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Taryn Simon, l'occhio assoluto

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Taryn Simon, l'occhio assoluto

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Charles Irvin Fain. Scene of the crime, the Snake River, Melba, Idaho
Served 18 years of a death sentence
The Innocents, 2002
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon

La fotografa newyorkese presenta al Jeu de Paume di Parigi la sua prima mostra antologica in Francia. L'abbiamo incontrata in occasione dell'anteprima.

“La fotografia è una prostituta, viene usata da tutti e ciascuno la usa con uno scopo determinato”. Parola d’autore, parola della fotografa Taryn Simon, che al Jeu de Paume di Parigi presenta la sua prima esposizione monografica in Francia: ‘Vues arrière, nébuleuse stellaire et le bureau de la propagande extérieure’ dal 27 Febbraio al 17 maggio 2015. Taryn Simon è una fotografa dotata di quello che si potrebbe definire un “occhio assoluto”. Il termine già racchiude in sé un’ambiguità, un’ambiguità che dovrebbe rendere omaggio alla capacità di mistificazione, al margine di dubbio, al margine di interpretazione che ogni fotografia contiene e non risolve.

Quello di Taryn Simon, nata a New York nel 1975 (la famiglia del nonno paterno arrivata negli Usa dalla Bielorussia) è un occhio assoluto in primo luogo perché non è possibile individuare i limiti, né spaziali né temporali, del suo approccio e della sua ricerca. Fin dal primo lavoro ‘The Innocents’ (2003) dove le due più tradizionali categorie del ritratto e del paesaggio vengono fuse ed integrate, per arrivare agli ultimi progetti (‘Image Atlas’ del 2012 e ‘Birds of the West Indies’ del 2013) nei quali la riflessione sul concetto stesso di archivio diventa centrale, non ci sono tipologie, non ci sono settori o luoghi remoti che lo sguardo di Simon non si sia spinta ad indagare.

In secondo luogo la definizione di occhio assoluto rimanda a quella dell’orecchio assoluto, facoltà dei musicisti che hanno la dote di riconoscere le note senza bisogno di un riferimento e che, ad un primo ascolto, possono trascrivere quel che hanno sentito sul pentagramma. Il pentagramma di Taryn Simon è stato, sin dal principio, quello della fotografia posata e, per così dire, riflessiva. Una fotografia eseguita con una camera Sinar 4×5 pollici che, sul negativo di grande formato, permettesse di catturare i dettagli. Una fotografia impossibile da realizzare a mano libera ma che necessita l’uso del cavalletto, dunque una scelta e una riflessione determinante nella fase precedente lo scatto.

Fotografia e mistificazione, realtà e finzione


Larry Mayes. Scene of arrest, The Royal Inn, Gary, Indiana
Police found Mayes hiding beneath a mattress in this room. Served 18.5 years of an 80-year sentence for Rape, Robbery and Unlawful Deviate Conduct
The Innocents, 2002
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon

‘The Innocents’ racchiudeva già in sé l’approccio che negli anni successivi ha continuato ad essere la cifra del lavoro di Simon. Le immagini e i testi erano indissolubili, con un rimando piuttosto esplicito al lavoro di Joel Sternfeld ‘On this site’ del 1996. Lì le vedute erano volutamente anonime, prive di un evidente elemento di interesse centrale, quasi “insignificanti” nel ritrarre uno spazio scevro di ogni azione. Un’azione che tuttavia era ben accaduta in quei luoghi, ma in momenti precedenti, più o meno lontani: quelle foto erano le scene di omicidi, incidenti, delitti. Già allora Sternfeld introduceva un elemento di riflessione sul rapporto tra la fotografia e le informazioni testuali che nella fotografia, per sua stessa natura, non possono essere presenti. I testi si limitavano a classiche legende, estremamente sintetiche, con la cronaca nera riassumibile nel “where, when, who, what”: dove, quando, chi, che cosa era accaduto in quei luoghi. La nota era sempre priva del “why”, del perché, del movente, aspetto imperscrutabile e che sposterebbe la riflessione su un piano psicologico se non filosofico, di cui la fotografia non può (forse non deve) interessarsi.

