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Cosa cambierà con i nuovi accordi internazionali sul commercio?

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Cosa cambierà con i nuovi accordi internazionali sul commercio?

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Nel giro di pochi anni, il 90% della domanda mondiale verrà da paesi extraeuropei. Real Economy questa settimana esplora il mondo del commercio e gli accordi con i nostri partner maggiori o emergenti.

Se l’Europa portasse a buon fine tutte le trattative in corso per accordi commerciali, il PIL potrebbe aumentare di 275 miliardi di euro. Sarebbe come aggiungere alla sua economia un Paese come l’Austria o la Danimarca. Ne deriverebbero 2,2 milioni di posti di lavoro in più in Europa.

Un accordo di libero scambio (FTA) ha lo scopo di ridurre le barriere al commercio tra le nazioni, come i dazi all’importazione, che favoriscono i mercati e le industrie locali. Un esempio sono i dazi su camion e furgoni commerciali importati negli Stati Uniti. Le restrizioni normative, le procedure doganali, i diritti di proprietà intellettuale e le politiche sulla concorrenza sono esempi di barriere non tariffarie tra i diversi mercati.

Un accordo di libero scambio punta a ridurre o eliminare entrambi questi tipi di barriere, per una maggiore trasparenza nel commercio. Il risultato? Per i Paesi aderenti diventa più economico e facile esportare verso i partner commerciali e accedere a nuovi mercati. Per i consumatori significa più prodotti sugli scaffali e prezzi inferiori, grazie alla concorrenza e ai dazi più bassi. Uno svantaggio di questi accordi può essere il rischio, per un’economia debole, di fare più concessioni di quanto le convenga nel lungo periodo.

Gli accordi di libero scambio diventano molto importanti nei periodi di crisi economica, quando i Paesi tendono ad adottare politiche protezioniste. Nel 2013, le barriere al commercio sono aumentate, anche rispetto al 2012, ma non va dimenticato che l’Europa ha già accordi in vigore con 50 Paesi, dall’America Centrale e del Sud, all’Africa e all’Asia. Stiamo trattando anche con la Cina, e il TTIP con gli Stati Uniti è oggetto di forti discussioni.

Ma cosa cambierebbe per le piccole e medie imprese? “A noi vanno bene anche norme rigide, purché siano unificate a livello mondiale” dichiara Machiel Brautigam, business director dell’azienda olandese Droog Design, che per distribuire mobili in tutto il mondo deve rispettare molti tipi di accordi commerciali diversi. “Esportiamo molto negli Stati Uniti” continua Brautigam “e spesso ci sono differenze anche negli aspetti tecnici. Ad esempio per l’illuminazione in Europa serve la certificazione CE, mentre negli Stati Uniti occorre l’omologazione UL.”

Durante le discussioni per il TTIP, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, entrambe le parti possono essere tentate di esentare questo o quel settore o di proteggerlo più di altri. Questo può creare uno stallo negli accordi o impedire il rispetto della scadenza. È accaduto, ad esempio, con i negoziati WTO a Doha.

“Il voume degli scambi interessati dal TTIP è ingente” spiega Brian Ager, segretario generale della Tavola Rotonda europea degli Industriali. “Il commercio transatlantico coinvolge qualcosa come 2 miliardi di euro al giorno di scambi nelle due direzioni, sostiene circa 15 milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico e dà un grande contributo al PIL, in questo continente e in Nord America”.

Quella tra America ed Europa è la maggiore partnership commerciale al mondo, responsabile della metà del PIL globale e di un terzo del commercio. I dazi sono sotto il 3 per cento, ma le barriere non tariffarie abbondano. Riguardano la sanità pubblica, l’ambiente e molte questioni su cui i governi non vogliono accettare compromessi.

Jean Guy Carrier, segretario generale della Camera di commercio internazionale, afferma: “Agli imprenditori piace l’approccio multilaterale più che bilaterale perché il problema è che ci sono oltre 400 tipi di accordi regionali e bilaterali, con regole diverse per ogni mercato. Quindi questo scoraggia una piccola o media impresa che voglia commerciare ma non abbia un proprio dipartmento legale. Con gli accordi multilaterali le stesse regole si applicano a tutti. È meglio. Giri il mondo, fai affari con tutti, e sai che si applicheranno le stesse condizioni, quindi puoi agire di conseguenza.”

