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"Nessun rifugio" per i russi in esilio: la relatrice ONU su come Mosca perseguita i dissidenti

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Archivio personale di Mariana Katzarova.
Archivio personale di Mariana Katsarova. -  Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Ioulia Poukhli
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La relatrice speciale ONU per i diritti umani in Russia, Mariana Katzarova, spiega a Euronews come funziona la "strategia di distruzione della società civile, dei media indipendenti e di ogni opinione pacifista" all'estero e i mezzi con cui Mosca la porta avanti

La relatrice speciale Onu per i diritti umani in Russia, Mariana Katzarova, descrive la "strategia di distruzione della società civile, dei media indipendenti e di ogni opinione pacifista" all'estero e i mezzi con cui Mosca punta a realizzarla.

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"Nessun rifugio: l’export del 'dominio della paura' oltre i confini del Paese" è il titolo che Katzarova ha dato al suo rapporto sulle repressioni transnazionali della Russia, presentato alla 63ª sessione del Consiglio per i diritti umani.

Alle spalle della giornalista e attivista bulgara per i diritti umani c’è una lunga esperienza di lavoro sul campo – guerra in Bosnia-Erzegovina, prima e seconda guerra cecena, conflitto armato nel Donbass tra il 2014 e il 2016 – e all’interno delle strutture delle Nazioni Unite, dove è stata consigliera dell’Alto commissario per la lotta alla tratta di esseri umani e per la situazione in Bielorussia in relazione alle elezioni presidenziali del 2020.

È fondatrice dell’organizzazione umanitaria RAW in WAR (acronimo che significa "Aiutare ogni donna nel fuoco della guerra") e ideatrice del premio annuale Anna Politkovskaja, destinato alle attiviste per i diritti umani che operano in contesti di guerra e conflitto.

Katzarova è diventata la prima relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nella Federazione Russa, incarico assunto il 1º maggio 2023, presentando il primo rapporto a settembre.

"È simbolico – racconta l’esperta in un’intervista a Euronews – che la risoluzione sulla creazione del mandato della relatrice speciale per la Russia sia stata votata il 7 ottobre, giorno dell’omicidio della mia amica Anna Politkovskaja. Naturalmente allora non sapevo che sarei diventata io la prima relatrice".

Questa volta l’attenzione di Katzarova è rivolta al trasferimento oltre i confini russi del sistema interno di repressione, già descritto nei precedenti rapporti dell’esperta.

Si tratta di un meccanismo statale di sorveglianza, intimidazione e punizione del dissenso che, secondo la relatrice speciale dell’Onu, "mina l’attivismo, il pluralismo di opinioni, i media indipendenti e la società civile in esilio e a impedire alle vittime delle repressioni di interagire con i meccanismi internazionali di tutela dei diritti umani".

Le repressioni transnazionali russe, sottolinea, "violano il diritto internazionale perché ledono la sovranità dello Stato ospitante".

Il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov interviene all’81ª sessione dell’Assemblea generale nella sede dell’ONU, il 26 settembre 2026.
Il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov interviene all’81ª sessione dell’Assemblea generale nella sede dell’ONU, il 26 settembre 2026. AP

Il rapporto si basa su 400 casi documentati e copre il periodo dal 2004 al 2026, appoggiandosi a un’ampia gamma di fonti, sia all’interno sia all’esterno della Federazione Russa: leggi e documenti ufficiali, testimonianze dirette delle vittime e dei loro familiari, dei testimoni e degli avvocati, materiale raccolto da ONG russe e straniere, ricerche su fonti aperte e analisi di forensica digitale, oltre a un’analisi incrociata di singoli casi.

Le autorità russe continuano a non rispondere alle richieste di fornire informazioni e alle ripetute domande di poter visitare il Paese.

Pur ricordando che non esiste una definizione condivisa di "repressioni transnazionali", Katzarova le intende come "qualsiasi atto o misura che violi i diritti e le libertà fondamentali di individui, gruppi o comunità al di fuori dei confini della Federazione Russa, pianificati, diretti o sostenuti dalle autorità russe, attuati da rappresentanti dello Stato, da persone che agiscono nel suo interesse o da soggetti non statali e che portano all’eliminazione, alla soppressione, alla punizione, alle minacce, al perseguimento, alla coercizione, alla detenzione, al controllo o alla divisione di chi esprime dissenso".

