Poiché nessun partito dovrebbe ottenere la maggioranza assoluta, dopo il voto, molto seguito nelle capitali europee, potrebbero seguire settimane di trattative per la coalizione
In Israele l’elezione è un test per il futuro politico di Benjamin Netanyahu, ma il risultato potrebbe non bastare a determinare chi guiderà il prossimo governo. Gli israeliani votano martedì 27 ottobre per rinnovare la Knesset, il Parlamento composto da 120 membri, nelle prime elezioni generali dal 7 ottobre 2023, quando l’attacco guidato da Hamas contro Israele ha innescato la guerra a Gaza.
Circa 7,3 milioni di cittadini sono chiamati alle urne. Secondo i sondaggi pubblicati prima del silenzio elettorale, il partito Likud di Netanyahu e la formazione centrista Yashar, guidata dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, si contendono la leadership parlamentare. Il quadro resta frammentato: nessuno dei due schieramenti ha una maggioranza assicurata e la possibilità di formare un governo dipenderà anche dai partiti minori e dagli accordi successivi al voto.
La soglia per governare è di 61 seggi su 120. In Israele gli elettori votano per liste di partito, non direttamente per il primo ministro: anche una formazione che ottenga più voti delle rivali non ha automaticamente la possibilità di guidare il governo.
Netanyahu punta sulla sicurezza e sul rapporto con Trump
Netanyahu, 77 anni, è il primo ministro più longevo nella storia di Israele: ha guidato il governo in diversi periodi per oltre 19 anni complessivi. Il leader del Likud ha costruito la campagna elettorale attorno alla sicurezza nazionale e al rapporto con il presidente statunitense Donald Trump, presentandosi come il candidato più adatto ad affrontare le minacce regionali.
Il voto arriva però dopo quasi tre anni segnati dalle conseguenze dell'attacco del 7 ottobre, dalla guerra a Gaza e dai conflitti che hanno coinvolto altri Paesi della regione. La gestione delle falle nella sicurezza israeliana è uno dei temi centrali della campagna, insieme al rapporto tra servizio militare e comunità ultraortodosse.
Netanyahu ha resistito alle richieste di istituire una commissione d'inchiesta indipendente sulle responsabilità e sulle mancanze che hanno preceduto l'attacco di Hamas. Eisenkot ha invece promesso di avviare un'indagine statale e di porre fine alle esenzioni dal servizio militare per gli uomini ultraortodossi impegnati negli studi religiosi, una questione che divide profondamente la società israeliana.
Chi è Gadi Eisenkot, l'ex generale che sfida Netanyahu
Gadi Eisenkot, 66 anni, è un ex capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane entrato in politica nel 2022. Guida Yashar, formazione centrista che si propone come alternativa a Netanyahu e raccoglie consensi in un fronte di opposizione ideologicamente eterogeneo.
La sua esperienza militare è al centro della candidatura, ma il programma non prevede una rottura su tutti i principali dossier mediorientali.
Eisenkot si è opposto alla creazione di uno Stato palestinese e ha sostenuto una linea dura nei confronti di Hamas, pur promettendo di contrastare la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania. La sua eventuale vittoria, quindi, non implicherebbe automaticamente un cambiamento radicale nella politica israeliana verso i palestinesi.
Partiti arabi decisivi per la formazione del governo
Con nessuno dei due schieramenti in grado di assicurarsi con certezza i 61 seggi necessari, le formazioni più piccole potrebbero diventare determinanti. Tra queste ci sono i partiti che rappresentano la minoranza araba israeliana, pari a circa un quinto della popolazione.
Il loro peso parlamentare potrebbe risultare decisivo nei negoziati, ma resta un ostacolo politico: i principali partiti ebraici dell'opposizione hanno escluso o evitato di impegnarsi pubblicamente per una coalizione formale con le formazioni arabe. Il quadro rende difficile tradurre un eventuale vantaggio elettorale in una maggioranza di governo stabile.
Anche il risultato delle formazioni della destra radicale e dei partiti religiosi sarà importante per capire se Netanyahu potrà contare nuovamente sui suoi alleati oppure se Eisenkot riuscirà a costruire una maggioranza alternativa.
Israele e Unione europea: cosa può cambiare dopo il voto
Le elezioni sono seguite con attenzione anche in Europa. L'Unione europea è il principale partner commerciale di Israele, ma le relazioni diplomatiche si sono deteriorate a causa della guerra a Gaza, delle condizioni umanitarie nei territori palestinesi e della politica degli insediamenti in Cisgiordania.
La divergenza tra gli Stati membri è emersa anche sulla possibilità di sospendere l'Accordo di associazione UE-Israele. Spagna e Irlanda sono tra i Paesi che hanno spinto per misure più incisive, mentre Italia e Germania si sono opposte alla sospensione.
Un eventuale cambio di governo a Gerusalemme potrebbe influenzare il dialogo con Bruxelles, ma non garantirebbe da solo un riavvicinamento. Secondo gli analisti citati da Al Jazeera, anche un governo guidato da Eisenkot potrebbe mantenere posizioni rigide sulla questione palestinese. Per l'Europa, un miglioramento dei rapporti dipenderebbe soprattutto da decisioni concrete sulla guerra, sugli aiuti umanitari, sugli insediamenti e sulle prospettive di una soluzione politica.
Quando chiudono i seggi e quando arrivano i risultati
I seggi chiudono alle 22:00 ora locale, le 21:00 nell'Europa centrale. Le prime proiezioni potranno offrire indicazioni sulla distribuzione dei seggi, ma per conoscere gli equilibri definitivi e capire chi potrà formare il governo saranno necessari lo scrutinio e le successive consultazioni politiche.
La formazione della coalizione potrebbe richiedere settimane o mesi. In Israele, infatti, non basta arrivare primi: occorre ottenere il sostegno della maggioranza della Knesset. È questa la vera incognita del voto, oltre alla competizione tra Netanyahu ed Eisenkot.