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Social media progettati per creare dipendenza: è possibile battere l'algoritmo

ARCHIVIO - Il logo di TikTok su uno smartphone davanti a uno schermo di computer con la schermata iniziale di TikTok, sabato 18 marzo 2023, a Boston.
ARCHIVIO - Logo di TikTok su smartphone davanti a un monitor con la home dell'app, sabato 18 marzo 2023, a Boston Diritti d'autore  AP Photo/Michael Dwyer, File
Diritti d'autore AP Photo/Michael Dwyer, File
Di Anna Desmarais
Pubblicato il
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Funzioni dei social media come lo scroll infinito e i feed personalizzati alimentano un uso compulsivo; gli esperti chiedono a Big Tech di cambiare modello di business per ottenere cambiamenti concreti.

Una recente decisione della Commissione europea, secondo cui il “design compulsivo” di TikTok viola il diritto dell’UE, ha riacceso il dibattito sulla reale natura di dipendenza dei social media.

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Scorrimento infinito, riproduzione automatica, notifiche e feed personalizzato sono stati indicati dalla Commissione come potenzialmente dannosi per il benessere mentale e fisico degli utenti.

Dall’altra parte dell’Atlantico, in California è in corso un processo sulla “dipendenza” da social media che valuta accuse simili rivolte alle piattaforme di Google e Meta.

La denunciante, indicata con la sigla KGM, e i suoi avvocati sostengono che app come Instagram siano progettate apposta per tenere i giovani utenti incollati allo schermo.

Ma queste piattaforme sono davvero pensate per creare dipendenza e, se sì, come si può spezzare il circolo vizioso?

I social media creano davvero dipendenza?

Le piattaforme social funzionano in modo simile alle slot machine. Offrono ricompense imprevedibili e un feedback rapidissimo, come commenti e “mi piace”, spiega Natasha Schull, professoressa associata di media, cultura e comunicazione alla New York University.

Elementi di design come il pulsante “mi piace”, le pagine “Per te” che consigliano nuovi contenuti e lo “scorrimento infinito”, dove il feed non finisce mai, possono portare a un uso compulsivo delle piattaforme, aggiunge Christian Montag, professore di scienze cognitive e del cervello all’Università di Macao, in Cina.

“Ricevere un ‘mi piace’ fa stare bene”, ha detto Montag a Euronews Next. “Poi si vuole stare bene di nuovo, quindi si pubblica ancora qualcosa, e questo può portare alla formazione di un’abitudine”.

TikTok aggiunge alla combinazione la riproduzione automatica e i video brevi, creando un ciclo di ricompensa ancora più veloce.

“Il cervello umano reagisce con forza alla novità, e qui succede qualcosa di nuovo ogni 15 secondi”, ha spiegato Montag. “Quindi, anche se il video attuale non è un granché, sono già in modalità attesa che il prossimo possa esserlo”.

La Commissione europea ha avvertito nella sua decisione che su piattaforme come TikTok gli utenti possono scivolare in una sorta di “pilota automatico”, in cui consumano contenuti in modo passivo invece di interagire attivamente, spiega Daria Kuss, responsabile di programma alla Nottingham Trent University, nel Regno Unito.

Questo tipo di uso dei social è stato collegato a “peggiori condizioni di salute mentale, comprese forme di dipendenza, confronto sociale verso l’alto, paura di essere tagliati fuori (FOMO), isolamento sociale e solitudine”, ha aggiunto Kuss.

TikTok ha respinto la descrizione della Commissione, definendo “categoricamente false” le conclusioni sul carattere di dipendenza della piattaforma. L’azienda afferma di offrire controlli sul tempo di utilizzo e altri strumenti che permettono agli utenti di regolare quanto tempo trascorrono online.

Cambiare il modello di business per cambiare i comportamenti

Secondo gli esperti, le aziende dei social media misurano il successo in base al tempo trascorso sull’app, parametro che poi alimenta i ricavi pubblicitari. Sia Montag sia Schull sottolineano che il modello di business premia in modo strutturale il massimo coinvolgimento.

“Se chiedete alle aziende dei social se progettano intenzionalmente per creare dipendenza, vi diranno: assolutamente no, progettiamo intenzionalmente per ottimizzare il coinvolgimento”, osserva Schull, precisando che con ogni probabilità all’inizio i loro prodotti non erano pensati per generare dipendenze.

Montag e Schull propongono di spostare le piattaforme verso modelli in abbonamento. Se gli utenti pagassero una piccola quota, le piattaforme non dipenderebbero più da pubblicità e tracciamento dei dati personali per fare profitti, e alcune funzioni potrebbero essere eliminate.

