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Colpire le imbarcazioni dei trafficanti condanna i migranti nella trappola dell'inferno libico, denuncia Amnesty International

Sequestri, violenza sessuale e abusi. È a questo orrore che sono confrontati nel loro quotidiano i migranti e i rifugiati che si trovano in Libia. Lo

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Colpire le imbarcazioni dei trafficanti condanna i migranti nella trappola dell'inferno libico, denuncia Amnesty International

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Sequestri, violenza sessuale e abusi. È a questo orrore che sono confrontati nel loro quotidiano i migranti e i rifugiati che si trovano in Libia. Lo denuncia in un nuovo rapporto Amnesty International, intitolato: “La Libia è piena di crudeltà”. Con una serie di testimonianze l’organizzazione umanitaria mette in luce le ragioni che spingono migliaia di persone a rischiare la vita in pericolosi viaggi in mare, nel disperato tentativo di trovare salvezza in Europa.

Da anni, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Siria, la Libia è un paese sia di arrivo che di transito per migranti e rifugiati. Nella loro fuga da povertà, conflitti e persecuzioni nell’Africa Sub sahariana e in Medio Oriente, in molti raggiungono la Libia sperando di arrivare in seguito in Europa.

Ora l’aumento delle violenze anche in Libia costringe i migranti a rimettersi in viaggio. L’instabilità del paese si riflette nei campi dei rifugiati e all’interno dei centri detenzione dove migliaia di persone, tra cui moltissimi bambini, subiscono abusi e vivono in condizioni drammatiche.

La via del mare per i migranti resta l’unica percorribile, anche a costo di mettersi nelle mani di spietati trafficanti di esseri umani.

L’ultima tragedia risale solo allo scorso 18 aprile, quando un barcone si è inabissato al largo di Lampedusa, uccidendo almeno 800 persone.

Dopo la strage a Bruxelles si è svolto un vertice speciale.
Il Consiglio europeo ha annunciato l’intenzione di aumentare le risorse per le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Ma al tempo stesso ha previsto di iniziare azioni per identificare, catturare e distruggere le imbarcazioni prima che vengano usate dai trafficanti.

Una misura che secondo Amnesty International non porrà fine alla sofferenza dei migranti e dei rifugiati. Prima, sottolinea l’organizzazione, occorre predisporre rotte alternative sicure per le persone in fuga. Colpire le imbarcazioni condannerebbe i migranti a restare in trappola nell’inferno libico.

“Il mondo non può continuare a ignorare il suo obbligo di garantire protezione a chiunque fugga da questi terribili abusi – ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International – I paesi confinanti, come Egitto e Tunisia, devono tenere aperti i confini per garantire un rifugio sicuro a chi scappa dalla violenza e dalla persecuzione in Libia”.

Amnesty International ha raccolto le testimonianze di moltissimi migranti che per salvarsi dall’inferno libico hanno attraversato il Mediterraneo tra agosto 2014 a marzo 2015.

Violenze sessuali

Le donne detenute nei centri per migranti in Libia hanno denunciato molestie e violenza sessuale. Una giovane nigeriana ha raccontato che i responsabili di un centro hanno picchiato a morte una donna incinta. “Ci picchiavano con dei tubi di gomma dietro le cosce, non risparmiavano neanche le donne incinte. Di notte entravano nelle nostre stanze e cercavano di dormire con noi. Alcune di noi sono state stuprate e una è rimasta incinta. Ecco perché ho deciso di partire per l’Europa. Ho sofferto troppo in prigione”

Le donne rapite durante il viaggio e non in grado di pagare il riscatto vengono obbligate a fare sesso in cambio del rilascio o del permesso di proseguire. “Il trafficante aveva tre donne eritree – ha raccontato una testimone – Le ha violentate, loro piangevano. È successo almeno due volte”.

Un’ altra donna, proveniente dalla Nigeria, ha raccontato di essere stata vittima di uno stupro di massa appena arrivata nella città di Sabha, da parte di 11 uomini appartenenti a un gruppo armato: “Ci hanno portato fuori città, nel deserto. Hanno legato mio marito a un palo per le mani e le caviglie e mi hanno stuprato davanti ai suoi occhi. Erano in tutto 11”.

Torture

Mohamed, un rifugiato somalo, è stato tenuto prigioniero dai contrabbandieri nel deserto libico.“Sono entrato in Libia attraverso il Sahara. È stato molto pericoloso, molti sono morti. Nel deserto i trafficanti, tutti libici ci torturavano e picchiavano. Ogni giorno. A me hanno rotto un dito, a un amico il braccio. Non siamo riusciti a scappare. Il mio amico è stato ucciso mentre stava cercando di fuggire.
Un altro è stato colpito con una pietra ed è morto. Non avevamo da bere e da mangiare. Sono stato lì un mese poi ho pagato grazie all’aiuto di mio zio che è nei Paesi Bassi”.

Estorsione

Un ragazzo di 17 anni della Costa d’Avorio ha raccontato che i trafficanti con cui è arrivato in Libia lo hanno consegnato a un altro gruppo criminale locale. Lo hanno sequestrato per quattro mesi. Mangiava solo una volta al giorno.

“Ci hanno torturato per costringerci a chiamare i nostri genitori ed estorcere del denaro. Se non si paga, non ti rilasciano. La mattina dopo il sequestro il capo della prigione è venuto a parlarci dicendo che avremmo dovuto avvisare i nostri familiari per fare arrivare i soldi a suo fratello in Ghana. Una volta ricevuto il denaro, saremmo stati liberati. Quando gli ho detto che tutti i membri della mia famiglia erano morti mi ha risposto “Allora li raggiungerai”. Ho iniziato a piangere e così hanno cominciato a picchiarmi con una cintura e un bastone.
Gli altri detenuti che hanno cercato di intervenire sono stati a loro volta colpiti. Il carcere è gestito da libici, ma vi lavorano anche dei ghanesi”.