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Heysel: "Sul mio biglietto c'era scritto ‘settore Z’"

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Heysel: "Sul mio biglietto c'era scritto ‘settore Z’"

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Trent’anni fa. Sono già passati trent’anni eppure i ricordi di quel giorno sono incisi nella memoria, come se appartenessero a ieri.

Point of view

Qualcuno parla di morti, ma facciamo tutti fatica a crederci.

Ero partita da Milano, con un pullman di tifosi della Juventus, per andare ad assistere alla finale di quella che all’epoca era la Coppa dei Campioni.

Un viaggio interminabile, conclusosi il mercoledì mattina a Bruxelles.

Sciarpa al collo, l’idea era di dare uno sguardo alla capitale belga prima di andare allo stadio. Ma i ‘progetti’ cambiano subito. La città sembra impazzita. Tifosi ovunque. Della Juventus e del Liverpool. Quel che mi impressiona è il ‘tasso alcolemico’ degli inglesi.

Sono solo le dieci del mattino, ma molti di loro sono già ubriachi, mezzi nudi, sotto un sole cocente, inusuale da quelle parti.

Mi dico che è meglio restare in gruppo e andare allo stadio il prima possibile. Per trovare un posto come si deve. Sul mio biglietto c‘è scritto ‘settore Z’, ma poche ore dopo lo scambio con un ragazzo. Tutti i miei amici insistono perché vada con loro nella curva destinata ai supporter della Juventus e io mi lascio convincere.

Dall’esterno l’Heysel fa paura. Fino a quel momento non avevo mai visto uno stadio simile. All’esterno è circondato da due recinzioni in fil di ferro che in un secondo vengono divelte. Il muro di cinta è fatiscente. La struttura quasi non si vede, sembra scavata nel sottosuolo.

Io entro senza che nessuno riesca a controllare il mio biglietto. Quel tagliando verde lo conservo ancora intatto in un cassetto. All’interno è un disastro. Le gradinate è come se fossero in terra battuta. I cordoli, se ci appoggi un piede, saltano via. Mi chiedo subito quanta gente riuscirà a entrare in modo abusivo. Tanta. Troppa. Il settore Y, quello in cui sono relegati i tifosi dei Reds, è pieno all’inverosimile.

Gli inglesi non ci stanno più e letteralmente ‘trabordano’. Scoppiano i primi tafferugli.
Io penso subito a chi è a casa. So che la gara è in diretta, spero non si preoccupino troppo. Ma non c‘è modo di far sapere loro che va tutto bene. Trent’anni fa era un’altra epoca. Senza cellulari, senza internet. Chiamare non si poteva.

Il crollo del muro della curva Z, da dove mi trovo (esattamente in diagonale), non si vede. Vediamo solo persone che scappano sul campo. Le voci si rincorrono. Qualcuno parla di morti, ma facciamo tutti fatica a crederci. Non capisco, non capiamo, la gravità di quello che sta succedendo.
Vedo entrare i poliziotti a cavallo. In testa ho ancora la voce di Gaetano Scirea che chiede in italiano di ‘restare calmi’. Della gara non ricordo nulla. Forse solo il rigore inesistente calciato da Platini.

Ricordo bene invece il dopo-partita. Quando ci tengono per un tempo interminabile dentro l’Heysel. L’idea della polizia belga è di evacuare prima gli inglesi per evitare scontri all’esterno dello stadio. Poi il tentativo di chiamare casa. Da una cabina del telefono. Prendere la linea era praticamente impossibile. Ci riesce una ragazza che aveva fatto il viaggio sul mio stesso pullman. A lei diamo l’elenco con nomi e numeri di telefono perché sua mamma avvisi i nostri genitori.

Solo di ritorno a Milano scopro che 39 persone hanno perso la vita. Il ragazzo a cui ho dato il mio biglietto di curva Z non si è fatto nulla.

Io, allo stadio, non ho più voglia di andarci.