A due mesi dal Patto su migrazione e asilo, l’UE inasprisce i controlli: i migranti senza diritto di soggiorno dovranno andarsene e potranno essere inviati in "centri di rimpatrio". Ma l’UE è pronta? I meccanismi di solidarietà non funzionano ancora ma si prepara il nuovo Ordine europeo di rimpatrio
Il 1º ottobre, i ministri degli Interni dell'UE e il commissario per Giustizia e Affari interni Magnus Brunner hanno approvato procedure di rimpatrio più rapide in sede di Consiglio Giustizia e Affari interni, pochi giorni dopo essersi riuniti alla Conferenza sulla migrazione di Monaco del 26 settembre.
Gli Stati membri hanno concordato di trasferire i migranti in strutture di detenzione e di inserire tutti i dettagli dei provvedimenti di rimpatrio in un Ordine di rimpatrio europeo (European Return Order) per accelerare le procedure e facilitare la cooperazione transfrontaliera.
L'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) dovrebbe essere rafforzata e partecipare ai processi di rimpatrio, mentre un Quadro europeo di risposta alle emergenze rafforzerà la capacità del blocco di far fronte agli afflussi di massa.
Le organizzazioni per i diritti umani e le ONG guardano con scetticismo alla nuova misura, anche perché Frontex segnala che gli attraversamenti irregolari alle frontiere esterne dell'UE sono diminuite di quasi il 40% nel primo semestre del 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025.
"È difficile giustificare queste misure come una risposta proporzionata all'attuale pressione migratoria e questo pone la questione se non vengano perseguite per altre ragioni politiche", ha dichiarato Marta Welander, responsabile delle attività di advocacy dell'UE presso l'International Rescue Committee (IRC).
La situazione dei flussi migratori nell'UE: meno migranti, più morti
L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) segnala che, a metà settembre 2026, gli arrivi irregolari via mare sono scesi a 60.000, dai 98.040 del 2025.
La rotta del Mediterraneo centrale verso l'Italia ha registrato il calo più marcato, con gli arrivi diminuiti del 55%, da 48.231 nel 2025 a 21.393 nel 2026.
Gli arrivi sulle rotte dell'Atlantico e del Mediterraneo occidentale sono stati 16.794, contro i 22.855 del 2025. I decessi sono saliti da 284 nel 2025 ad almeno 2.292 nel 2026. Da gennaio a metà settembre, la Guardia costiera libica ha intercettato 17.067 migranti e li ha riportati in Libia.
Le domande di asilo presentate per la prima volta sono ai livelli più bassi dal 2022, secondo l'Eurobarometro. Nel giugno 2026, 37.075 persone hanno chiesto protezione internazionale, rispetto alle 53.025 del gennaio 2022 e a quasi 115.000 dell'ottobre 2023, quando le richieste hanno raggiunto il picco.
Italia (9.660), Francia (9.165), Germania (4.265) e Grecia (3.955) hanno ricevuto il maggior numero di domande, pari al 73% di tutti i richiedenti per la prima volta. È diminuito anche il numero di minori non accompagnati, passati da 1.775 nel 2025 a 1.105 nel 2026.
Anche il numero di decisioni positive in materia di asilo emesse dall'UE è diminuito quest'anno. Nel secondo trimestre del 2026, le decisioni positive sono state 74.780, contro le 89.850 del terzo trimestre 2025 e le 90.535 del terzo trimestre 2024.
I rimpatri però non tengono il passo. Rispetto al secondo trimestre del 2025, nel secondo trimestre 2026 gli ordini di lasciare il territorio emessi nei confronti di cittadini non UE sono diminuiti del 12%. I rimpatri verso Paesi terzi sono aumentati del 9,7%, ma sulle 110.335 ordinanze emesse, finora solo 36.825 sono state eseguite quest'anno.
Che cosa ha fatto finora l'UE?
Nell'ultimo decennio, l'UE ha dovuto inasprire le modalità di gestione dei migranti che entrano senza autorizzazione. Dal 12 giugno 2026, il nuovo Patto su migrazione e asilo impone ai Paesi di seguire un sistema comune per registrare gli arrivi, verificare le identità e decidere rapidamente che cosa succede dopo.
