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Via al processo per l'attentato di Boston, Dzhokar Tsarnaev rischia la pena capitale

Unico imputato, dopo la morte del fratello durante la caccia ai due. L'inizio del dibattimento rimandato più volte. Lui si dichiara innocente.

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Via al processo per l'attentato di Boston, Dzhokar Tsarnaev rischia la pena capitale

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Prenderà il via il 4 marzo a Boston il processo contro Dzhokar Tsarnaev, l’unico imputato per l’attentato alla martatona del 15 aprile 2013.

L’inizio è stato posticipato da una serie di rinvii, dovuti alle richieste della difesa. L’ultimo tentativo di far spostare la sede del dibattimento è stato respinto il 28 febbraio da una corte d’appello, alla quale gli avvocati si erano rivolti, sostenenedo che nella città del Massachusetts il loro assistito non avrebbe potuto avere un giudizio imparziale.

Le bombe alla maratona

Domenica 15 aprile 2013, giorno della tradizionale Maratona di Boston, sulla linea del traguardo esplodono due ordigni, confezionati con delle pentole a pressione ripiene di chiodi. Tre spettatori rimasero uccisi. Tra questi un bambino di 8 anni. Si chiamava Martin Richard e attendeva, assieme alala mamma e alla sorella, l’arrivo del padre.

Le altre vittime furono la cinese 23enne Lingzi Lu e Krystle Campbell, di 29 anni. I feriti furono 260. Tra le altre persone colpite, 16 dovettero subire amputazioni.

La caccia agli assassini

Dopo due giorni di serrata caccia all’uomo, l’Fbi identificò l’allora 19enne Dzhokar e il fratello 26enne Tamerlan come i probabili attentatori. Entrambi erano arrivati negli Stati Uniti la sera del 18 aprile. Poche ore dopo che i loro volti erano stati resi noti, un poliziotto di 27 anni, Sean Collier, fu ucciso nel campus del Massachusetts institute of technology.

Successivamente due giovani aggredirono, armi in pugno, un automobilista. L’uomo disse poi che affermavano di essere gli attentatori di Boston. Uno salì con lui nell’auto, l’altro all’inizio li seguì su un’altra vettura, per poi unirsi a loro. Il proprietario della Mercedes ML 350 era in preda al terrore, ma ebbe la sua occasione di fuggire quando Djokhar fu costretto ad andare all’interno a pagare, sfruttò un attimo di distrazione di Tamerlan e fuggì. La sua testimonianza alla polizia si rivelò poi decisiva per rintracciare i fratelli Tsarnaev.

La fine della fuga

L’epilogo della caccia si ebbe il 19 aprile. In due parti. La prima fu quella in cui morì il maggiore, Tamerlan, nel corso di un conflitto a fuoco nel quale i due terroristi risposero con esplosivi e proiettili al tentativo di cattura.

Dzhokhar sfuggì ancora per diverse ore, nelle quali alla popolazione di Boston era stato ordinato di non muoversi di casa. Sul finire della giornata, il ragazzo fu rintracciato, ferito e sanguinante, su un’imbarcazione ancorata sul retro di una villetta di Watertown, località della Greater Boston.

Entrarono in azione i negoziatori dell’Fbi e, dopo un’ora e mezza, il poco più che maggiorenne si arrese.

Il rischio condanna capitale

Sebbene il Massachusetts abbia abolito la pena di morte ufficialmente nel 1984 e, di fatto, ben prima dato che l’ultima esecuzione è datata 1947, Dzhokhar rischia la vita, perché in caso di terrorismo la legge federale consente di condannare all’esecuzione capitale anche dove essa non è prevista.

I procuratori federali hanno annunciato che chiederanno la pena di morte. Ben 17 delle 30 accuse federali contro di lui, tra le quali l’uso di un’arma di distruzione di massa per uccidere, possono portare a questo risultato.

La linea difensiva

Il dossier Tsarnaev è seguito da un team di difesa di alto profilo, del quale fa parte tra gli altri Judy Clarke, un avvocato di San Diego che in passato ha ottenuto il patteggiamento (evitando l’esecuzione ai suoi assistiti), in casi eclatanti come quello di Unabomber, al secolo Theodore Kaczynski, e quello dell’attentatore al Parco Olimpico di Atlanta, Eric Rudolph.

Ma in realtà, in questo caso, la linea difensiva, almeno al momento, è diversa, dato che il giovane si è dichiarato innocente per tutti i capi di accusa contestati. Lo ha fatto in occasione dell’udienza preliminare, a luglio del 2013.

Con quali argomenti il collegio difensivo proverà a perorare questa causa è difficile immaginarlo. Pare che i legali vogliano puntare molto sul rapporto di quasi devozione che Dzhokhar aveva con il fratello maggiore. E sarebbero addirittura intenzionati a portare davanti alla corte l’imbarcazione nella quale il ragazzo si era nascosto, per far “vivere” ai giurati più da vicino la difficoltà della situazione nella quale si trovava quando si è arreso.

Gli stessi giurati che, in precedenza, hanno ripetutamente provato a “ricusare”, affermando che la città dove erano avvenuti gli attentati non poteva giudicare serenamente Dzhokhar Tsarnaev. Ma i tentativi di spostare il processo altrove non hanno conseguito alcun risultato.

Solo pochi giorni fa la Corte d’appello ha dato ragione al giudice distrettuale George O’Toole, che già tre volte aveva respinto la richiesta di spostamento, ritenendo che non ci siano elementi “inconfutabili” per sostenere l’impossibilità di riceverebbe un processo equo da parte di una giuria imparziale.

La breve vita di Dzhokhar, che pareva perfettamente integrato

Nato nel luglio del 1993, in una famiglia di etnia cecena e confessione musulmana, Dzhokhar Tsarnaev ha vissuto i suoi primi anni tra Kirghizstan e Daghestan. Arrivò negli Stati Uniti, dove ottenne coi suoi familiari l’asilo politico, all’età di 8 anni. Viveva a Cambridge, vicino Boston, in un piccolo appartamento dove, oltre ai genitori e il fratello, c’erano anche le due sorelle.

Sembrava perfettamente adattato alla sua “nuova vita americana” sin dall’inizio. Descritto come gentile e giudizioso, si rivelò ben presto appassionato di sport, praticando prima la boxe, come suo fratello Tamerlan, poi la lotta grecoromana. Nel 2011 ottenne una borsa di sturdio da 2.500 dollari per proseguire la carriera sportiva.

La sua vita da adolescente pareva quella di un ragazzo perfettamente integrato. Nel 2012 ottenne anche la nazionalità americana. Suo fratello, per contro, cominciava a mostrare qualche segno di radicalizzazione religiosa. Nel 2012 partì per il Daghestan, dove il padre aveva fatto ritorno dopo il divorzio dalla madre, e dove avrebbe tentato di prendere contatto con la guerriglia islamista.