Il servizio diplomatico dell'Ue ha ritirato il sostegno a una conferenza sulla disinformazione dopo pressioni Usa, irritando eurodeputati e Ong, che denunciano un indebolimento della difesa della società civile del blocco
Il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) ha ritirato all’ultimo momento il proprio sostegno a una conferenza sulla disinformazione organizzata da una ONG a Vilnius, in Lituania, dopo pressioni arrivate da Washington. Una decisione che ha provocato critiche tra eurodeputati e organizzazioni della società civile e che, secondo alcuni, rischia di mettere in discussione la credibilità della stessa strategia europea contro le interferenze straniere.
La conferenza, organizzata da EU DisinfoLab, si tiene mercoledì e giovedì ed è uno dei pochi appuntamenti a livello europeo che riunisce esperti, società civile e settore privato per discutere di disinformazione e manipolazione delle informazioni.
Il SEAE ha chiesto agli organizzatori di rimuovere il proprio logo dal materiale dell’evento a pochi giorni dall'apertura. Il portavoce dell'UE per gli affari esteri, Christian Wigand, ha spiegato che la decisione è stata presa "alla luce del contenuto del programma".
"Gli organizzatori hanno scelto di impostare alcune discussioni in modo non conforme alle posizioni dell'UE", ha aggiunto Wigand, senza però specificare quali fossero i contenuti contestati.
Il panel sugli Stati Uniti come minaccia FIMI
Al centro della controversia c'è un panel dal titolo "USA as a FIMI threat: acknowledge, adapt, push back", dedicato al ruolo degli Stati Uniti nella manipolazione e interferenza delle informazioni.
Nel gergo europeo, FIMI indica la "foreign information manipulation and interference", cioè la manipolazione e interferenza di informazioni straniere. Nell'ultima relazione del SEAE sul tema, pubblicata a marzo, Cina e Russia vengono indicate come attori ostili impegnati in operazioni di questo tipo in Europa. Gli Stati Uniti, invece, non vengono menzionati.
Al panel di Vilnius partecipano due ricercatori e Alex Finley, ex funzionaria della CIA.
La scelta del SEAE ha alimentato le accuse secondo cui Bruxelles avrebbe ceduto alle pressioni dell'amministrazione Trump proprio sul tema che dovrebbe contribuire a contrastare.
"Fare pressione sui governi europei perché abbandonino una conferenza sulla disinformazione, per nascondere il proprio ruolo nella diffusione di disinformazione, non è diplomazia. È interferenza straniera, ed è così che l'Europa dovrebbe definirla", ha dichiarato l'eurodeputata tedesca dei Verdi/ALE Alexandra Geese.
Le pressioni da Washington
Secondo quanto può confermare Euronews, anche Canada e Lituania hanno chiesto di rimuovere i rispettivi loghi dalla conferenza dopo pressioni esercitate dal Dipartimento di Stato americano.
Pochi giorni prima dell'evento, inoltre, Michael Shellenberger, commentatore statunitense di destra, ha inviato un'e-mail a diversi relatori chiedendo informazioni sui loro finanziamenti pubblici e sugli obiettivi delle sessioni.
"Considerate il governo statunitense come una fonte di manipolazione e interferenza di informazioni straniere (FIMI) in Europa? Avete avuto contatti con il Dipartimento di Stato o con un'altra agenzia statunitense riguardo al vostro lavoro o a questa conferenza?", si legge nell'e-mail visionata da Euronews.
La decisione del SEAE sarebbe stata presa ai massimi livelli delle istituzioni europee e, secondo quanto apprende Euronews, avrebbe sorpreso anche funzionari che lavorano direttamente sul dossier.
Le critiche degli eurodeputati
Il ritiro del sostegno ha suscitato reazioni anche all'interno del Parlamento europeo.
Per l'eurodeputato italiano Brando Benifei (S&D), la decisione richiede una spiegazione completa.
"Francamente, è difficile capire in che modo i dibattiti di Vilnius siano così in contrasto con la posizione dichiarata dell'UE. Non sembra neppure che stiamo colmando questo vuoto con una democrazia europea più forte, limitandoci a nascondere i nostri loghi", ha dichiarato a Euronews.
Dura anche la reazione dell'eurodeputata olandese Kim van Sparrentak (Verdi/ALE). "Il governo Trump dichiara pubblicamente di voler aiutare l'estrema destra a salire al potere in Europa. Se la Commissione non osa nemmeno riconoscere l'interferenza degli Stati Uniti, perché teme Trump, siamo perduti", ha affermato.
"Con questa mentalità inizio a dubitare che la Commissione europea possa guidare e coordinare in modo credibile le nostre risposte europee alle minacce ibride", ha aggiunto.
Domen Savic, cofondatore dell'ONG Državljan D, ha definito "estremamente irresponsabile" il ritiro del sostegno all'ultimo momento. "Dimostra una scarsa volontà di combattere davvero la disinformazione. Sembra che l'UE tratti la disinformazione come una merce", ha detto a Euronews.
Il timore di una frattura con Washington
Non tutti, però, condividono le critiche. Alcuni eurodeputati ritengono che l'Unione debba evitare uno scontro con gli Stati Uniti, soprattutto su un'iniziativa organizzata da una ONG, e mantenere l'unità transatlantica di fronte alle minacce che considerano prioritarie.
"Rammarico che gli Stati Uniti ritengano di essere percepiti dall'UE come attore FIMI. Quando si parla di FIMI, l'Unione dovrebbe restare saldamente concentrata sulla minaccia posta dalla Russia e da altri attori ostili. Punto", ha dichiarato l'eurodeputato svedese del PPE Tomas Tobé.
Per altri osservatori, invece, il caso di Vilnius dimostra proprio quanto la comunità che si occupa di disinformazione sia diventata politicamente sensibile.
"Le azioni degli Stati Uniti non sono affatto sorprendenti, la comunità che si occupa di disinformazione è già da tempo sotto una crescente pressione da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, ma non era mai stato così plateale", ha dichiarato Mattia Caniglia, docente affiliato all'Università di Glasgow.
"Le istituzioni europee e la maggioranza degli Stati membri reagiscono a questi episodi come se il mondo fosse ancora quello del 2010, ma le cose sono cambiate. Sacrificare il sostegno a una ONG per non mettere a rischio dossier importanti non funzionerà; difendere ciò in cui crediamo sì", ha aggiunto.
Il caso riapre così una questione delicata per l'UE: fino a che punto Bruxelles è disposta a spingersi nel contrasto alla manipolazione delle informazioni quando a essere chiamato in causa è un alleato strategico come Washington.
Il tema è particolarmente rilevante alla luce dell'European Democracy Shield, il quadro europeo pensato per rafforzare la resilienza democratica e proteggere società civile e giornalisti dalle pressioni dei governi e dalle interferenze straniere.
Vincenzo Genovese ha contribuito alla realizzazione del servizio.