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L'esodo dei Rohingya in Bangladesh

Una nuova ondata di rifugiati si riversa in uno dei paesi più poveri al mondo

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L'esodo dei Rohingya in Bangladesh

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Una nuova ondata di Rohingya entra in Bangladesh

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""Dobbiamo convincere il governo di Myanmar che stiamo parlando di diritti umani. Non è un conflitto religioso, non è un problema religioso. Sono diritti umani, diritti fondamentali per qualsiasi persona, per qualsiasi essere umano. Sono d'accordo con il Segretario Generale dell'ONU Guterres: forse l'unica descrizione"

Christos Stylianides, Commissario europeo per gli Aiuti Umanitari

Otto mila rifugiati provenienti dal Myanmar si sono riversati in Bangladesh. Passati attraverso il posto di confine di Anjumanpara, nel Sud-est del Paese, si aggiungono agli oltre sei mila giunti da agosto. Bloccati per giorni sulle rive del fiume Naf, nel distretto di Cox’s Bazaar, sono stati trasferiti in uno dei campi nelle vicinanze. Noi li abbiamo incontrati sulla lingua di terra dove sono rimasti confinati in attesa del via libera dalle autorità per accedere ai campi. Ognuno di loro ha una storia da raccontare, come Setare Begum, diciassette anni, rimasta orfana:

“I soldati sono venuti a casa a cercare mio padre mentre si stava nascondendo dall’esercito”, racconta Setare- “hanno ucciso mia madre con un coltello e quando mio padre è tornato, hanno ucciso anche lui. Ho dovuto camminare per otto giorni per raggiungere questo confine. Quando ho finito il cibo, ho mangiato foglie e tutto quello che ho trovato nella foresta “.

Arrivano al confine avendo lasciato tutto o quasi. Chi è riuscito a salvare qualche documento, ne prende religiosa cura. Abbiamo visto proprietà di terreni e certificati di matrimonio lasciati asciugare al sole.
Potrebbero essere la chiave per ritornare a Myanmar, un giorno. Ne è convinto Abdulrahim, trent’anni e cinque figli:

“Ho viaggiato per 22 giorni. Durante questo periodo mio padre è morto. Sono qui al confine da tre giorni “.

Le ONG chiamate ad assistere un numero sempre più elevato di rifugiati

Le ONG si sono ormai abituate a questi spostamenti in massa dalla parte birmana del fiume Naf. Le squadre mobili arrivano nei punti di assembramento come questo con acqua e cibo non appena vengono allertati dell’arrivo imminente dei rifugiati.

“Da agosto questa è una situazione continua e comune ai confini -ci racconta Ismail Faroque Manik, esperto nutrizione per l’ONG Azione Contro la Fame – Questa è la quarta volta che c‘è un afflusso in questo punto della frontiera. Finora 35.000 persone sono passate da qui. Una volta arrivate, devono aspettare quattro o cinque giorni per ricevere l’autorizzazione a stabilirsi nei campi “.

I rifugiati più vulnerabili sono stati evacuati subito. Alcuni erano troppo deboli per camminare. Chi opera nelle organizzazioni umanitarie riferisce di ferite da proiettili e di fratture causate da cadute lungo i sentieri scivolosi. I rifigati che abbiamo incontrato sul fiume sono stati trasferiti a Balukhali, un insediamento di recente apertura ormai confinante con Kutupalong.

Questo insediamento oggi assomiglia ad un cantiere in fermento. Nuove estensioni vengono costruite intorno al campo originale, realizzato nel ’92 solo per i rifugiati registrati. Oggi, insieme agli insediamenti improvvisati, per i rifugiati non registrati, ospita circa 460.000 persone.

La visita del Commissario Stylianydes

Durante la sua prima visita a Kutupalong, a fine ottobre, il Commissario europeo per gli Aiuti Umanitari, Christos Stylianides, è rimasto “sconvolto” dall’enormità dell’emergenza.

“Dobbiamo convincere il governo di Myanmar -ha precisato – “che stiamo parlando di diritti umani. Non è un conflitto religioso, non è un problema religioso. Sono diritti umani, diritti fondamentali per qualsiasi persona, per qualsiasi essere umano. Sono d’accordo con il Segretario Generale dell’ONU Guterres: forse l’unica descrizione di questa situazione è…pulizia etnica “.

Con la minaccia di sanzioni contro il Myanmar e le notizie di atrocità commesse dall’esercito, c‘è la speranza che la crisi abbia raggiunto il punto in cui si deve necessariamente trovare una soluzione politica.

“Mentre interi villaggi di Rohingya continuano ad affluire verso il Bangladesh e a cercare la via verso i campi di rifugiati sempre piu affollati” -dice la nostra inviata Monica Pinna – “il loro esodo in termini di quantità di persone sfollate in tempo di tempo è paragonabile solo al genocidio del Ruanda nel ’94 ”.

Le Nazioni Unite temono che, se i Rohingya torneranno in Myanmar dal Bangladesh, “potrebbero essere incarcerati o rinchiusi in campi di detenzione”. Per un ulteriore approfondimento, guardate il nostro reportage “Aid Zone”, in onda dal 23 novembre.