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Italia 1968/1978 gli anni del sangue

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Italia 1968/1978 gli anni del sangue

Italia 1968/1978 gli anni del sangue
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Fra le epigrafi di uno degli ultimi libri del compianto filosofo Mario Perniola (“Del terrorismo come una delle belle arti”, Mimesis editore) ce n’è una che agghiaccia: “Sembra che Alexandre Kojève dicesse a proposito del Maggio 1968: ‘Le sang n’à pas coulé, il ne s’est rien donc passé’.

Negli anni Settanta di sangue in Italia ne è colato molto, ma ugualmente nulla di decisivo è avvenuto”. Che la storia sia un monotono almanacco di crimini e nefandezze se ne accorgono anche gli ingenui ma il decennio che si aprì con l’alba progressista del Sessantotto cambiò frettolosamante la radice del suo verbo: dallo sperare allo sparare, entrambi invano.

Nonostante le decine di migliaia di pagine di analisi storiche (che fanno anche i conti con la mondializzazione del fenomeno 1968 ) sembra che certe cose di quegli anni in Italia non siano state ancora messe bene a fuoco. Il decennio era stato scandito da tante date drammatiche ma il 2 novembre 1975 (assassinio di Pier Paolo Pasolini) e il 9 maggio 1978 (assassinio di Aldo Moro) sono quelle che indicarono soluzioni senza ritorno.

L’idea della libertà sessantottesca quasi mai riusci’ a filtrare le pesanti impurità sociali che l’Italia si trascinava dietro dal fascismo (“L’uomo vissuto a lungo nella tirannide la tirannide ce l’ha nel sangue” aveva scritto Aldo Palazzeschi) nè si poteva pretendere di combattare l’orrore della società con la sua stessa violenza.

A Roma negli anni Ottanta chi tornava dall’estero e cercava di riagganciare il vecchio tessuto sociale che tanto si era manifestato nel decennio precedente, facendo una serie di chiamate ai vecchi numeri non ancora cambiati poteva sentirsi rispondere cosi’ : “Non c’è, sta in India”, “Non c’è, sta a rota”, “Non c’è, sta in galera”. Destini che non riguardavano solo personaggi eccentrici o tendenzialmente malavitosi ma un paesaggio terremotato di cui spesso i maggiori depositari erano stati proprio i figli di politici in vista, di professionisti, di magistrati, i figli dell’Italia “bene” che avrebbero dovuto (padri e figli) fare il bene del paese.

Intanto pochi anni prima del suo assassinio Pasolini era diventato uno degli ospiti più ambiti negli studi delle prime trasmissioni televisive salottiere. Professori universitari, sociologi probabilmente di grido, interrogavano l’intellettuale sul secondo canale della RAI.

Era quel Pasolini che poi si sarebbe rivelato come il maggiore maître à penser dell’Italia anni Sessanta e dei primi anni Settanta. L’autore di “Petrolio” parlava lucidamente di quello che la società italiana era e sarebbe stata nel futuro, spiegava pacatamente che la società “non chiedeva più al padre di famiglia di fare il buon padre di famiglia, non chiedeva più al banchiere di fare il banchiere onesto e non chiedeva più al soldato di essere il buon soldato”. Dal disastro morale nasceva il disastro reale e in filigrana si alludeva direttamente a quello che sarebbero state le Brigate Rosse e tangentopoli.

Peccato che l’Italia fosse così sorda e cieca da non capire come esorcizzare i demoni che l’avrebbero sbranata. Con una buona dose di cinismo che non ha nulla di cristiano Giulio Andreotti (il più longevo e astuto dei politici democristiani) disse pure che la sua morte Pasolini se l’era andata a cercare. Dobbiamo allora chiederci se anche Aldo Moro se l’era andata a cercare? Del resto l’ineffabile Henry Kissinger, segretario di stato USA sotto le presidenze Nixon e Ford (nonchè premio nobel per la pace), considerava Moro un pericoloso cavallo di Troia del comunismo in Italia, praticamente un potenziale Allende europeo che poi avrebbe fatto in peggio la stessa fine.

Pasolini seguendo la deriva dei suoi ragazzi di vita, che ingannavano il quotidiano nelle periferie più alienanti, completava l’affresco che il regista Federico Fellini aveva iniziato con tanti film dedicati a una Roma da reinterpretare, testa abnorme di un paese ancora largamente incompiuto nonchè pericolosamente sospeso sul confine fra i due massimi antagonisti della guerra fredda e quindi teatro plenario di scontro. Ma Pasolini è andato molto più in là nell’indicare non solo gli orrori della politica dominante ma anche i germi del fallimento politico della sinistra a partire dallo scandalo che suscito’ sui fatti di Valle Giulia criticando ferocemente i contestatori. Era il marzo 1968. La “battaglia” di Valle Giulia era il punto di non ritorno, la rottura definitiva fra uno stato incapace anche solo di immaginare (come oggi) le risposte da dare alle istanze delle nuove generazioni e la reazione violenta dei contestatori, analoga a quella di studenti e operai di mezza Europa alle prese con governi intolleranti e in certi casi anche più brutali. Pasolini spiazzava tutti: «Avete facce di figli di papà. / Vi odio come odio i vostri papà. / Siete pavidi, incerti, disperati / (benissimo!) ma sapete anche come essere / prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: / prerogative piccolo-borghesi, cari». E poi difendeva la polizia: «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti, / io simpatizzavo coi poliziotti. / Perché i poliziotti sono figli di poveri». Tutti salteranno su questo brano che trascende il concetto di opera d’arte diventando confessione profonda, sommessa, testimonianza diretta, ampiamente sopravvissuta ai fatti in sè, scolpita con una lucidità che non ammette repliche. Coglie probabilmente anche il germe segreto della guerra, forse quello della guerra civile strisciante in ogni società irrisolta e messa sotto scacco.

I poeti dell’antica Cina, pur facendo parte della burocrazia imperiale, censuravano i re. La censura rientrava nella tradizione morale e intellettuale confuciana. Nel tempo e nelle più diverse circostanze i poeti hanno partecipato alla vita politica ma la loro funzione non era lodare stupidamente i potenti. La “logica” piuttosto illogica degli anni di piombo italiani nelle contorsioni della guerra fredda, nella guerra fra lo stato e i suoi detrattori, fra lo stato e i terroristi è stata soltanto quella del sangue. Inoltre per una certa Italia degli anni Settanta il genio era come il porco, buono da morto.

Forse i potentati borghesi dell’Italietta anni Settanta (vaso di coccio fra USA e URSS) possono apparirci come una strana discendenza dei borghesi che dal palco del film di Jean Cocteau “Le sang d’un poète” applaudono il poeta che si uccide. Ma chi realmente muore e chi sopravvive a quella morte e a quell’applauso?