Le autorità di frontiera devono effettuare controlli di sicurezza, sanitari e di vulnerabilità, mentre i governi devono stabilire se una persona debba entrare nel sistema di asilo, essere sottoposta a una procedura di frontiera più rapida o essere rimpatriata.
Le nuove norme collocano gran parte di questo processo alle frontiere esterne. Le persone che arrivano irregolarmente devono sottoporsi a controlli obbligatori prima di entrare formalmente nella normale procedura d'asilo. Il sistema amplia anche l'uso di Eurodac, la banca dati dell'UE che registra le informazioni sui richiedenti asilo e sui migranti irregolari.
Il Patto modifica il modo in cui i governi dell'UE si ripartiscono le responsabilità, dato che Paesi come Italia, Grecia, Spagna e Cipro sostengono da tempo che la loro posizione geografica li espone in modo sproporzionato agli arrivi.
Il nuovo sistema crea un meccanismo permanente di solidarietà in virtù del quale gli altri Stati membri devono contribuire.
Possono farlo in tre modi: innanzitutto con i ricollocamenti, trasferendo fisicamente i richiedenti asilo sul proprio territorio. In secondo luogo, pagando 20.000 euro per ogni persona non ricollocata in un fondo centrale dell'UE, per finanziare le infrastrutture di frontiera o la gestione della migrazione. Infine, mettendo a disposizione personale, attrezzature o altre infrastrutture a favore degli Stati in prima linea.
Il sistema è ora in vigore, ma l'attuazione resta disomogenea. Nella sua prima valutazione dopo l'entrata in funzione del Patto, la Commissione ha registrato progressi in Spagna, Cipro, Grecia e Italia, soprattutto nella preparazione delle autorità a gestire i trasferimenti di responsabilità. Ha anche sottolineato che alcuni Paesi devono ancora adottare ulteriori misure pratiche.
L'UE sta inoltre cercando di ridurre la migrazione irregolare prima che le persone raggiungano le sue frontiere, collaborando con Paesi del Nord Africa, del Medio Oriente e di altre regioni sulla gestione delle frontiere, il contrasto al traffico di migranti, i rimpatri e le riammissioni.
Rimpatri più rapidi
Le nuove norme irrigidiscono soprattutto il regolamento sui rimpatri, incluso nel Patto di giugno, per rendere i rimpatri più rapidi e semplici.
I migranti che non hanno diritto a rimanere devono lasciare lo Stato membro in cui si trovano. Devono sempre collaborare con le autorità nazionali oppure rischiano sanzioni, che possono includere la riduzione di sussidi e prestazioni o perfino sanzioni penali.
Gli Stati membri possono inviare i migranti nei cosiddetti "return hub", strutture di detenzione al di fuori dell'UE in attesa del rimpatrio, sul modello dei centri di detenzione italiani in Albania.
I Paesi capofila, tra cui Danimarca, Germania, Grecia, Austria e Paesi Bassi, che compongono il "Gruppo dei cinque", puntano a istituire i primi hub nel 2027. Uzbekistan, Ruanda e Uganda sono tra le possibili sedi. I migranti considerati una minaccia per la sicurezza possono essere soggetti a un divieto di ingresso nell'UE a tempo indeterminato o essere trattenuti per oltre 24 mesi.
L'IRC avverte che i return hub sono "controproducenti" perché "rischiano di aggravare i pericoli cui le persone sono esposte", ha spiegato Welander. "Chi viene inviato in un Paese terzo senza uno status legale o una protezione duraturi potrebbe essere spinto a tentare di rientrare attraverso rotte irregolari e più pericolose o ricadere nelle mani di trafficanti e sfruttatori", ha aggiunto la responsabile delle attività di advocacy.
