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Lettonia, niente più lingua russa nelle scuole. La minoranza: "Vogliono assimilarci"

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Lettonia, niente più lingua russa nelle scuole. La minoranza: "Vogliono assimilarci"

Lettonia, niente più lingua russa nelle scuole. La minoranza: "Vogliono assimilarci"
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La riforma era nell'aria dal 2014, ma il voto è arrivato soltanto nello scorso marzo: a partire dal settembre 2019, nel sistema scolastico della Lettonia l'insegnamento in lingua russa - che finora ammontava al 40 per cento delle ore totali - sarà ridotto all'osso.

Un mossa che ha fatto infuriare la minoranza russofona locale, che rappresenta circa un quarto della popolazione e negli ultimi mesi è scesa sempre più spesso in piazza a manifestare; e che ha finito, nel frattempo, per resuscitare le antiche acredini con gli ex cugini sovietici del Cremlino. Ai primi di giugno, il Presidente Vladimir Putin ha portato la questione di fronte all'Unione Europea, mentre l'inviato Osce Alexander Lukashevich ha denunciato la riforma come un tentativo di assimilazione forzata.

Per capirne di più abbiamo parlato con Francesco Palermo, ex responsabile della convenzione Europea per la protezione delle minoranze nazionali.

Dottor Palermo, se di una violazione dei diritti si può parlare, in cosa consiste esattamente?

"Il contesto è molto complesso. In linea di principio questi emendamenti alla legge sull'educazione rappresentano sicuramente un passo indietro rispetto alla tutela dei diritti linguistici e di sopravvivenza sztessa delle minoranze; in astratto, dunque, è certamente una cosa negativa, e infatti tutte le organizzazioni internazionali - soprattutto l'Osce, dal momento che l'Unione europea non mi sembra si sia ancora pronunciata - sono state fortmente critiche su questo, perché il rischio è aver oltrepassato il limite del bilanciamento tra diritti. Però bisogna per l'appunto guardare dove passa la linea di quel bilanciamento: esite un diritto per gli stati di promuovere la propria lingua nazionale, e anche di costruire la propria identità nazionale".

"Resta quindi da vedere - continua Palermo - se questo bilanciamento sia stato superato o meno: la legge è costruita in modo abbastanza furbo, nel senso che viaggia per passaggi progressivi e rappresenta un passo ulteriore rispetto a quanto era già stato fatto, perché già in precedenza esistevano delle quote linguistiche e l'insegnamento in lingua lettone si attestava sul 60% del monte ore totale. Si tratta quindi di un passo ulteriore, ancora piû forte, verso una direzione che era già stata imboccata. Personalmente, sulla base dei precedenti esistenti, ritengo si tratti di un provvedimento eccessivo, in qualche modo sbilanciato".

E riguardo alla reazione dei russi, quali considerazioni possono essere fatte.

"In questo senso si può parlare di un doppio problema. Da una parte non c'è stato il coinvolgimento e l'ascolto della minoranza russofona lettone, ma dall'altro lato c'è un atteggiamento poco conciliante della russia, che anziché utilizzare i canali multilaterali che si dovrebbero usare in questi casi, ha avuto una reazione piuttosto aggressiva quindi il contesto si è un po' avvelenato".

Lei crede che questo potrebbe creare un precedente per stati con situazioni simili, come il Belgio o la Svizzera, dove ci sono comunità linguistiche che coestistono?

"Si tratta di contesti molto diversi da quello lituano. In Lettonia c'è una maggioranza lettone che in realtà, per ragioni storiche legate al periodo sovietico, vive con il 'complesso della minoranza' nei confronti di un 'grande vicino problematico', cosa che invece non acccade in Belgio né in Svizzera; due paesi che, peraltro, hanno adottato il multilinguismo come politica ufficiale, cosa che in Lettonia, dopo l'indipendenza non è mai accaduta. Dopo l'indipendenza, la Lettonia si è sempre definita in chiave nazionale e la minoranza russofona è stata, al più, tollerata, ma certo non a livello di comunità co-fondativa. Quello che potebbe succedere piuttosto è un effetto spirale anche in altri contesti, che riguardano per``o il mondo dell'ex Unione Sovietica".