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Francia: per Macron e Le Pen una visione opposta dell'economia

Una visione opposta dell’economia.

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Francia: per Macron e Le Pen una visione opposta dell'economia

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Una visione opposta dell’economia. I programmi politici di Emmanuel Macron e Marine Le Pen sono agli antipodi sulla maggior parte delle questioni e, in particolare, sull’Europa.

La presidente del Front National punta a negoziare con Bruxelles l’uscita dall’euro, mentre il candidato centrista vuole un ministro delle Finanze europeo.

Al protezionismo della destra, Macron propone di riformare l’economia statalista del Paese nel nome del libero scambio.

Marine Le Pen chiede da anni il ritorno al franco. Recentemente ha aperto alla possibilità, solo per le grandi imprese, di avere una moneta europea, sul modello del vecchio Ecu.

“L’euro è morto. Non ha resistito alla prova. Non è attuabile – ripete dal lontano 2011 Marine Le Pen – Questo è tutto. Non è drammatico, ma dobbiamo accettarlo”.

Nazionalismo economico e lavoro ai francesi sono il cuore del manifesto della candidata dell’estrema destra che promette sostegni alle industrie nazionali.

La Le Pen vuole portare il debito pubblico all’1,3% entro il 2022, garantendo allo stesso tempo una crescita del 2.5%.

In campagna elettorale, ha anche minacciato una tassa del 10% sui salari del lavoratori stranieri e una tassa d’importazione del 3%.

Da parte sua, Emmanuel Macron ha un programma di “liberazione economica” che prevede il taglio dell’aliquota fiscale per le imprese, più flessibilità di negoziare l’orario di lavoro a livello aziendale e l’accesso ai sussidi di disoccupazione anche per gli autonomi.

“Proteggeremo gli individui, ma dobbiamo continuare a essere una terra di libertà per l’innovazione e la creazione di impresa, perché è nel nostro DNA”, ha ripetuto Macron in campagna elettorale.

Il giovane ex ministro dell’Economia vuole rispettare il tetto del 3% del deficit imposto dall’Unione europea e promette una tassa unica per le aziende del 25%. Pensa di poter recuperare le risorse necessarie tagliando la spesa pubblica di 60 miliardi di euro in 5 anni e facendo ripartire l’occupazione.

Una politica già accennata nella legge per la crescita, l’attività e le pari opportunità economiche che porta il suo nome e che non mancò, nel 2015, di scatenare le proteste di piazza.