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Emergenza rifugiati: sono oltre 42 milioni nel mondo

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Emergenza rifugiati: sono oltre 42 milioni nel mondo

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Il dramma dei rifugiati: costretti dai conflitti e dalle catastrofi ambientali alla fuga dai loro Paesi d’origine; respinti o accolti con mille difficoltà in altre terre.

Sessant’anni fa si contavano nel mondo poco più di 2 milioni di profughi. Oggi sono oltre 42 milioni.

Per parlare di questa emergenza abbiamo incontrato l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, António Guterres.

Michel Santos, euronews:
Per il quinto anno consecutivo i profughi nel mondo sono più di 42 milioni. Qual è il motivo?

António Guterres, Alto Commissario Onu per i Rifugiati:
Penso si combinino due fattori. Da una parte il moltiplicarsi di nuove crisi: dall’inizio del 2011 Costa d’Avorio, Libia, Yemen, Siria, Corno d’Africa, Somalia, e più recentemente Sud Sudan e Mali. Al tempo stesso le crisi del passato sembrano non avere mai fine: in Afghanistan va avanti, come in Somalia o nella Repubblica Democratica del Congo. E più del 70% dei rifugiati nel mondo lo sono da più di 5 anni.

euronews:
La crisi economica mondiale ostacola gli aiuti ai rifugiati?

Guterres:
La crisi economica mondiale ha due effetti: riduce la quantità di aiuti umanitari a sostegno dei bisognosi, ma produce anche instabilità e conflitti in molte situazioni. C‘è un legame preciso, ad esempio, tra gli alti prezzi del cibo e l’instabilità sociale a livello urbano.

euronews:
Dunque più richiesta di assistenza, meno denaro… Come affrontate il problema?

Guterres:
Attualmente abbiamo tre contemporanei massicci spostamenti da alcune aree di crisi: Siria, Sudan, Sud Sudan e Mali. E questo, naturalmente, ci obbliga a impiegare il maggior numero di persone possibile, per chiedere più sforzi ai nostri partner e risorse finanziarie. È davvero difficilissimo per noi rispondere ai bisogni di così tanta gente in queste circostanze. Stiamo assistendo un’umanità sofferente su vasta scala.

euronews:
Rifugiati siriani giungono nei Paesi vicini quasi quotidianamente. Pensa che il Consiglio di sicurezza dell’ONU dovrebbe fare di più per evitare tutto questo?

Guterres:
Come Agenzia Onu per i Rifugiati non possiamo svolgere azioni sul piano politico, ma naturalmente ci rendiamo conto che non esiste una soluzione umanitaria: la soluzione è sempre politica. Se si guarda quello che sta succedendo oggi nel mondo, si vede che la comunità internazionale ha una capacità limitata nell’evitare conflitti, così come nel risolverli tempestivamente.

euronews:
I siriani in fuga premono sui Paesi vicini. Chi sta pagando l’assistenza ai profughi?

Guterres:
La situazione è diversa da paese a paese. La Turchia si è assunta le sue responsabilità e sta offrendo protezione. In Libano e Giordania stiamo collaborando con i governi e le autorità locali, ma anche con altre agenzie delle Nazioni Unite, con Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, con le ONG; e con il sostegno della comunità internazionale e dei suoi Paesi donatori, per fornire alle persone l’assistenza di cui hanno bisogno.
Penso che la situazione in Siria sia nota a tutti. Molto più difficile il caso del Mali, ad esempio, dove il numero di rifugiati è doppio rispetto alla Siria.

euronews:
In Africa qual è la vostra più grande preoccupazione?

Guterres:
Attualmente in Africa abbiamo diverse crisi, ma vorrei sottolinearne quattro: abbiamo 190mila rifugiati dal Sudan in Sud Sudan e Etiopia; un milione di profughi dalla Somalia in Kenya, Gibuti, Etiopia e Yemen; nella Repubblica Democratica del Congo la situazione è drammatica: nella parte orientale stanno avvenendo, probabilmente, le peggiori violazioni dei diritti umani, con molte donne vittime di stupri. Infine il Mali: a nord è in corso una rivolta in cui armi e combattenti vengono dalla Libia, in cui ci sono diversi gruppi di ribelli… Gli estremisti islamici locali, i Boko Haram dalla Nigeria… Credo davvero che ci sia il rischio di avere crisi simili in Libia, Nigeria, Mauritania e Somalia, con conseguenze drammatiche per la pace e la sicurezza mondiali.

euronews:
Il mondo sta rispondendo in maniera adeguata alla fame e alla siccità nel Corno d’Africa?

Guterres:
La risposta è massiccia. Due delle nostre agenzie sorelle sono fortemente coinvolte: il Programma Alimentare Mondiale e l’UNICEF. Naturalmente il problema è su così vasta scala che, anche con questa imponente risposta, non sarà facile affrontare appieno la sfida, specialmente se viene a mancare il sostegno dei Paesi donatori.

euronews:
C‘è qualche area, in particolare, dove la situazione dei profughi sta migliorando?

Guterres:
In questo momento speriamo nel Myanmar. I recenti scontri fra musulmani e buddisti sono naturalmente fonte di grande preoccupazione per noi. Ma sono stati siglati accordi di pace o almeno per il cessate il fuoco con diversi altri gruppi etnici di aree che hanno avuto ribellioni. E speriamo che in un futuro prossimo, in modo particolare i 50mila rifugiati che ora sono in Thailandia, abbiano l’opportunità di tornare a casa in sicurezza e dignitosamente, non appena ci saranno le condizioni.

euronews:
Il cambiamento climatico: il numero dei rifugiati è collegato a questo crescente fenomeno. Vi sentite preparati?

Guterres:
Si definiscono rifugiati coloro che fuggono da conflitti o persecuzioni, ma la verità è che stiamo assistendo a sfide sempre nuove, a migrazioni forzate dovute ad altri motivi. E il cambiamento climatico ne è probabilmente l’acceleratore principale, il fattore determinante. Sia perché in un contesto di devastazione ambientale non ci sono condizioni sostenibili di vita, sia perché questa situazione innesca conflitti e insicurezza, costringendo le persone fuggire.

euronews:
Alcuni campi profughi esistono da decenni, come quelli palestinesi, o a Dadaab, in Kenya. C‘è una soluzione o diventeranno permanenti?

Guterres:
La soluzione è politica. E posso garantire che, anche se lavoriamo molto bene e l’assistenza viene regolarmente fornita, vivere in un campo profughi è sempre una cosa terribile.

euronews:
In conclusione, come portoghese, devo farle questa domanda. Lei è stato premier in Portogallo: sta valutando un ritorno alla vita politica ed eventualmente una candidatura alla presidenza del Paese?

Guterres:
La risposta è semplice: no, non ne ho l’intenzione.