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Dal Grande Fratello agli 'adventure reality', gli ascolti impongono il rischio

Doveva essere una prova di sopravvivenza tra otto sportivi. Al suo debutto in Francia, ‘Dropped’, era stato presentato come un ‘Adventure reality’

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Dal Grande Fratello agli 'adventure reality', gli ascolti impongono il rischio

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Doveva essere una prova di sopravvivenza tra otto sportivi. Al suo debutto in Francia, ‘Dropped’, era stato presentato come un ‘Adventure reality’.

Point of view

Nella nostra società le persone sono famose solo grazie ai media. Per rimanere famose, le star dello sport accettano questa logica. Ma dopo un po' si assiste a una rottura tra i valori della popolarità e i valori dello sport

Un format svedese in cui gli atleti sono portati in una zona inospitale, a loro disposizione solo acqua e un GPS per localizzarli.

Il canale televisivo TF1 è in lutto. Lo show è stato cancellato dalla programmazione. Non andrà mai in onda.

“Queste sono circostanze che non vorremmo mai affrontare – ha detto l’amministratore delgato di TF1, Nonce Paolini – E, naturalmente, per noi è terribile: Volevamo regalare felicità, ma ora ci troviamo di fronte a un dramma”.

Per il canale francese si tratta dell’ultimo episodio di una sequenza nera: nel 2013, sul set di Koh Lanta, la versione francese di Survivor, anche questo proveniente dalla Svezia, un concorrente morì di infarto. Pochi giorni dopo, il medico del programma, accusato dai media, si uccise. Una doppia tragedia che ha segnato il futuro delllo show.

Dalla loro comparsa alla fine degli anni ’90, i reality show sono molto cambiati. Trascinati dal Grande Fratello, sono diventati il centro delle palinsesti negli anni 2000. Un concetto che ha fatto il giro del mondo basandosi su un semplice principio: un gruppo di persone chiuso in una casa per tre mesi. Sono isolati dal mondo, ma il mondo li guarda.

In ogni momento, gli spettatori possono vederli muoversi in casa e seguire ogni loro mossa. Una morbosità che coinvolge il pubblico: il reality – tanto criticato e condannato – entra a far parte della cultura occidentale.

Dal quel momento, i programmi si moltiplicano e vanno sempre oltre. Non si tratta più di vedere le persone semplicemente vivere, ma anche mettere alla prova i loro limiti, in situazioni di pericolo. L’ultima trovata è quella di coinvolgere personaggi famosi in nome degli ascolti.

Per i concorrenti, spesso, è l’occasione di rimanere in auge in un momento di declino della carriera o di proporsi a un pubblico più vasto affrontando nuove sfide.

Sophie Desjardin, euronews: “Dominique Wolton è il direttore emerito del Centro nazionale della ricerca scientifica, specialista nel settore dei media e della televisione. Televisione protagonista di questo dramma del reality show. Questo tragico incidente sarebbe potuto accadere ovunque e comunque. Tuttavia, non è la prima volta che in programmi dove si accettano dei rischi – non parliamo solo della Francia – ci sono dei morti. La mia domanda è: cosa è diventata oggi la televisione?”

Dominique Wolton, Cnrs: “Prima di tutto è chiaro che si tratta di una tragedia. Quello che c‘è di nuovo nella nostra società è che le persone vivono la violenza, il pericolo e l’avventura a distanza. Cioè, siamo in una società che da un lato è ossessionata dal principio di precauzione. Non osiamo nulla perché tutto è controllato. Ma di fronte agli schermi televisivi o davanti ai videogiochi facciamo tutto e tutti gli eccessi sono possibili. Viviamo per procura, attraverso una forma di voyeurismo. I giochi sono sempre più pericolosi e tutti trovano quest’aspetto normale. Girano tanti soldi e questo ha provocato una corsa all’exploit, allo straordinario. Per aumentare la portata del dramma, abbiamo sostituito personaggi anonimi con volti noti e c‘è un rapporto torbido tra noi e loro, tra spettatori e produttori, che attendiamo di vedere quanto sarà coraggioso, quando si lascerà andare”.

euronews: “Negli anni ’80 lei ha scritto un libro con Jean Louis Missika intitolato La padrona della casa, sul potere della televisione nelle nostre società come strumento ideale di democrazia. Questo era prima dell’invenzione del reality. Che cosa è cambiato?”

Dominique Wolton: “Non è solo la deriva del reality. Viviamo in uno spazio concorrenziale di immagini. Il reality ha abbandonato la sua forma più volgare e oggi è più drammatico, più costoso, più avventuroso e più rischioso. C‘è qualcosa che non va, se vuole. Se l’uomo ha bisogno di questo per testare il suo rapporto con la natura e la sua relazione con lo sforzo fisico, non ci siamo. Non ci sono più confini tra la vita privata e la vita pubblica, tra vita pericolosa e vita normale. Bisogna introdurre almeno dei principi etici”.

euronews: “Le vittime di questo incidente erano persone non comuni. Campioni che, in teoria, non avevano più nulla da dimostrare. Dobbiamo andare sempre oltre per essere eroi?”

Dominique Wolton: “È un’ottima domanda. Penso che, in ogni campo, valorizzare le persone che sono in grado di cambiare il proprio destino, di dare una lezione di emancipazione a milioni di persone, sia fantastico. Ma a condizione che si resti entro dei limiti della vita, di una vita ordinaria. Se le persone si mettono in pericolo, se eleviamo il gusto dell’avventura, perché no? Ma non ci sono limiti nel mettere in scena individui in ogni genere di situazioni rischiose. Penso che a questo punto o bisogna introdurre un’autoregolamentazione o un regolamento che dica: “Possiamo fare una serie di cose” a condizione di non rischiare un voyeurismo mortale”.

euronews: “La copertura mediatica è una seconda vita per gli atleti di oggi, spesso dei privilegiati. Hanno delle alternative?”

Dominique Wolton: “Nella nostra società, a torto, le persone sono famose solo grazie ai media. Ebbene, per rimanere famose, le star dello sport accettano questa logica. Ma dopo un po’ si assiste a una rottura tra i valori della popolarità e i valori dello sport, della politica o dell’impresa. Capisco che per restare sulla cresta dell’onda cercano di mediare, ma dopo un po’ la legge dello schermo, la terribile legge dei media distrugge tutti i valori sui quali vi siete formati. Io non sono affatto contrario a pubblicizzare, una forma fondamentale di idealizzazione, ma quando diventa l’unico sistema di valori su cui si fonda una società, c‘è qualcosa che non va”.