione telefonica d’emergenza del governo. Una procedura che solitamente è riservata ai disastri naturali, stavolta è servita a sollevare Ugricic dall’incarico.

“La prima ragione – spiega – per la quale sono stato fatto fuori, naturalmente, è politica. Ci avviciniamo all’avvio della campagna elettorale e questa campagna sarà sicuramente molto aggressiva. La mia vicenda è cominciata quando il ministro della Polizia, in prima persona, ha affermato che io sostengo il terrorismo…”

Altri scrittori serbi hanno firmato il medesimo appello. E ora hanno paura che la stampa nazionalista e i politici possano prendersela anche con loro. Le elezioni sono a maggio e la tensione nel Paese sale.

La battaglia per la libertà di espressione non è condivisa solo da colleghi serbi come il poeta Milos Zivanovic e l’autrice di romanzi Mirjana Djurdjevic. La cacciata di Ugricic ha sollevato clamore internazionale. Tra gli altri, si è fatta sentire l’International federation of library associations, con una lettera di protesta al presidente serbo e al governo. Del caso si sta occupando anche la Commissione europea.

“Durante il regime di Milosevic – spiega Zivanovic – i dissidenti venivano uccisi. Sono stati uccisi giornalisti non allineati. Oggi, quando il sistema vuole reagire ti emargina. Così è stato fatto con Ugrìc”.

E la Djurdjevic aggiunge: “Puoi scrivere tutto quello che ti pare. Abbaiare alla luna, se ti piace. Ma appena ritengono di avere una ragione per agire contro di te, cominciano a passare al setaccio tutto quello che fai. In un attimo ti ritrovi precipitato in un incubo orwelliano”.

Milos e Mirjana sono diretti a Sarajevo, per incontrarsi con colleghi bosniaci. Ma scambi come questi, tra persone una volta sotto la stessa bandiera, sono rari.

Spostarsi da Belgrado a Sarajevo significa attraversare due frontiere e cambiare tre motrici. Ogni compagnia ferroviaria è gelosa della sua tratta.

Miroslav Stanic è figlio di ferroviere e nipote di ferroviere. Vedere il treno Belgrado-Sarajevo con così pochi passeggeri lo riempie di malinconia.

“La riapertura di questo collegamento significa, comunque, che la gente può viaggiare e incontrarsi di nuovo. Nella Jugoslavia unita questo treno era utilizzato tantissimo” ci racconta.

Al confine tra Serbia e Croazia, c‘è il primo cambio di motrice. Dal primo luglio 2013, la Croazia sarà il ventottesimo stato dell’Unione Europea.

Anche la Serbia, da pochi giorni, è ufficialmente un Pese candidato. Ma sui suoi passi verso la realizzazione di una compiuta democrazia ci sono ancora molti dubbi. Il livello di corruzione, ad esempio, è elevatissimo. E non c‘è sufficiente indipendenza tra i media.

“Certe cose – conferma Zivanovic – il poeta che non sarebbero possibili in Croazia, in Serbia lo sono eccome. In Serbia molti editori censurano gli articoli e cacciano i gironalisti scomodi. E questo perché la maggior parte dei media è direttamente in mano o comunque controllata dai poltici”.

“Si scrivono troppe bugie” rincara la scrittrice Miriana Djurdjevic. “Non posso più sopportarle. Così ho smesso di leggere pessimi giornali e di guardare pessime trasmissioni televisive. Le cattive notizie, le vengo a sapere comunque”.

“Dopo le elezioni – aggiunge ancora Zivanovic -abbiamo pubblicato una caricatura che mostrava il ministro degli Interni Ivica Dacic, socialista, che abbatteva il presidente serbo, Boris Tadic, del Partito democratico, con delle corna da toro. Lo stesso giorno il nostro caporedattore ha ricevuto una telefonata molto spiacevole dalla proprietà e dagli acquirenti di spazi pubblicitari che gli hanno detto: ‘se volete mostrare corride fate pure. Ma non ci saranno più nostre pubblicità sul vostro giornale”.

Verso sera, Mira e Milos arrivano a Sarajevo.

A cena hanno appuntamento con Faruk Sehic, autore bosniaco che ha scritto numerose testimonianze della guerra. I suoi lavori sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, polacco, ungherese.

Le istituzioni culturali della Bosnia Herzegovina sono in gravi difficoltà. I nazionalisti non hanno alcun interesse a mantenerle in vita. In particolare nella Repubblica Srpska”, l’enclave serba presente nel suo territorio. Ma della riconciliazione, cosa si dice?

“Non c‘è nessun desiderio, a livello politico – dice Sehic – di una vera riconciliazione. Le loro scuse sono dichiarazioni vuote, che servono solo per i loro scopi. La gente comune, noi artisti siamo pronti alla riconciliazione. Non i politici”.

È tempo di salutare Sarajevo e tornare a Belgrado.
Sulla strada verso la stazione Mira e Milos si fermano in una libreria della più grande catena della Bosnia Erzegovina. Scopriamo, così, che i libri di autori dei Paesi vicini sono molto letti. La cooperazione tra case editrici funziona.

Uno dei principali tabù resta il Kosovo. Bruxelles è stata chiara: il conflitto infinito con la repubblica che indipendente dal 2008 va risolto perché Belgrado possa entrare nell’Unione Europea.

La Serbia ha accettato la presenza di rappresentanti kosovari nei meeting regionali, ma il riconoscimento dell’indipendenza resta fuori discussione.

“Ormai il Kosovo è separato dalla Serbia da tempo. Ma nessuno dei nostri politici sarà abbastanza coraggioso da fare un passo indietro, gli farebbe perdere troppi voti”.

Altro cambio di motrice. Con quella serbo-bosniaca della Repubblica Srpska si va molto piano. La distanza tra Sarajevo e Belgrado è di circa 400 chilometri. Per coprirla si impiegano dieci ore.

“Nella ex Jugoslavia – spiega un macchinista- c’era un’unica compagnia ferroviaria. Solo il personale, lungo il percorso, cambiava. Oggi ogni nazione fa attraversare il suo territorio con i propri mezzi”.

Nella sua rivista letteraria “Beton”, Milos Zivanovic analizza narrativa contemporanea, poesie, ogni tipo di attività culturale e sociale per verificare se siano “contaminate” dal germe del nazionalismo, in maniera aperta o più velata.

Milos è uno dei pochissimi scrittori serbi ad aver avviato una collaborazione con colleghi kosovari di lingua albanese.

“In collaborazione con colleghi di Pristina abbiamo pubblicato in Serbia una collana di letteratura albanese kosovara, tradotta in serbo. L’abbiamo chiamata “Da Pristina con amore”. Al contempo, in Kosovo abbiamo pubblicato una collana di autori serbi tradotti in albanese, intitolata “Da Belgrado con amore”.

La poesia preferita da Milos è “U Srcu”, che gli riaccende sogni forse ormai perduti di pacifica convivenza multietnica.

“Nel mio cuore sono albanese – recita – sono musulmano, sono zingaro, sono arabo, sono ispanico, sono un giovane americano, un profeta e un prete, un latino, un bizantino…”