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Combattere la radicalizzazione in carcere: realtà o utopia?

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Combattere la radicalizzazione in carcere: realtà o utopia?

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Ripensare il carcere per combattere la radicalizzazione. A fronte della prassi in uso da anni nelle prigioni europee di isolare quei detenuti considerati radicalizzati per evitare il "contagio" con altri individui, un gruppo di esperti riuniti a Bruxelles dalla Commissione europea, martedi ha discusso della necessità di puntare sulla loro capacità di reinserirsi nella comunità. Tuttavia una domanda resta: la de-radicalizzazione è possibile?

"Non possiamo cambiare quello che una persona pensa, ma possiamo influenzare il modo in cui quei pensieri agiscono. Perché questo è quello che rappresenta una minaccia e che mette in pericolo le persone", spiega Gerry Mc Nally, presidente della confederazione europea dei servizi sociali penitenziari.

Anche le condizioni detentive possono favorire la radicalizzazione degli individui. Come riportato dal Consiglio d'Europa quasi tutti gli stati europei, il sovrapppopolamento carcerario è una realtà che incide sulla diffusione di idee radicali.

"La prigione non è un luogo neutro - racconta Mourad Benchellali, ex detenuto presso il carcere di Guantanamo- è un posto difficile per le persone che ci vivono. Alcuni diventano più religiosi, ad esempio perché la religione li aiuta a resistere. Ma poi cominciano a farsi delle domande sulla religione, domande legittime, alle quali trovano la risposta dove possono e e cadono su una persona radicale beh è allora in quel momento che i problemi iniziano ".

Il rischio che il carcere diventi il terreno fertile per l'estremismo violento è alto soprattutto per i giovani criminali, che spesso entrano nel circuito penitenziario per reati di poca importanza.