Con ‘The Innocents’ Taryn Simon aveva fatto un passo successivo e aveva arricchito di molto la riflessione su cosa sia la fotografia. Il libro raccoglie le storie di individui condannati a morte o all’ergastolo per crimini che non hanno commesso. Successivamente rilasciati sulla base di una revisione del processo, spesso a partire dalla prova del DNA, i protagonisti vengono ritratti da Taryn Simon nel luogo in cui è stato commesso il crimine, nel luogo in cui sono stati identificati dai testimoni o nel luogo in cui, al contrario, altre testimonianze hanno permesso di scagionarli. Il comune denominatore delle storie, e delle immagini, è il ruolo centrale avuto dalla fotografia nel segnare il destino di queste persone. Quasi sempre infatti sono state individuate come autori dei crimini sulla base di foto segnaletiche. Ogni ritratto è accostato a due testi: uno che descrive le circostanze della vicenda, lo sviluppo giudiziario e la sua conclusione; un altro rappresentato dalla testimonianza del protagonista. Dal punto di vista estetico, ‘The Innocents’ evidenziava la lezione di Philip-Lorca diCorcia situandosi, coerentemente, ai limiti della fotografia documentaria.


Troy Webb. Scene of the crime, The Pines, Virginia Beach, Virginia.
Served 7 years of a 47-year sentence for Rape, Kidnapping and Robbery.
The Innocents, 2002
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon

La riflessione sulla molteplicità dei casi, che avvicina l’approccio di Taryn Simon a discipline come il giornalismo o la giurisprudenza, era già abbozzata. Ma si sviluppa pienamente nel suo lavoro successivo, ‘An American Index of the Hidden and Unfamiliar’ concluso nel 2007 dopo cinque anni di sopralluoghi nei posti più inaccessibili degli Stati Uniti. ‘An American Index’ rappresenta forse ad oggi il punto più significativo dell’opera di Simon. L’autrice stessa sottolinea come nel suo progetto la realizzazione delle immagini, la fotografia in sé, rappresenti il 20% del lavoro: il restante 80% è dedicato alla ricerca che permette di comporre l’insieme, al lavoro di comunicazione per ottenere l’accesso ai siti da fotografare. Con ‘An American Index’ Taryn Simon incarna una pratica della fotografia che, tendenzialmente, siamo soliti attribuire al fotoreporter, soprattutto il fotografo di guerra: andare in posti nei quali pochi vorrebbero trovarsi e scattare una fotografia per dimostrare l’esistenza di ciò che la maggioranza delle persone non può vedere con i propri occhi.

“Our interest’s on the dangerous edge of things” (l’interesse per il limite pericoloso delle cose, liberamente tradotto anche come “il bordo vertiginoso delle cose”), è un verso del poeta Robert Browning che Salman Rushdie cita nello scritto che fa da introduzione al libro di Simon. “Taryn Simon ha visto la Morte Nera ed è ancora viva per poterlo raccontare” scrive Rushdie con assoluta pertinenza, ma anche con una vena di umorismo, facendo riferimento alla fotografia della “navicella-pianeta” di Star Wars, scattata nello Skywalker Ranch in California. Nel suo lavoro Simon è andata là dove a pochissimi è concesso andare per portare una testimonianza visiva (dunque la prova “documentata”) di ciò che nessuno di noi ha mai visto e, con ogni probabilità, potrà mai vedere. L’immagine a volo d’uccello di una delle vasche di raffreddamento dell’Hanford Site, il primo e più importante sito nucleare per la produzione di plutonio al mondo; la fotografia di una provetta dall’aspetto insignificante per non dire innocuo che contiene invece un campione di virus Hiv; l’immagine di un’orso bruno femmina con i cuccioli scattata nella sua tana durante il letargo nella Mononghaela National Forest, in West Virginia.