Le autorità nazionali devono includere i dettagli delle decisioni di rimpatrio in un nuovo modulo standardizzato, l'Ordine di rimpatrio europeo. Lo strumento facilita la cooperazione transfrontaliera fornendo alle autorità nazionali informazioni sui provvedimenti di rimpatrio emessi da altri Stati membri. Per ora il riconoscimento reciproco di queste decisioni resta volontario, ma potrà essere riesaminato tre anni dopo l'entrata in vigore delle nuove norme.
Le proposte sono "un cerotto, non una soluzione sostenibile", ha commentato Welander.
"Esternalizzare la responsabilità della gestione della migrazione mette l'UE in una posizione di dipendenza da Paesi terzi, che acquisiscono così un margine di pressione e possono usare la cooperazione in materia migratoria come moneta di scambio [...]", prosegue, "non si tratta semplicemente di un aggiustamento tecnico per velocizzare le espulsioni, ma della scelta politica di spostare la gestione della migrazione al di fuori della portata del diritto e dei tribunali dell'UE".
Cosa succede ai diritti dei migranti?
Fin dall'inizio, i return hub sono stati il nodo più controverso della riforma. ONG e difensori dei diritti umani in tutta Europa li definiscono "strutture di espulsione" e mettono in guardia contro possibili violazioni dei diritti, malgrado la garanzia dell'UE di costruire queste strutture in Paesi terzi sicuri e di effettuare i rimpatri nel rispetto del diritto internazionale.
"L'idea di Paese terzo 'sicuro' significa ben poco. Un Paese può essere considerato sicuro dall'UE e non esserlo per determinate persone, a seconda delle loro circostanze individuali [...] Amnesty International ha documentato in modo specifico violazioni dei diritti sia in Uganda che in Ruanda, tra cui detenzioni arbitrarie e altre misure repressive", ha avvertito Chiara Catelli, responsabile advocacy presso la Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants.
Secondo Catelli, è impossibile progettare strutture di detenzione pienamente rispettose dei diritti umani. "Nessuna salvaguardia può rendere i centri di espulsione uno strumento legittimo di gestione della migrazione. Il solo fatto di mandare persone in luoghi che non conoscono nemmeno, lontano dalla vita che stavano cercando di costruire, va contro il diritto alla vita privata e familiare".
Catelli ha inoltre avvertito sulle condizioni di vita disumane cui i migranti potrebbero essere esposti e sulla mancanza di garanzie per il rispetto dei loro diritti. "Già in Europa, le persone trattenute nei centri per l'immigrazione vivono in condizioni terribili [...] come potrà essere diverso in luoghi dove il controllo da parte della società civile o di altri organismi indipendenti sarà ancora più difficile o addirittura impossibile?", chiede l'esperta.
Controlli di frontiera e capacità di risposta più forti
Le nuove norme prevedono anche un rafforzamento della protezione delle frontiere esterne dell'UE. Gli Stati membri hanno proposto di ampliare il mandato di Frontex e trasformarla da agenzia di protezione in un'agenzia di rimpatrio con una propria task force.
Per Welander dell'International Rescue Committee, "affidare a Frontex un ruolo operativo più ampio nei rimpatri, anche potenzialmente in Paesi terzi e nei 'return hub', non risolve i nodi diplomatici e giuridici alla base del problema". "Solleva però importanti interrogativi sulla responsabilità. Frontex è già sotto esame per il suo coinvolgimento in respingimenti e violazioni dei diritti fondamentali, inclusa un'indagine in corso sulla Grecia", ha aggiunto.
L'UE intende aggiungere 130 milioni di euro ai 250 milioni previsti dal Piano d'azione sui droni (Drone Action Plan) per sviluppare nuove tecnologie per la sicurezza delle frontiere e rafforzare la "diplomazia migratoria" con i Paesi terzi, per bloccare i flussi migratori alla fonte.
I ministri hanno inoltre discusso del Quadro europeo di risposta alle emergenze, proposto dalla Commissione europea a settembre, per rafforzare la risposta dell'UE a improvvisi arrivi su larga scala o a forme di migrazione "artificialmente create e usate come arma", come le ha definite la presidente von der Leyen.