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Cisgiordania, le cinque attiviste italiane fermate dall'IDF rientrano in Italia

corazzati israeliani sono parcheggiati davanti a un edificio palestinese nella città di Turmus Ayya, in Cisgiordania, venerdì 23 ottobre 2026. (AP Photo/Leo Correa)
corazzati israeliani sono parcheggiati davanti a un edificio palestinese nella città di Turmus Ayya, in Cisgiordania, venerdì 23 ottobre 2026. (AP Photo/Leo Correa) -  Diritti d'autore  Copyright 2026 The Associated Press. All rights reserved.
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Di Arnold Koka
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Le cinque attiviste italiane fermate dall'IDF in Cisgiordania rientrano sabato in Italia. Intanto il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha criticato l'annuncio di Netanyahu di voler bloccare la Cisgiordania: "Non si risolve così il problema della sicurezza"

Torneranno sabato in Italia le cinque attiviste italiane fermate giovedì dall'esercito israeliano in Cisgiordania. Lo ha riferito il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

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Le attiviste erano state fermate nel villaggio di Al Bweib, a sud di Hebron, mentre accompagnavano alcuni agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Da lì, l'IDF le aveva portate alla stazione di polizia di Kiryat Arba, dove sono state sottoposte a interrogatorio.

"È inaccettabile quello che è successo, non stavano commettendo alcun reato", aveva dichiarato giovedì Tajani a margine della riunione 4+4 a Istanbul.

Le donne nella serata di venerdì hanno ricevuto la visita consolare all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.

La dinamica del fermo non è chiara. Per la polizia le donne raccoglievano olive in una zona militare riservata senza autorizzazione, una motivazione già utilizzata dalle autorità israeliane per spiegare il fermo di altri attivisti.

Gli altri arresti di attivisti italiani in Cisgiordania

Già tre giorni prima, la polizia israeliana aveva arrestato ed espulso due cittadini italiani, Manuel e Alberto Tartarotti, padre e figlio. Si trovavano in Cisgiordania come parte di una carovana umanitaria dell'associazione "Youth of Sumud". I due sono stati bendati e caricati su un furgone militare nei pressi del villaggio di Khallat Al Dabaa.

"Non ci hanno detto dove ci portavano, io sono stato preso e menato nel retro del mezzo. Non sapevo cosa sarebbe successo ed ho avuto paura", aveva dichiarato Manuel, 35 anni.

Secondo la versione della polizia israeliana, i due partecipavano a una raccolta di olive non autorizzata vicino al villaggio di Tuwani. I Tartarotti, però, hanno dichiarato che stavano filmando le demolizioni dei villaggi palestinesi.

La raccolta delle olive è un momento critico

I fermi degli attivisti non riguardano soltanto l'Italia. Mercoledì, la polizia israeliana e l'IDF hanno fermato circa 90 volontari statunitensi, britannici e israeliani, impegnati ad aiutare i palestinesi nella raccolta delle olive. Tra loro c'era anche Brad Lander, candidato democratico al Congresso per lo Stato di New York.

La raccolta delle olive in Cisgiordania è un momento cruciale per l'economia del territorio, ma è spesso accompagnata da tensioni a causa degli attacchi dei coloni israeliani contro gli agricoltori palestinesi.

"La presenza dei volontari internazionali serve da scudo, a proteggerli dalle incursioni dei coloni, non a raccogliere le olive", ha spiegato Alberto Tartarotti, rientrato in Italia dopo l'arresto. "Ovviamente non vogliono avere testimoni, per quello continuano ad arrestare e poi espellere gli attivisti, siamo persone scomode".

Netanyahu annuncia blocco Cisgiordania, Tajani: "Non si risolve così problema sicurezza"

I fermi arrivano in un momento di tensione in Israele. Venerdì in Cisgiordania due soldati israeliani sono morti e altri tre sono rimasti feriti in uno scontro a fuoco a un checkpoint. Due palestinesi sospettati dell'attacco sono stati uccisi. Gli attentatori, due palestinesi uccisi dall'IDF, sarebbero scesi da un'auto armati di una pistola e un fucile d'assalto. Lo scontro è durato circa venti minuti.

Il premier Benjamin Netanyahu ha annullato tutti gli eventi elettorali e ordinato all'IDF di "prepararsi a un blocco totale della Cisgiordania".

"Siamo pronti a un'azione su vasta scala", ha dichiarato, promettendo la più grande operazione dal 1967.

"Non siamo d'accordo", ha dichiarato Tajani. "Non è colpendo la popolazione palestinese, soprattutto i pacifici villaggi cristiani, che si risolve il problema della sicurezza di Israele".

"Bisogna disarmare Hamas", ha proseguito il ministro degli Esteri. "Bisogna che ci sia stabilità a Gaza, bisogna che i terroristi vengano messi fuori gioco disarmandoli totalmente e questo è un aspetto importante. Ma noi non possiamo non riconoscere l'importanza di dar vita ad uno Stato palestinese".

Intanto, Israele si prepara a votare il 27 ottobre. Saranno le prime elezioni dal 7 ottobre 2023 e i sondaggi sono incerti. Un cambiamento nella politica estera israeliana è però improbabile anche in caso di sconfitta di Netanyahu.

L'approccio duro nei confronti di Libano, Siria e Iran, oltre che sulla questione palestinese, è condiviso dalle diverse formazioni politiche. Un governo senza Netanyahu potrebbe quindi lasciare immutata la strategia israeliana nella regione.

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