White Tiger (Kenny), Selective Inbreeding. Turpentine Creek Wildlife Refuge and Foundation
Eureka Springs, Arkansas
An American Index of the Hidden and Unfamiliar, 2002
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon

Ma quella di Taryn Simon non va confusa con una corsa al rischio: il vero filo rosso che unisce i luoghi fotografati non è tanto e non soltanto la loro possibile pericolosità quanto soprattutto la loro inaccessibilità. Molti di noi hanno forse potuto immaginare l’esistenza di determinate realtà, ma molto difficilmente ci è capitato di poterle visualizzare. Nel New Jersey Simon ci fa vedere la stanza nella quale sbucano, dopo un viaggio di migliaia di chilometri sul fondo dell’Atlantico, i cavi telefonici che trasmettono oltre 60 milioni di comunicazioni simultanee dall’Europa fino agli Stati Uniti. Dall’osservatorio nazionale di Kitt Peak, in Arizona, scatta al telescopio l’immagine della nebulosa NGC 281 (soprannominata Pacman) distante 9.500 anni luce dalla Terra. Una bella metafora di che cosa la fotografia possa fare. Non tanto e non solo per la possibilità di vedere luoghi nei quali mai potremo andare fisicamente (un fatto che costituisce l’anello di congiungimento tra l’astronomia e la fotografia) tanto quanto per il fatto che l’accesso a Kitt Peak è estremamente difficile per gli astrofisici, le cui richieste sono esaminate da una commissione per poi essere inserite in una lista d’attesa che può durare mesi e anni.


NGC 281, The Pacman Nebula
Kitt Peak National Observatory, Tohono O’odham Reservation, Arizona
An American Index of the Hidden and Unfamiliar, 2007
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon

“Taryn Simon ha visto la Morte Nera ed è ancora viva per poterlo raccontare” – Salman Rushdie


Cryopreservation Unit
Cryonics Institute, Clinton Township, Michigan
An American Index of the Hidden and Unfamiliar, 2007
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon


Nuclear Waste Encapsulation and Storage Facility, Cherenkov Radiation Hanford Site, U.S. Department of Energy
Southeastern Washington State
An American Index of the Hidden and Unfamiliar, 2002
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon

Ancora una volta il commento di Salman Rushdie è illuminante. Il riferimento è alla già citata immagine delle vasche di raffreddamento per le barre radioattive, immagine che per un fortuito ed intrigante effetto visivo sembra delineare una carta geografica degli Stati Uniti. “Quando un fotografo realizza un’immagine così potente ed espressiva” scrive Rushdie “anche una persona fedele al valore della parola come me è pronta ad ammettere che una fotografia del genere vale più di 1.000 parole”. Quella fotografia, che compare per prima nel ‘American Index’, dà il “la” a tutto il lavoro, suggerendo il vero valore che, sottotraccia, pervade la riflessione di Simon. Il progetto è realizzato negli anni post 11 settembre e da questo punto di vista si pone come una serie di quesiti che riguardano il rapporto tra le società liberali-occidentali (americana in particolare) e il potere, il controllo, in fin dei conti la democrazia. “Nei 5 anni che hanno seguito l’11 settembre” dice Simon “mentre il governo degli Stati Uniti e i mezzi di comunicazione cercavano in luoghi nascosti e lontani al di là delle proprie frontiere, ho deciso di puntare il mio sguardo all’interno, su quello che era nascosto ed inaccessibile al pubblico all’interno del Paese e che era parte integrante della struttura degli Stati Uniti, della sua mitologia, della sua metodologia e funzionamento quotidiano”. Da questo punto di vista il lavoro di Taryn Simon focalizza l’attenzione su uno spazio che, di fatto, rappresenta un limbo, un non-luogo, scoprendo “il fossato che separa gli individui che hanno l’accesso al sapere dal resto della popolazione” dice l’artista.

Il contenuto del lavoro trova, da questo punto di vista, una perfetta identificazione nell’approccio metodologico: la struttura formale dell’opera di Simon attira l’attenzione del lettore/osservatore sulla coesistenza tra immagine e testo quindi, di fatto, sullo spazio quasi impercettibile ma cruciale che li separa e li unisce allo stesso tempo. L’immagine ha il ruolo primario di sedurre, spiega Simon, il testo deve fornire informazioni che siano le più fattuali possibile.

