ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Blue Whale: condannato l'ideatore del gioco dell'orrore

Lettura in corso:

Blue Whale: condannato l'ideatore del gioco dell'orrore

Dimensioni di testo Aa Aa

Un fenomeno giovanile dai contorni macabri. E ancora una volta sotto accusa il ruolo della rete. Sono centinaia le segnalazioni di genitori che sospettano che i figli possano avere aderito alla Blue Whale, la sfida social che spingerebbe i ragazzi al suicidio, dopo avere superato 50 prove estreme.

Il gioco dell’orrore, inventato da Philip Budeikin, studente 21enne di Psicologia, recluso in un carcere russo dal 2016, ha conquistato adolescenti e ragazzi di tutto il mondo. Il suo profilo sembra avvicinarsi molto a quello di un serial killer.


“Blue Whale”, si è già diffuso a macchia d’olio: dalla Russia ha raggiunto il Brasile, ma anche Francia , Gran Bretagna e Italia, dove ora una ventenne milanese, è stata iscritta nel registro degli indagati per istigazione al suicidio dal pm Cristian Barilli. La ragazza avrebbe incoraggiato una dodicenne che vive a Roma ad autoinfliggersi dei tagli e a inviarle le foto attraverso Instagram. Le indagini sono ancora agli inizi. La polizia postale, che sta eseguendo accertamenti tecnici per verificare se è proprio stata lei a inviare i messaggi, sta analizzando anche altre 140 segnalazioni. Finora in Italia non ci sarebbero, tuttavia, prove che leghino i casi di suicidio alla Blue Whale.

Da Milano a Tobolsk in Russia, dove il Tribunale ha condannato l’ex psicologo Budeikin ad altri tre anni e quattro mesi di carcere per istigazione al suicidio. Stando alle autorità di Mosca l’horror-game, in sei mesi, ha portato 130 adolescenti a togliersi la vita. La maggior parte delle vittime, cadute nella trappola, ha spesso lanciato un messaggio sui social prima di farla finita.

L’infernale sfida invita i partecipanti ad affrontare alcune prove come guardare film dell’orrore per un’intera giornata, disegnare una balena blu (blue whale, appunto) con un coltello, svegliarsi alle 04,20 del mattino. Il percorso si conclude al cinquantesimo giorno con l’ultima provocazione: trovare l’edificio più alto e saltare nel vuoto. Ad accompagnare questa folle maratona diversi slogan che fanno riflettere: “Questo mondo non è per noi”, “siamo figli di una generazione morta”. Una delle cause del disagio degli adolescenti è infatti il rapporto con i genitor, che in certi casi è troppo assiduo, in altri è totalmente assente, almeno stando al parere di molti psicologi. C’è chi afferma che basterebbe essere più presenti, nella vita sociale dei figli, chi invece punta il dito contro una realtà diventata sempre meno reale e più virtuale, dove i social sono un punto di riferimento costante, un must per sentirsi onnipotenti. O forse semplicemente si è molto soli.