La ricerca di Montag mostra che le persone, in generale, non sono disposte a pagare un abbonamento ai social media perché non sono abituate all’idea. Tuttavia, una volta che ai partecipanti è stato spiegato come quel modello potrebbe ridurre il tempo davanti allo schermo o finanziare fact-checker per contrastare la disinformazione, la disponibilità a pagare è aumentata.

Un’altra possibilità, aggiunge Montag, sarebbe destinare parte dei fondi pubblici che oggi sostengono i media tradizionali anche a piattaforme alternative.

Alcuni enti pubblici ci hanno già provato. Nel 2022, il Garante europeo della protezione dei dati (EDPS) ha lanciato EU Voice ed EU Video, due canali social europei per le istituzioni dell’UE. Le piattaforme sono state chiuse nel 2024 per mancanza di fondi.

Il Public Spaces Incubator, un gruppo di lavoro (fonte in inglese) che riunisce emittenti pubbliche di Belgio, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Canada e Australia, ha dichiarato di aver sviluppato oltre 100 prototipi per migliorare la conversazione online.

Un esempio, sviluppato dalla canadese CBC (Canadian Broadcasting Corporation), introduce (fonte in inglese) una funzione “public square view”, integrata in un flusso video in diretta. La funzione consente agli utenti di guardare insieme e commentare in tempo reale, offrendo opzioni di risposta più sfumate come “non sono d’accordo ma rispetto”, “mi ha fatto riflettere” o “mi ha fatto cambiare idea”. Al momento non è chiaro quali strumenti siano stati effettivamente implementati, né se possano davvero sostituire i social tradizionali.

Schull ritiene che cambiamenti significativi sulle grandi piattaforme dei social media potranno arrivare solo attraverso azioni legali.

“Se sei un designer e lavori per un’azienda, il tuo compito è aumentare il coinvolgimento… e l’unico modo, a mio avviso, per fermare tutto questo è imporre limiti rigidi: limiti al tempo di utilizzo, all’accesso e all’età”, ha affermato.

Quali alternative ai social delle Big Tech?

Il Fediverse, una rete sociale decentralizzata in cui piattaforme indipendenti collegano gli utenti senza pubblicità, tracciamento o condivisione dei dati, offre alcune alternative alle piattaforme delle Big Tech.

Tra questi siti figurano Mastodon, che si propone come alternativa a X (ex Twitter), Pixelfed, app per la condivisione di immagini simile a Instagram, e PeerTube, piattaforma video paragonabile a YouTube.

Al 24 febbraio si contano 15 milioni di account (fonte in inglese) nel Fediverse, il 66 per cento dei quali sulla piattaforma sociale Mastodon.

Mastodon è cresciuta in popolarità quando, nel 2022, il miliardario Elon Musk ha acquisito Twitter, oggi X. Tuttavia, Montag sottolinea quanto sia difficile per piattaforme social più responsabili imporsi sul mercato.

“Penso che sarà un compito molto difficile, a essere sinceri, creare piattaforme che da un lato siano comode da usare, ma che dall’altro non esagerino con il coinvolgimento degli utenti e con l’allungare i tempi online”, ha aggiunto Montag.

Come limitare il “doomscrolling”

Anche gli utenti possono ridurre in prima persona lo scorrimento compulsivo sui social.

Schull consiglia di rendere l’accesso alle app social il più difficile possibile. Una strategia è spostare le app in una cartella chiamata “social media” sull’ultima schermata dello smartphone, così da raggiungerle con più fatica. Suggerisce inoltre di impostare limiti di tempo di utilizzo sul telefono.

Kuss e Montag propongono anche di prendere in considerazione la cancellazione completa delle app social dallo smartphone. Se si vuole accedere ai social, spiega Montag, è meglio farlo da un computer fisso o portatile, in modo che l’accesso sia meno immediato e meno impulsivo.

“Non sto dicendo di non usare affatto i social media, ma di non averli sempre a portata di mano, perché questo può ridurre il tempo online”, ha spiegato Montag, aggiungendo che bisognerebbe disattivare le notifiche per le app che si decide di tenere sul telefono.

Montag suggerisce inoltre di sostituire lo smartphone con tecnologie analogiche quando possibile, per esempio usando una sveglia tradizionale o un orologio da polso per controllare l’ora.

Se tutto il resto fallisce, può aiutare anche il semplice fatto di tenere il telefono fuori dal campo visivo nelle “situazioni quotidiane”, aggiunge Kuss.

Resta il fatto che, secondo Montag e Schull, la responsabilità principale non dovrebbe ricadere sui consumatori chiamati ad autoregolarsi, ma sulle piattaforme, che devono cambiare.

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