L'accumulazione, la perdita del valore, la perdita di senso


Bird corpse, labeled as home décor
Indonesia to Miami, Florida (prohibited)
Contraband, 2010
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon

La ricerca di Taryn Simon sul concetto di archivio trova la sua sublimazione in un lavoro realizzato nel 2009. Per ‘Contraband’ (pubblicato nel 2010) Simon resta una settimana intera, giorno e notte “senza dormire”, secondo la sua dichiarazione, nei locali dell’aeroporto Jfk di New York, e raccoglie le fotografie di oltre mille articoli e oggetti sequestrati alla dogana. Dalle sigarette al cibo, dai prodotti farmaceutici alle borse contraffatte. Simon dispone tutto nella maniera più asettica possibile, reinterpretando l’insegnamento di ‘Perfect Documents’ di Walker Evans e il modo in cui fotografò gli oggetti dell’arte africana per il Moma, nel 1935. In ‘Contraband’ ho ancora una volta utilizzato “il concetto di catalogo” ha spiegato Simon “ma interpretandolo come se fosse una performance, in uno spazio e in un luogo determinato”. Gli elementi sono classificati per categorie e il solo denominatore comune rintracciabile è il fatto che siano stati l’oggetto di un divieto, il divieto d’importazione. È quello che Taryn Simon ha descritto come un “caos ragionato”.


Borsette, Louis Vuitton (d'imitazione)
Contraband, 2010
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon


Detail, Chapter I
A Living Man Declared Dead and Other Chapters I–XVIII, 2011
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon

La fotografia di Taryn Simon, che adotta uno stile documentario per approdare ad una riflessione concettuale, si inscrive perfettamente nella definizione che forniva Susan Sontag quando avvertiva che la fotografia è il mezzo surrealista per definizione. Senza bisogno di ricorre ad alcun artificio supplementare, la fotografia permette la trasformazione della realtà in qualche cosa che come niente altro assomiglia alla realtà ma che (essendo un foglio di carta bidimensionale) non è la realtà. I temi e i soggetti presi in considerazione da Simon permettono di approdare quasi all’iperrealismo, nella misura in cui presentano e rappresentano fenomeni tangibili ma di cui difficilmente l’immaginario quotidiano arriva ad avere coscienza.

Qualcuno ha scritto che Simon ama fotografare cose che ufficialmente non esistono, che non sono mai successe o che non possono essere viste. E che, generalmente, chi ha una passione di questo tipo, si dedica alla fantascienza. Ma Taryn Simon, che oltre ad aver seguito i corsi di fotografia alla Rhode Island School of Design ha studiato Semiotica alla Brown University, è invece disperatamente affascinata da quanto la realtà sia complessa, sfuggente e in definitiva difficilmente conoscibile. Ma la fantascienza è un’altra cosa. E la ricerca della fotografa si sviluppa in forma di rizoma, seguendo le piste della realtà che in ogni sua diramazione può portare a nuovi collegamenti.


Chaptre VII
A Living Man Declared Dead and Other Chapters I–XVIII, 2011
Courtesy of the artist © 2014 Taryn Simon

Con ‘A Living Man Declared Dead and Other Chapters I-XVIII’ Taryn Simon compie un’operazione ancora più audace. Con una sensibilità che potremmo quasi definire pirandelliana compone un mosaico di storie (suddiviso appunto in 18 capitoli) in cui si mescolano come in un labirinto di cui seguire il tracciato, legami e relazioni che hanno a che vedere con il territorio, con il potere, con singole e precise circostanze, con la religione, con le tradizioni e le credenze, personali o collettive. Alcuni dei temi trattati sono le vittime della guerra in Bosnia, la storia della prima donna che ha dirottato un aereo o quella di contadini privati della propria terra in India.

Qui la lezione del metodo “scientifico” che può essere rintracciabile in una fotografa come Berenice Abbott e il tentativo di applicare il concetto d’archivio alla categoria degli esseri umani tipico di August Sander, si fondono. Il risultato è il frutto di quattro anni di ricerche, effettuate tra il 2008 e il 2011, viaggiando in tutto il mondo per collezionare storie che avessero come filo rosso il legame del sangue inteso come filiazione parentale. Ecco allora che, nella realizzazione materiale, i ritratti dei personaggi o le fotografie di oggetti significativi per la narrazione, si ritrovano accanto a pannelli/fotografie dello stesso formato ma lasciati vuoti, laddove risalire l’albero genealogico o la storia degli individui non è stato possibile. Ma non per questo la sua macchina fotografica si è astenuta dal registrare la realtà.