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Italia: a Napoli il Centro tartarughe marine più grande del Mediterraneo

Alga adattata al freddo grazie a una doppia personalità, su Nature il lavoro dei ricercatori della Stazione Zoologica Anton Dohrn

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Italia: a Napoli il Centro tartarughe marine più grande del Mediterraneo

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Una nursery per i cuccioli, un ospedale dove curare gli animali feriti, laboratori per la ricerca e una esposizione didattica. Apre vicino la città di Napoli, in Italia, il Centro Ricerche Tartarughe Marine più grande del Mediterraneo.

Il centro è stato realizzato dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn. Si trova a Portici, nello storico complesso che fu Macello Borbonico, messo a disposizione gratuita dal comune.

Costato oltre 1,3 milioni di euro, il centro raccoglie l’eredità del Turtle Point di Bagnoli, chiuso nel 2014.

‘‘Il Centro di Portici è un avamposto di tutte le ricerche che facciamo a mare, per quanto riguarda la qualità degli ecosistemi marini – ha detto Vincenzo Saggiomo, direttore generale della stazione zoologica Anton Dohrn – e soprattutto per quanto riguarda la possibilità di poter dare un supporto all’amministrazione pubblica per intervenire e restituirci il mare pulito che e’ anche una richiesta che ci fa la comunità europea attraverso una legge che lo Stato italiano ha recepito che si chiama ‘strategia marina’, secondo la quale noi dovremo raggiungere il buono stato ambientale entro il 2020’‘.

La struttura è dotata di ambulatorio, sala operatoria, strumenti per le radiografie e laboratori per le analisi ambientali perché ospita anche l’Osservatorio del Golfo di Napoli, per il monitoraggio della qualità delle sue acque.

All’interno, oltre ai laboratori per analisi ambientali e biologiche, alla sala chirurgica e radiologica, c‘è un angolo dedicato alle scuole e ai visitatori con un touch screen in grado di dare informazioni sulle tartarughe e acquari tematici dedicati ai descrittori di qualità ambientale degli ecosistemi marini.

Al momento vi sono diciassette tartarughe ‘ospedalizzate’, tutte della specie ‘Caretta Caretta’ tranne una, la ‘Chelonia Mydas’ (della famiglia Cheloniidae) giunta da Brindisi e ricoverata per una pinna atrofizzata. La gran parte di esse ha subito danni da inquinamento marino dovuto alla ingestione di materiale plastico o traumi da impatto contro imbarcazioni.

Il centro sarà visitabile e si dedicherà anche alla divulgazione con una esposizione didattica e sale multimediali aperte alle scolaresche e al pubblico in generale.

SU NATURE IL LAVORO DEI RICERCATORI DELLA STAZIONE ZOOLOGICA

Alga adattata al freddo grazie a una ‘doppia personalità’

L’alga alla base della catena alimentare degli oceani è riuscita ad adattarsi al freddo più rigido, come quello dell’oceano antartico, grazie a una ‘doppia personalità’. Riesce infatti a utilizzare parti del Dna diverse in base alla temperatura in cui vive.

Lo ha scoperto il gruppo coordinato da Thomas Mock, dell’Università britannica East Anglia di Norwich. La ricerca parla anche italiano, con il contributo di Remo Sanges e Mariella Ferrante, della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli.

Come il dottor Jekyll e mister Hyde del romanzo di Robert Louis Stevenson, in questa minuscola alga coesistessero due ‘personalità’ diametralmente opposte. In pratica questa alga, che come l’uomo ha due versioni di ogni gene, può ‘accendere’ selettivamente la versione più adatta all’ambiente in cui vive.

Grazie a questa capacità la diatomea polare, Fragilariopsis cylindrus, si è adatta a vivere nell’ambiente estremo dell’Antartide, caratterizzato da temperature sotto lo zero e periodi di oscurita’ prolungati. Questo ‘trasformismo’, ha spiegato Sanges, ‘‘avviene grazie a un’estrema variabilità delle copie dei geni, caratteristica mai osservata prima in un
organismo marino’‘.

Il fenomeno è stato scoperto confrontando il Dna di questa specie con quello di una ‘cugina’ che vive in climi temperati e che prospera nel Golfo di Napoli, la diatomea Pseudo-nitzschia multistriata. Grazie alla sua capacità di adattamento, la Fragilariopsis cylindrus è diventata una specie fondamentale nell’Oceano Antartico dove è l’alimento base per il krill, nei pinguini, nelle foche nelle balene.

Queste alghe, ha aggiunto ‘‘potrebbero fornire conoscenze per la produzione di biocarburanti, perché producono, con la più alta efficienza conosciuta, acidi grassi che utilizzano nei periodi senza luce’‘.