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Putin ha autorizzato UniCredit a vendere parte delle attività russe, ma a quale prezzo per la banca italiana?

ARCHIVIO - Ingresso della torre UniCredit nel quartiere d'affari di Porta Nuova a Milano, Italia, 13 dicembre 2016.
ARCHIVIO - Ingresso alla torre UniCredit nel quartiere d'affari di Porta Nuova a Milano, Italia, 13 dicembre 2016. -  Diritti d'autore  Luca Bruno/Copyright 2017 The AP. All rights reserved.
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Di Сергiй Дубина
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Il presidente russo Vladimir Putin ha autorizzato la riorganizzazione di AO UniCredit Bank, filiale e controllata russa del gruppo bancario italiano Unicredit con sede a Mosca. Il gruppo italiano ha stimato l’impatto negativo dell’operazione sulle proprie finanze tra i 3 e i 3,3 miliardi di euro

Lunedì il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto che autorizza la banca italiana UniCredit a vendere una parte delle sue attività in Russia, aprendo la strada alla riduzione della presenza del gruppo milanese nel Paese.

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La filiale russa UniCredit Bank opera in Russia dal 1989 ed è tra le 30 maggiori banche del Paese; ha proseguito la sua attività nella Federazione Russa dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel febbraio 2022.

Nel maggio scorso la banca con sede a Milano ha annunciato l’intenzione di vendere una parte della sua controllata russa a un "autorevole investitore privato degli Emirati Arabi Uniti", con "rapporti di lunga data con le istituzioni locali e il mondo degli affari", mantenendo però una quota di attività legata ai servizi di pagamento.

Il quotidiano "Kommersant" scriveva che l’investitore interessato agli asset rappresenta Alfa Group, un conglomerato internazionale considerato "ben visto" dal Cremlino, uno dei cui fondatori è il miliardario recentemente uscito dal regime di sanzioni europeo Mikhail Fridman.

Il decreto "autorizza la riorganizzazione" delle attività della società in Russia e prevede la scissione da UniCredit Bank, la persona giuridica russa, di una nuova società che resterà di proprietà del gruppo italiano UniCredit.

In base al decreto, il gruppo italiano dovrà cedere il 100% delle azioni della banca russa UniCredit Bank.

La "nuova banca" scorporata resterà agli italiani e si concentrerà sui pagamenti internazionali in euro e dollari per clienti corporate non soggetti a sanzioni.

Il resto delle attività passerà all’acquirente, il cui nome UniCredit non ha reso noto.

Il gruppo italiano ha stimato l’impatto negativo dell’operazione sul proprio risultato finanziario tra 3 e 3,3 miliardi di euro.

Quali sono le condizioni di uscita dalla Russia per le banche straniere

Senza l’autorizzazione personale del presidente russo l’operazione non sarebbe stata possibile, scrive RFERL: dal 2022, in base al decreto sulle misure speciali contro i Paesi considerati "ostili", UniCredit Bank figura nell’elenco delle banche per le cui operazioni con le azioni è necessario un permesso speciale.

Nell’ultima versione, datata 2025, della lista delle 12 banche "di rilevanza sistemica", la Banca Centrale russa ha mantenuto UniCredit e Raiffeisenbank, nonostante le richieste della Banca centrale europea di chiudere le loro attività in Russia e le dichiarazioni degli stessi istituti sulla strategia di riduzione delle operazioni nel Paese.

Oltre a queste due banche occidentali "sistemiche", in Russia continuano a operare, ma su scala ridotta, anche l’italiana Intesa Sanpaolo e l’ungherese OTP Bank.

Intesa Sanpaolo mantiene un’attività limitata nel corporate banking, ha ottenuto un permesso condizionato per lasciare il mercato in base a un decreto presidenziale e ha ridotto drasticamente il proprio portafoglio.

OTP Bank, invece, evita una completa uscita dal mercato e prosegue l’attività tramite la sua controllata russa.

Parallelamente alla necessità del "benestare del Cremlino" per lasciare la Russia, nel 2024 le condizioni di uscita sono state irrigidite in modo significativo: nella vendita di una banca straniera lo sconto sul prezzo deve essere almeno del 60% rispetto al valore di mercato e il venditore deve versare un contributo "volontario" al bilancio federale pari ad almeno il 35% del valore dell’operazione, il che mette direttamente le società occidentali a rischio di violare le sanzioni dell’UE e degli Stati Uniti contro la Russia, perché questi pagamenti possono essere assimilati al rafforzamento della "cassa di guerra" di Mosca.

Se tali condizioni saranno applicate all’operazione in corso, secondo le stime degli esperti il venditore potrebbe incassare circa il 10% del capitale di UniCredit Bank.

In risposta ai ripetuti appelli delle autorità e dei regolatori europei a ritirarsi dalla Russia, il gruppo milanese ha sempre sostenuto che farlo è impossibile senza il "semaforo verde" del Cremlino e che non aveva alcuna intenzione di svendere le sue attività russe, come molte altre aziende occidentali sono state costrette a fare.

Come si è comportato il Cremlino con le aziende straniere rimaste in Russia

Dall’inizio del conflitto in Ucraina centinaia di aziende straniere hanno completamente cessato o almeno limitato le loro attività in Russia.

Il destino di chi è rimasto – "senza cedere all’isteria antirussa", secondo la formula del regime di Mosca – non è stato però sempre semplice, nonostante il benestare "dall’alto".

Non bisogna andare lontano per trovare esempi: il 17 settembre Putin ha firmato un decreto che trasferisce la gestione di quote e azioni in 16 imprese collegate a Nestlé, Auchan e ad altri gruppi occidentali a una società poco conosciuta, L.E.V. Management, risultata in seguito legata alle strutture di sicurezza russe.

Pochi giorni dopo, il lunedì seguente, il grossista e catena di distribuzione alimentare tedesca Metro AG ha perso il controllo operativo sulla sua controllata russa: Putin ha trasferito l’azienda alla società UK Torg RUS.

A una domanda se le filiali russe di UniCredit o dell’austriaca Raiffeisen potessero essere le prossime nella lista, il Cremlino allora rispose: "Che abbiano paura".

Per gli italiani la fase della paura sembra dunque essere passata; gli austriaci, invece, con ogni probabilità trattengono il fiato.

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