Nel rapporto la Russia è analizzata come soggetto di repressioni transnazionali, come Stato d’origine le cui misure interne vengono proiettate oltre i propri confini e come Stato ospitante che agevola repressioni transnazionali di altri Paesi contro persone presenti sul suo territorio.

"È molto importante per avviare una riflessione su questo tema all’ONU. Nel rapporto ho raccomandato a tutti gli Stati membri di predisporre un meccanismo internazionale di protezione dei diritti umani – una convenzione vincolante – che contenga una definizione universale e precisi gli obblighi degli Stati ospitanti".

"Lasciare la Russia non significa sfuggire alle repressioni"

"La persecuzione dei dissidenti politici in esilio è una caratteristica della politica statale sovietica e russa da oltre un secolo", scrive Katzarova.

Con l’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina la pratica è salita di livello. "Il governo ha sviluppato una strategia di annientamento di società civile, media indipendenti, avvocati, giornalisti e di ogni manifestazione, anche minima, di opinione contro la guerra: basta che una persona metta 'mi piace' a un rapporto che i miei colleghi scrivono sull’Ucraina, – racconta l’esperta. – [...] Sono state introdotte nuove leggi sulla 'screditazione dell’esercito' e sulle 'fake news' sull’esercito. L’obiettivo è soffocare e far tacere le voci contro la guerra dei cittadini russi."

Da febbraio 2022 a oggi la Russia è stata lasciata da centinaia di migliaia di persone. "Secondo alcune stime, circa un milione di uomini è partito rifiutando di prendere parte alla guerra, – prosegue l’esperta. – [...] gli uomini che si rifiutano sono considerati disertori, e questo comporta fino a 7 anni di carcere".

Così sono aumentati i casi di repressione transnazionale: "Il numero medio annuo dei casi documentati è passato da 29 all’anno nei primi otto anni fino al 2022 a 89 casi all’anno nei tre anni successivi (dal 2022 al 2025)", afferma Katzarova.

La Russia adopera una strategia repressiva diversificata

Le forme più gravi di repressione transnazionale sono violenza mirata, omicidi, tentati omicidi, aggressioni e avvelenamenti.

Tra gli esempi, gli omicidi politici di Aleksandr Litvinenko a Londra nel 2006 e di Zelimkhan Khangeladze a Berlino nel 2019, oltre ai presunti avvelenamenti di giornalisti e attivisti russi in esilio.

Non sempre gli Stati ospitanti trattano queste persone come vittime di repressioni transnazionali, suscitando preoccupazione per la sicurezza degli attivisti russi in esilio. "La Germania continua a indagare sul caso di Elena Kostjucenko della Novaja Gazeta. Non dicono alle vittime cosa sia realmente successo".

Uno degli esempi più recenti è l’avviso delle autorità statunitensi agli oppositori russi Ilja Ponomarjov e Garri Kasparov riguardo a un attentato in preparazione su ordine di Mosca.

Dal 2022 sono cambiati anche i metodi: le repressioni si diffondono attraverso mandati di arresto, banche dati, istituti di credito, sistemi digitali, cause SLAPP e intermediari di fiducia.

Per i russi in esilio è una "morte civile"

Con il prolungarsi della guerra contro l’Ucraina, l’apparato repressivo contro il dissenso si è ampliato. I meccanismi di designazione come "agenti stranieri" e "organizzazioni indesiderabili" e le norme sulla "censura di guerra" sono stati estesi e trasformati da strumenti selettivi in un sistema di stigmatizzazione di massa, che comporta pesanti limitazioni professionali, finanziarie e sociali, sottolinea il rapporto.

Una legge dello scorso agosto prevede 14 categorie di restrizioni per i cittadini inseriti nei registri, anche se si trovano all’estero: dal congelamento dei beni al ritiro del passaporto. "Mantengono gli obblighi legati alla cittadinanza, ma perdono gran parte del suo contenuto. È una morte civile", osserva Katzarova.

