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Mina: il prezzo della guerra

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Mina: il prezzo della guerra

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“Mina” Hira Pokhrel, esercito popolare di liberazione:
“Le donne devono poter imbracciare le armi, se e quando necessario, per cambiare la società. Non ero sola, molte donne hanno lottato con noi. E’ solo a questo prezzo, ossia prendendo le armi, che abbiamo potuto trasformare le nostre vite e produrre cambiamenti nel Paese”.

Mina ha 26 anni ed è una ex combattente dell’esercito popolare di liberazione del Nepal. A 18 anni ha cominciato a militare nelle fila dei ribelli maoisti che nel 1996 si erano sollevati contro la monarchia. Un conflitto durato dieci anni e costato la vita a circa 16000 persone, seguito da un accordo di pace e dall’instaurazione della Repubblica nel 2008.

Da allora le forze contrapposte sono impegnate in un difficile processo di riconciliazione. Mina è tra le tante donne che hanno partecipato a quel conflitto. Da oltre quattro anni vive nel campo di Shaktikhor, un centinaio di chilometri a ovest della capitale Katmandu.

E’ uno degli accantonamenti dove vivono circa 19mila ex ribelli, in attesa di essere reintegrati nell’esercito o nella società civile. Questa ex guerrigliera ha perso la gamba destra saltando su una mina durante un raid. Le donne, dice, hanno pagato un pesante tributo durante il conflitto.

“Le donne hanno sofferto molto. Quando gli uomini entravano a far parte della guerriglia maiosta, le donne nei villaggi venivano molestate dalle forze di sicurezza. Molte di loro sono state stuprate. Durante numerosi attacchi le donne sono state torturate dai soldati. Al alcune sono stati strappati gli occhi, alcune sono state arse vive dopo essere state cosparse di cherosene. Queste cose sono successe davvero. Le donne hanno sofferto molto in Nepal”.

E’ anche per le donne che si è battuta, dice Mina. Secondo lei il conflitto ha migliorato molto il loro destino. A partire dal suo. Nonostante l’handicap e la scomparsa del primo marito, questa giovane donna descrive positivamente la propria esperienza. Nel campo ha imparato a leggere e si è risposata.

“La situazione delle donne è cambiata molto e sicuramente la mia è migliorata molto”, racconta Mina. “Quando vivevo nel villaggio, ero confinata tra quattro mura, a cucinare, non sapevo fare altro. Dopo ho imparato molte cose. Qui ho potuto studiare e ho imparato molto sulla politica. Ho imparato a cucire. La cosa più importante per me è aver imparato a maneggiare le armi, a fabbricare munizioni, esplosivi. Per me è straordinario!”.

Come molti, Mina aspetta che il processo politico avviato per riabilitare gli ex ribelli e integrarli nell’esercito regolare o nelle forze di sicurezza nepalesi, vada a buon fine. Qui nel campo il tempo a volte passa lentamente e la vita non è sempre facile. Oltre alle letture e alle faccende domestiche, Mina cuce per guadagnarsi da vivere.

Nonostante il prezzo pagato e le incertezze del futuro, ne è valsa la pena, dice. “Non ho rimpianti, perché ero in missione per cambiare la società. Le donne devono essere pronte a perdere qualcosa per guadagnarne altre. Sapevamo molto bene che potevamo perdere una parte del nostro corpo, o morire. Guardando le cose con distacco, sono contenta di aver partecipato alla lotta. Bisogna battersi per i propri diritti, non si può aspettare che ci vengano concessi, senza far niente. Bisogna prenderseli. Non ho rimorsi”.