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Tasse in Spagna, 53,60 euro su 100 al fisco: l’analisi critica del governo Sánchez

Un paio di monete e una banconota con la bandiera spagnola sullo sfondo
Un paio di monete e una banconota con la bandiera della Spagna sullo sfondo -  Diritti d'autore  'Euronews España'
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Di Cristian Caraballo
Pubblicato il
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Uno studio di un think tank liberale, critico nei confronti del governo Sánchez, conta 141 aumenti di tasse e contributi dal 2018 e lega il maggior gettito al peggioramento di casa, sanità ed istruzione

Più della metà del costo di un lavoratore medio in Spagna finirebbe tra imposte e contributi. È la stima dell’Istituto Juan de Mariana, centro studi di orientamento liberale e critico nei confronti del governo di Pedro Sánchez, secondo cui 53,60 euro ogni 100 euro spesi dall’azienda per un dipendente finiscono alle amministrazioni pubbliche.

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La cifra è contenuta in un rapporto che l’istituto definisce un’"autopsia economica" degli anni del sanchismo, pubblicato in un momento delicato per il governo spagnolo, dopo la convocazione anticipata delle elezioni generali. A riportarne i contenuti è il quotidiano spagnolo The Objective.

Il documento, firmato da Diego Sánchez de la Cruz, responsabile degli studi dell’istituto, stima un costo del lavoro medio di 39.481 euro annui, di cui 21.144 destinati al fisco e alla previdenza sociale. Non significa che oltre metà dello stipendio lordo venga trattenuto in busta paga: il calcolo comprende infatti contributi, imposta sul reddito, IVA e tributi comunali e speciali, rapportandoli al costo complessivo sostenuto dall’azienda.

Tasse in Spagna, 141 aumenti dal 2018

Il rapporto riprende dati già pubblicati dall’istituto nell’"Impuestómetro 2026", che censisce 141 aumenti del carico fiscale tra il 2018 e il 2026. Di questi, 63 sarebbero riconducibili a modifiche normative, 46 al mancato adeguamento dell’IRPEF spagnola all’inflazione e 32 a revisioni catastali.

Secondo le stime del centro studi, un contribuente medio verserebbe 460.600 euro di imposte nell’arco della vita, una cifra equivalente a quasi trent’anni di reddito calcolato sul salario più frequente. Se il confronto viene effettuato con il salario medio, l’importo corrisponde a 16,4 anni di stipendio.

Dal 2018, sempre secondo il rapporto, le entrate da imposte e contributi sono aumentate del 39,7%, con 168,166 miliardi di euro in più. Si tratta di un incremento nominale, che riflette anche l’inflazione e la crescita dell’occupazione. Nello stesso periodo, la pressione fiscale, cioè il rapporto tra il gettito e il prodotto interno lordo, sarebbe salita dal 34,9% al 37,1%.

Sanità e istruzione, la spesa cresce ma restano le criticità

L’analisi riconosce che, negli anni considerati, la spesa pubblica per la sanità è aumentata del 43% e quella per l’istruzione del 40%. L’istituto sostiene tuttavia che l’incremento delle risorse non si sia tradotto in un miglioramento equivalente dei servizi.

A sostegno della propria valutazione, il rapporto cita 853.509 pazienti in lista d’attesa per un intervento chirurgico, un aumento del 28%, e un’attesa media di 102 giorni per una visita specialistica. Richiama inoltre i risultati del programma internazionale PISA, utilizzato per confrontare le competenze degli studenti.

Il documento denuncia anche la crescita del debito pubblico, che quantifica in 1.763 miliardi di euro, circa 600 miliardi in più rispetto a otto anni prima. Sul fronte previdenziale, sottolinea che una quota pari a un quarto della spesa per le pensioni sarebbe finanziata attraverso trasferimenti dello Stato.

Si tratta delle conclusioni dell’istituto, che interpreta questi indicatori come segnali di un peggioramento della gestione pubblica. Il rapporto non include una replica dell’Esecutivo alle singole contestazioni.

Affitti più alti dei salari dei giovani

La difficoltà di accesso alla casa è un altro dei punti centrali dell’analisi. Secondo i dati riportati, il canone mediano d’affitto ha raggiunto i 1.080 euro mensili, superando il salario mediano dei giovani, pari a 1.048 euro. Solo il 15,2% dei giovani vivrebbe fuori dalla famiglia d’origine in autonomia: una quota che, secondo lo studio, rappresenta il livello più basso dal 2006.

L’istituto attribuisce il divario soprattutto alla carenza di abitazioni disponibili. Dal 2021 si sarebbero formati 1,16 milioni di nuovi nuclei familiari, a fronte di appena 465.000 nuove abitazioni completate.

Nel mirino finiscono anche i limiti agli affitti introdotti dalla legge sulla casa. Il rapporto associa queste misure a una diminuzione dei nuovi contratti del 43% a Barcellona, del 44% in Navarra e del 51% ad A Coruña. Si tratta di correlazioni sostenute dall’autore dello studio, che non dimostrano da sole un rapporto causale tra le restrizioni e il calo delle locazioni.

Il tema è tornato al centro dello scontro politico dopo la bocciatura in Parlamento dei cosiddetti "decretos Maricarmen", provvedimenti che il governo Sánchez aveva difeso come strumenti per contrastare la speculazione e contenere le difficoltà abitative. Il primo decreto è stato respinto venerdì con 178 voti contrari e 172 favorevoli.

Salario minimo in aumento, ma restano le critiche al mercato del lavoro

Sul fronte occupazionale, il rapporto riconosce che il salario minimo è aumentato del 66% durante il periodo esaminato. L’istituto sostiene però che la crescita abbia contribuito a una "compressione salariale senza precedenti", con una riduzione delle distanze tra le retribuzioni.

Il documento contesta inoltre il modo in cui viene rappresentata la disoccupazione in Spagna, sostenendo che i dati ufficiali non riflettano pienamente la condizione dei lavoratori con contratti a tempo indeterminato discontinuo che si trovano in periodi di inattività. È una critica alla metodologia di lettura dei dati occupazionali, non una dimostrazione che le statistiche ufficiali siano falsificate.

Nel bilancio negativo dell’istituto rientra anche la risposta dello Stato alle emergenze, dalla pandemia di Covid-19 alla DANA, la devastante alluvione che ha colpito soprattutto la Comunità Valenciana nel 2024, fino alla crisi di Ceuta. Il centro studi giudica "nulla" la risposta pubblica e definisce "devastante" il periodo analizzato.

Il governo Sánchez respinge le critiche sul fisco

Il rapporto non riporta la posizione dell’Esecutivo sulle singole accuse. In passato, il governo spagnolo ha contestato ricostruzioni di questo tipo, rivendicando gli interventi a sostegno dei redditi e delle classi medie.

Nel 2025, il ministero delle Finanze aveva sostenuto che le riduzioni fiscali introdotte per le fasce medie avessero generato risparmi per 38 miliardi di euro.

La pubblicazione dello studio arriva mentre la Spagna si prepara a una nuova fase di confronto politico dopo la decisione di Sánchez di anticipare le elezioni generali. Il peso delle imposte, il costo della casa e la qualità dei servizi pubblici si confermano così temi centrali del dibattito sul bilancio degli anni di governo socialista.

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