“Sta emergendo la prospettiva di compromessi sugli standard” continua Carrier. “Riguardano questioni molto delicate, inclusi gli standard sanitari. Se devi spedire frutta dalla Nigeria, devi rispettare certi modi di lavarla, di imballarla, di trasportarla. Queste regole sono usate dai Paesi come misure protezionistiche. Tendono ad enfatizzarne l’importanza e così impediscono a molti Paesi, soprattutto poveri, di esportare verso quei mercati. Si comincia a intravedere la possibilità di armonizzare queste norme. Così, le regole su come portare un pomodoro in un Paese europeo, saranno simili a quelle per portarlo in Canada o negli Stati Uniti o in Messico.

Negli ultimi dieci anni, le imprese indiane hanno investito in Europa l’equivalente di 43 miliardi di euro. Di questi, due terzi riguardano fusioni e acquisizioni di società esistenti, il resto l’impianto di nuove attività.
Tata Consultancy Services, compagnia indiana specializzata nei servizi informatici alle imprese, ha acquisito nel 2013 l’azienda francese Alti con i suoi 1.200 dipendenti, poi ne ha assunti altri 300. TCS ha registrato nell’ultimo anno fiscale, una crescita del 51 per cento in Europa, il continente che gioca un ruolo strategico per il gruppo.

“La relazione sta procedendo sulla strada giusta” precisa Abhinav Kumar, responsabile marketing e comunicazione di Tata Consultancy Services. “Ma un accordo di libero scambio la potenzierebbe. Gli esperti prevedono che se un FTA verrà firmato, gli scambi potrebbero raddoppiare entro 2 anni, passando da 80 a 150 miliardi di euro.”

L’Unione europea sta negoziando un accordo di libero commercio con l’India dal 2007. Le questioni più controverse riguardano l’agricoltura, gli standard sul lavoro e i farmaci generici.

Oltre alle aziende informatiche, i gruppi farmaceutici e automobilistici indiani vedono nell’Europa un grande potenziale di sviluppo.

Sunil Prasad, segretario generale della Camera di commercio euro-indiana, sottolinea: “Le imprese indiane, come tutte le multinazionali, si aspettano ritorni. Sanno che investire in Europa è una scommessa non rischiosa. Il modello di business che l’India ha sviluppato negli ultimi due anni si sposa bene col modello sostenibile che ha sviluppato l’Europa.”

Jean Guy Carrier spiega: “Parte dell’entusiasmo per i nuovi accordi sul commercio riguarda gli accordi mega-regionali. Per le imprese sono uno sviluppo positivo. Ma il problema è che lasciano fuori la maggior parte dei Paesi del mondo, e li escludono dai vantaggi di questo tipo di accordi. Ciò va bilanciato con qualche soluzione multilaterale, per permettere ai Paesi poveri, come anche alle economie più sviluppate, di beneficiare dell’apertura commerciale. Se non si fa questo, si creerà un’estrema disuguaglianza nell’economia globale, che non ci deve essere. Molta gente crede che questi accordi tolgano lavoro, ma non è così. In Francia, ci sono campioni dell’esportazione come in nessun’altra parte del mondo e questo è ciò che genera posti di lavoro in Francia. Se la Francia e la Germania vendono automobili in Cina e improvvisamente impongono vincoli sui pannelli solari che arrivano in Francia o su qualche altro prodotto cinese, necessariamente ci sarà una reazione e si bloccheranno le opportunità che generano lavoro.”

La dimensione del commercio globale è stupefacente, e per quest’anno ci si aspetta una crescita tra il 4 e il 4,5 per cento. Sappiamo che il protezionismo è in aumento, ma il commercio globale, se fatto nel modo giusto, ha la possibilità di creare posti di lavoro e ricchezza.