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Colpire le imbarcazioni dei trafficanti condanna i migranti nella trappola dell'inferno libico, denuncia Amnesty International

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Di Euronews
Colpire le imbarcazioni dei trafficanti condanna i migranti nella trappola dell'inferno libico, denuncia Amnesty International

<p>Sequestri, violenza sessuale e abusi. È a questo orrore che sono confrontati nel loro quotidiano i migranti e i rifugiati che si trovano in Libia. Lo denuncia in un nuovo rapporto Amnesty International, intitolato: “La Libia è piena di crudeltà”. Con una serie di testimonianze l’organizzazione umanitaria mette in luce le ragioni che spingono migliaia di persone a rischiare la vita in pericolosi viaggi in mare, nel disperato tentativo di trovare salvezza in Europa.</p> <blockquote class="twitter-tweet" lang="es"><p lang="en" dir="ltr">EU must ensure refugees & migrants fleeing conflict & humanrights abuses are <span class="caps">NEVER</span> pushed back to Libya. Read why: <a href="http://t.co/zOvTYtTza4">http://t.co/zOvTYtTza4</a></p>— AmnestyEurope (@amnestyeurope) <a href="https://twitter.com/amnestyeurope/status/597646539264262145">Mayo 11, 2015</a></blockquote> <script async src="//platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script> <p>Da anni, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Siria, la Libia è un paese sia di arrivo che di transito per migranti e rifugiati. Nella loro fuga da povertà, conflitti e persecuzioni nell’Africa Sub sahariana e in Medio Oriente, in molti raggiungono la Libia sperando di arrivare in seguito in Europa. </p> <p>Ora l’aumento delle violenze anche in Libia costringe i migranti a rimettersi in viaggio. L’instabilità del paese si riflette nei campi dei rifugiati e all’interno dei centri detenzione dove migliaia di persone, tra cui moltissimi bambini, subiscono abusi e vivono in condizioni drammatiche. </p> <img src="https://static.euronews.com/articles/305757/606x414_2015-05-09-misrata-00.jpg"> <p>La via del mare per i migranti resta l’unica percorribile, anche a costo di mettersi nelle mani di spietati trafficanti di esseri umani.</p> <p>L’ultima tragedia risale solo allo scorso 18 aprile, quando un barcone si è inabissato al largo di Lampedusa, uccidendo almeno 800 persone. </p> <p>Dopo la strage a Bruxelles si è svolto un vertice speciale. <br /> Il Consiglio europeo ha annunciato l’intenzione di aumentare le risorse per le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Ma al tempo stesso ha previsto di iniziare azioni per identificare, catturare e distruggere le imbarcazioni prima che vengano usate dai trafficanti. </p> <img src="https://static.euronews.com/articles/305757/606x379_2015-05-09-misrata-001.jpg"> Una misura che secondo Amnesty International non porrà fine alla sofferenza dei migranti e dei rifugiati. Prima, sottolinea l’organizzazione, occorre predisporre rotte alternative sicure per le persone in fuga. Colpire le imbarcazioni condannerebbe i migranti a restare in trappola nell’inferno libico. <p>“Il mondo non può continuare a ignorare il suo obbligo di garantire protezione a chiunque fugga da questi terribili abusi – ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International – I paesi confinanti, come Egitto e Tunisia, devono tenere aperti i confini per garantire un rifugio sicuro a chi scappa dalla violenza e dalla persecuzione in Libia”.</p> <p>Amnesty International ha raccolto le testimonianze di moltissimi migranti che per salvarsi dall’inferno libico hanno attraversato il Mediterraneo tra agosto 2014 a marzo 2015. </p> <p><strong>Violenze sessuali</strong></p> <p>Le donne detenute nei centri per migranti in Libia hanno denunciato molestie e violenza sessuale. Una giovane nigeriana ha raccontato che i responsabili di un centro hanno picchiato a morte una donna incinta. “Ci picchiavano con dei tubi di gomma dietro le cosce, non risparmiavano neanche le donne incinte. Di notte entravano nelle nostre stanze e cercavano di dormire con noi. Alcune di noi sono state stuprate e una è rimasta incinta. Ecco perché ho deciso di partire per l’Europa. Ho sofferto troppo in prigione”</p> <p>Le donne rapite durante il viaggio e non in grado di pagare il riscatto vengono obbligate a fare sesso in cambio del rilascio o del permesso di proseguire. “Il trafficante aveva tre donne eritree – ha raccontato una testimone – Le ha violentate, loro piangevano. È successo almeno due volte”. </p> <p>Un’ altra donna, proveniente dalla Nigeria, ha raccontato di essere stata vittima di uno stupro di massa appena arrivata nella città di Sabha, da parte di 11 uomini appartenenti a un gruppo armato: “Ci hanno portato fuori città, nel deserto. Hanno legato mio marito a un palo per le mani e le caviglie e mi hanno stuprato davanti ai suoi occhi. Erano in tutto 11”.</p> <img src="https://static.euronews.com/articles/305757/606x382_2015-05-09-misrata-02.jpg"> <img src="https://static.euronews.com/articles/305757/606x438_2015-05-09-misrata-03.jpg"> <p><strong>Torture</strong></p> <p>Mohamed, un rifugiato somalo, è stato tenuto prigioniero dai contrabbandieri nel deserto libico.“Sono entrato in Libia attraverso il Sahara. È stato molto pericoloso, molti sono morti. Nel deserto i trafficanti, tutti libici ci torturavano e picchiavano. Ogni giorno. A me hanno rotto un dito, a un amico il braccio. Non siamo riusciti a scappare. Il mio amico è stato ucciso mentre stava cercando di fuggire. <br /> Un altro è stato colpito con una pietra ed è morto. Non avevamo da bere e da mangiare. Sono stato lì un mese poi ho pagato grazie all’aiuto di mio zio che è nei Paesi Bassi”. </p> <img src="https://static.euronews.com/articles/305757/606x389_2015-05-09-misrata-01.jpg"> <img src="https://static.euronews.com/articles/305757/606x404_2015-05-09-misrata-002.jpg"> <p><strong>Estorsione</strong> </p> <p>Un ragazzo di 17 anni della Costa d’Avorio ha raccontato che i trafficanti con cui è arrivato in Libia lo hanno consegnato a un altro gruppo criminale locale. Lo hanno sequestrato per quattro mesi. Mangiava solo una volta al giorno. </p> <p>“Ci hanno torturato per costringerci a chiamare i nostri genitori ed estorcere del denaro. Se non si paga, non ti rilasciano. La mattina dopo il sequestro il capo della prigione è venuto a parlarci dicendo che avremmo dovuto avvisare i nostri familiari per fare arrivare i soldi a suo fratello in Ghana. Una volta ricevuto il denaro, saremmo stati liberati. Quando gli ho detto che tutti i membri della mia famiglia erano morti mi ha risposto “Allora li raggiungerai”. Ho iniziato a piangere e così hanno cominciato a picchiarmi con una cintura e un bastone. <br /> Gli altri detenuti che hanno cercato di intervenire sono stati a loro volta colpiti. Il carcere è gestito da libici, ma vi lavorano anche dei ghanesi”.</p>