L'uso distorto dei meccanismi internazionali

L’abuso della cooperazione giudiziaria internazionale estende in modo inaccettabile la giurisdizione penale a condotte che sono in realtà legittimo esercizio della libertà di espressione, associazione e partecipazione politica in esilio.

La Russia è anche lo Stato che fa ricorso più spesso alle Red notice dell'Interpol. "Nel 2024 l’organo di controllo di Interpol ha esaminato tutte queste notifiche. Circa la metà dei casi legati alla Federazione Russa è stata ritenuta non conforme allo statuto dell’organizzazione. Significa che erano tutti casi politicamente motivati". L’esperta raccomanda di "non accettare automaticamente come attendibile ogni segnalazione e richiesta di notifica proveniente dagli uffici nazionali di Interpol, soprattutto quando si parla di 'terroristi ed estremisti' e in particolare oggi".

Ancora maggiore preoccupazione suscita il sistema di ricerca interstatale della CSI (Comunità degli Stati indipendenti), che consente di arrestare individui sul territorio di qualsiasi Stato membro senza verificare se vi siano motivazioni politiche e senza adeguate garanzie.

Le vittime delle repressioni transnazionali restano senza protezione. Tra gli altri metodi figurano l’intimidazione dei parenti rimasti in Russia.

Le repressioni toccano anche la sfera digitale

Le repressioni transnazionali digitali sono diventate uno dei principali strumenti, attraverso sorveglianza, spyware, attacchi hacker, campagne d’odio, doxing e diffamazione.

"La Russia esporta in altri Paesi tecnologie di sorveglianza e censura, comprese le tecniche di ispezione profonda dei pacchetti di dati e di riconoscimento facciale, nonché tecnologie per disturbare o sostituire i segnali dei sistemi globali di navigazione satellitare", spiega Katzarova. Tra i principali partner di Mosca figurano Bielorussia, Turkmenistan, Kirghizistan e Kazakistan, ma anche la Corea del Nord.

Vladimir Putin e Tatjana Moskalkova, ex difensora civica per i diritti umani nella Federazione Russa al Cremlino, il 12 giugno 2026.
Vladimir Putin e Tatjana Moskalkova, ex difensora civica per i diritti umani nella Federazione Russa al Cremlino, il 12 giugno 2026. AP Photo

Tutto questo avviene nonostante il principio di non-refoulement, che vieta il rimpatrio verso Paesi dove una persona rischia tortura, detenzione o morte.

Gli Stati prendano provvedimenti: "Non si può punire un intero popolo"

Katzarova racconta di essersi scontrata con l’assenza di una definizione chiara di "vittime di repressioni transnazionali". "È un nuovo paradigma: chi è una vittima di repressioni transnazionali?".

Sebbene le repressioni violino la sovranità di altri Paesi – "è come dichiarare guerra sul loro territorio: agenti o spie russe mandati dal governo arrivano e attaccano le persone" –, "non si possono trattare tutti i cittadini russi come potenziali spie o potenziali agenti del loro governo. Bisogna considerarli vittime".

"Molto possono fare altri Paesi, europei e non solo. Partiamo dal creare meccanismi nazionali, una strategia nazionale – specificamente sulla Russia e sui cittadini russi che si trovano in questi Paesi. E dalla protezione dei difensori dei diritti umani e dei giornalisti, dando loro la possibilità di continuare il proprio lavoro".

La relatrice speciale ha invitato a elaborare una convenzione ONU sul fenomeno. "Ritengo che nelle repressioni transnazionali non ci sia nulla di inevitabile: se gli Stati ospitanti rispettano i propri obblighi [...] queste repressioni non funzionano", afferma.

"Gli Stati dell’Ue dovrebbero adottare strategie nazionali sul trattamento delle vittime di repressioni transnazionali provenienti dalla Russia", spiega.

"Non si può punire un intero popolo: il popolo non è colpevole, è il governo ad esserlo. Spero che il mio rapporto sia il primo campanello d’allarme in difesa di quanti, rischiando la vita, si oppongono alla guerra e chiedono la pace", conclude Mariana Katzarova.

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