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Tanti suicidi nelle prigioni francesi. La storia di Morad

In Francia, secondo le statistiche, i suicidi in carcere sono quasi il doppio della media europea. Perché i numeri continuano a essere così

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Tanti suicidi nelle prigioni francesi. La storia di Morad

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In Francia, secondo le statistiche, i suicidi in carcere sono quasi il doppio della media europea.

Perché i numeri continuano a essere così negativi, malgrado il lancio, già dal 2010, di un ‘piano anti-suicidi’?

Per cercare qualche spunto di riflessione siamo andati nel nord-est del paese, a Lilla, a trovare Rahma.

Suo fratello è morto in prigione per un’overdose di farmaci. La famiglia ha denunciato il carcere e l’ospedale per mancata assistenza.

la storia di Morad

Morad, 31 anni, scontava una condanna a due anni per 100 grammi di cannabis. Per lui, claustrofobico, la cella è stata un inferno fin da subito. Chiedeva di essere spostato nella sezione aperta, ma invano.

Sua sorella racconta:

_Sono andata a trovarlo in parlatorio. Non era più lui: un ragazzo di un metro e 90 e 120 chili ridotto sulla sedia a rotelle… mi sono detta: qui c‘è un problema. La spiegazione, secondo quelli del carcere, era che mio fratello era un manipolatore che piangeva lacrime di coccodrillo. Ci dicevano: non preoccupatevi, non gli succederà nulla… fino al giorno in cui non l’abbiamo più visto vivo.

-Allora, un giorno riceve una telefonata e le dicono che Morad è in ospedale ed è grave. Lei corre là.

Sono entrata nella sua stanza, due giorni dopo il ricovero aveva ancora le convulsioni. Era attaccato al respiratore, guardato a vista da un poliziotto e gli avevano lasciato addirittura le manette ai polsi. Allora vado dall’agente e gli grido: ma pensa davvero che in queste condizioni possa ancora scappare!

Sono scioccata da quello che vedo: la macchina per respirare, lui in preda alle convulsioni…e quelle manette ai polsi…_

Morad non prendeva psicofarmaci per drogarsi, dice Rahma:

Mio fratello non sopportava la detenzione. Prima di finire in prigione non si era mai impasticcato, benzodiazepine o altro, non aveva mai preso niente del genere. Però davvero non sopportava le sbarre, e in carcere, normalmente, in questi casi, a quelli che non ce la fanno, prescrivono sempre dei farmaci.

Dopo il decesso, Rahma scopre qualcosa:

Dopo la morte di Morad, vado a prendere i suoi effetti personali e così trovo dei sacchetti: dentro ci sono una quindicina di valium, dell’imovane, dello xanax… c‘è di tutto, benzodiazepine, neurolettici, antidepressivi, sonniferi…come fa un cocktail del genere a non essere fatale…

gli psicofarmaci in prigione

Rahma pensa che non ci sia abbastanza controllo sui farmaci in carcere.

Per farci spiegare come funziona, siamo andati a visitare la prigione di Longuenesse, nel nord-est della Francia.

A Longuenesse un terzo dei detenuti prende regolarmente degli psicofarmaci.Ci sono due modi di somministrarli.

All’arrivo in carcere, c‘è l’incontro con lo psicologo. Per chi è giudicato a rischio suicidio, scatta la somministrazione a vista. Il detenuto scende all’infermeria ogni giorno e assume il prodotto davanti al personale.

Chi non è a rischio riceve i farmaci due volte alla settimana. Passa un carrello con i famosi sacchetti, la dose per tre giorni.

Ma gli psicotropi sono una moneta di scambio fra detenuti, per pagare le sigarette o per drogarsi. Un mercato nero che facilita i suicidi.

E se una persona catalogata non a rischio cade in depressione, non sempre lo scoprono, anche perché gli specialisti sono spesso sotto organico.

più facile avere uno psicofarmaco che l’aspirina

Certi medici non specialisti, poi, prescrivono queste pillole con leggerezza. L’anno scorso, ricorda un’infermiera psichiatrica, succedeva anche a Longuenesse:

È stato un periodo durato poco meno di un anno in cui i medici cambiavano in continuazione – A volte restavano meno di 15 giorni, aggiunge il suo collega – Alcuni, meno coscienziosi di altri forse, prescrivevano più facilmente, su richiesta del detenuto. Del resto se avessimo sotto gli occhi il registro dell’infermeria, penso che vedremmo che in quei periodi c‘è stato un maggiore afflusso, perché poi i detenuti si passavano l’informazione: vai dal medico, fa quello che vuole, ti dà tutto quello che gli chiedi…

Ma c‘è anche un altro problema: negli ultimi decenni la popolazione nelle carceri è cambiata, ci sono particolari fragilità. Un detenuto spiega:

Gente che non ci sta troppo con la testa… sí, ce n‘è, e adesso che ci penso, prima se ne vedeva molta di meno in carcere. Persone più fragili o dentro per certi delitti, le mettevano negli ospedali psichiatrici prima. Ma siccome costa più caro di tenerli lí, allora li chiudono in cella. Dunque sì, ne ho visti di casi cosí e anzi mi sembra di vederne sempre di piú.

Gli infermieri parlano di parecchi casi di schizofrenia, ad esempio. Per lo psichiatra Cyrille Canetti, che ha trascorso più di vent’anni fra i detenuti, è uno scandalo:

Mi fa pensare che la Francia va male. Ci sbarazziamo di una popolazione che dà fastidio, mettendola in prigione, in modo da non averla più sotto gli occhi. Penso sopratuttto ai malati mentali che sono veramente aumentati in detenzione. I malati mentali cominciano a essere esclusi dalla società. Sono visti più come una minaccia che come persone che soffrono. Quindi li spediscono in prigione, che non è assolutamente il posto adatto a loro.

Morad si è ucciso quasi a fine pena. Succede spesso. Forse manca l’anello di congiunzione fra il dentro e il fuori. Forse l’angoscia dell’uscita non è ancora ben trattata da chi dovrebbe farsene carico. Forse.