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Sei mesi dopo Aylan Kurdi, bambini continuano a morire in mare

Sei mesi fa, la morte del piccolo Aylan Kurdi sulla costa turca commuoveva il mondo e spingeva l’Unione europea a considerare nuovi modi per

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Sei mesi dopo Aylan Kurdi, bambini continuano a morire in mare

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Sei mesi fa, la morte del piccolo Aylan Kurdi sulla costa turca commuoveva il mondo e spingeva l’Unione europea a considerare nuovi modi per affrontare la crisi dei rifugiati.

Per la morte di Aylan, in Turchia, sono a processo due presunti scafisti, che a loro volta accusano il padre del bambino.

Ma da allora altri 340 migranti minorenni sono annegati nella stessa zona, rincorrendo il sogno di vivere in pace.

Per far fronte alle difficoltà di Grecia e Italia nel gestire il maggiore impatto degli sbarchi, Bruxelles ha stabilito un piano per ridistribuire i migranti e ha permesso la temporanea reintroduzione dei controlli alle frontiere.
La Commissione ha allocato oltre 70 milioni di euro di fondi per l’emergenza.
Ma i bambini continuano a morire.

Ottobre è stato il mese peggiore, con 84 minori morti, la metà dei quali in un solo giorno, mercoledì 28.

‘Tragedia intollerabile’

La percentuale di bambini tra i migranti in arrivo in Europa è passata da uno su dieci nel giugno 2015 (secondo i dati OIM) a uno su tre ad ottobre, testimoniando la sempre maggiore necessità di famiglie intere di sfuggire ai conflitti.




Sarah Crowe, portavoce dell’UNICEF, ha dichiarato a Euronews (qui l’intervista integrale) che in molti casi gli uomini avevano preceduto le famiglie nella traversata e poi mogli e figli tentavano di raggiungerli.

“Una mamma con cui ho parlato ha partorito alla frontiera tra la Turchia e la Grecia mentre tentava di raggiungere il marito in Germania” ha raccontato Crowe. “In media annegano due bambini ogni giorno.”

“È una tragedia intollerabile – ha aggiunto – il fatto che bambini che fuggono dalla guerra e dai conflitti per la speranza di una nuova vita in un altro Paese finiscano per morire in mare. Ci deve essere un’enfasi molto maggiore sulla sicurezza di questi percorsi.”

MOAS, una ONG che soccorre i profughi in mare, afferma che le imbarcazioni utilizzate sono sempre meno sicure.

Il fondatore, Christopher Catrambone, dichiara: “Ciò cui stiamo assistendo nel Mare Egeo è ancora più terribile di quanto avevamo visto nel Mediterraneo. Dato che le distanze sono brevi, i trafficanti aumentano i rischi a spese dei rifugiati, spesso dando loro giubbetti di salvataggio scadenti e gommoni che non sono in grado di raggiungere la riva.”

Sulla vita dei migranti lucrano anche i venditori di canotti e giubbotti salvagente contraffatti
Uno scandalo che ha a volte complicità occidentali



La mappa delle tragedie in mare

Fonte: OIM





Deboli progressi

Tre settimane dopo la morte di Aylan Kurdi, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato che “la priorità assoluta deve essere la crisi dei rifugiati” e che “la decisione di ricollocare 160.000 persone dagli Stati più colpiti” era una storica dimostrazione di solidarietà.

Ma da allora, in sei mesi, solo 583 dei 160.000 rifugiati sono stati ridistribuiti. E, come ricorda Sarah Crowe, i lenti progressi nelle procedure per il ricollocamento e la concessione dell’asilo lasciano in particolare i bambini in una situazione di “vulnerabilità estrema”.

Molti di quei bambini viaggiano da soli. Europol denuncia che di circa 10.000 profughi minorenni arrivati in Europa si sono perse le tracce. Il timore è che molti di loro siano finiti vittime della criminalità organizzata.



Cosa deve essere fatto?

Le ONG chiedono che maggiori risorse siano dedicate alle operazioni di soccorso e all’accoglienza, ma soprattutto alla prevenzione delle crisi.

Sarah Crowe sottolinea: “Prima di tutto dobbiamo pensare ai Paesi d’origine. È il fallimento nel risolvere i conflitti che è alla radice del problema. Se ci fosse la pace in Siria, in Afghanistan, in Iraq e in altri posti pericolosi, la gente non scapperebbe.”

Una portavoce del MOAS afferma che le operazioni lanciate nell’Egeo il 23 dicembre 2015 hanno aiutato oltre 1.000 persone e aggiunge: “È triste che il mondo si sia ormai abituato a sentire notizie di bambini che annegano lungo le coste europee.”

Un portavoce della Commissione europea ha dichiarato a euronews: “Responsabilità politiche devono essere assunte ai massimi livelli in tutti gli Stati membri per assicurare che la risposta europea coordinata e concordata faccia affrontare la crisi dei rifugiati in maniera efficace sul terreno da parte delle autorità locali e nazionali col sostegno dell’UE.”

Video: il fondatore del MOAS commenta la crisi dei migranti