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Videogame: da gioco a terapia

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Videogame: da gioco a terapia

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“Ogni giorno dicevo a me stessa: domani comincio a mangiare bene, domani mi prendo cura di me stessa. Ma il giorno dopo non facevo nulla. Sono andata avanti per mesi, anni, con pesanti conguenze per il mio corpo: problemi allo stomaco, valori sballati del sangue. Ero in pessima forma”. È il racconto di una donna che soffre di un disturbo da alimentazione incontrollata, una malattia molto complessa.

Questa paziente sta testando a Barcellona un videogioco pensato per aiutare le persone a riconoscere le loro sensazioni e a recuperare il controllo di se stessi.

“Quando vedo un piatto di frutta non lo tocco; c‘è qualcosa nel mio cervello che mi dice che è proibito perché è salutare. È come se non ne avessi bisogno. Divoro invece tutto ciò che fa male. Il fatto è che non so come nutrirmi, mangio e basta”, racconta ancora la donna.

Un videogame da gioco può diventare anche cura?

Numerosi scienziati europei ne sono convinti.

Fernando Fernández-Aranda, ricercatore in materia di disturbi dell’alimentazione presso l’Ospedale Universitario di Bellvitge, spiega: “È un ulteriore strumento per controllare una serie di aspetti come l’impulsività, il livello di tolleranza, la frustrazione. Il paziente impara a migliorare la pianificazione degli obiettivi in modo tale da realizzarli. Ottiene un maggior autocontrollo nelle reazioni e nelle risposte, ma soprattutto impara a capire le sue emozioni e quali reazioni siano più o meno adatte.”

Cambiamo scenario: presso il Centro di Riabilitazione Roessingh a Enschede, in Olanda, ci sono pazienti che soffrono di mal di schiena cronici e dolori al collo. Anche qui si sta testando lo stesso videogame, ma in questo caso per insegnare a rilassare i muscoli e ad accrescere i benefici degli esercizi di fisioterapia.

Fra i pazienti racconta la sua storia Jan Kosterink:

“Sono un autista di pullman. Ora ho serie difficoltà nel muovere il volante mentre guido. È cominciato tutto con un dolore lungo il collo che è sceso alle spalle. Il male va avanti da tre anni.”

A seguire il suo percorso terapeutico presso il centro di riabilitazione è la scienziata Stephanie Jansen-Kosterink, che spiega: “Applichiamo al corpo degli elettrodi per misurare la tensione muscolare. In questo modo si può cercare di ridurla. Possiamo così vedere esattamente dove si posiziona il paziente nello spazio, con quale velocità si muove, come la testa accompagna il movimento, qual è la gamma motoria ma anche la tensione dei suoi muscoli. Quindi possiamo ricavare dal videogioco ogni tipo di dati e usarli nella nostra ricerca o nel trattamento dei pazienti.”

Il gioco in 3D è al centro di un progetto europeo: il Playmancer. Università, centri di ricerca e aziende di Austria, Danimarca, Grecia, Paesi Bassi, Spagna e Svizzera hanno unito le forze per sviluppare questo tipo di terapia alternativa.

Elias Kalapanidas coordina il progetto: “Questo videogioco va oltre la realtà virtuale, che riproduce semplicemente l’ambiente che ci circonda senza sistemi di gratificazione. Il nostro obiettivo è stato quello di motivare i pazienti a conoscere meglio corpo e mente. I videogiochi sono divertenti e motivanti, così abbiamo pensato che potessero offrire delle efficaci terapie per diverse malattie. Questo videogioco è come un collante tra i pazienti e i loro terapisti e medici.”

L’affermazione di una tale nuova terapia rappresenta una sfida impegnativa. Si sta testando il videogame anche per patologie legate al gioco d’azzardo. Un paziente racconta: “Mi ci sono voluti nove anni per capire che il problema cresceva sempre più. Non riuscivo a intravedere una soluzione. E ciò ha avuto conseguenze disastrose. Problemi in famiglia ad esempio: dicevo molte bugie, la mia ragazza ha perso la fiducia in me. Sono diventato molto chiuso. Nel mio mondo c’ero solo io e il mio problema.”

“All’inizio ho trovato bizzarro curare la mia dipendenza dal gioco d’azzardo con un videogame”, racconta ancora, “Dopo alcune sedute ho capito. Il videogioco mi aiuta a comprendere il mio stato d’animo in un dato momento. Per esempio, mi può aiutare a capire che sto diventando troppo nervoso. Così posso lavorare sulle mie emozioni per cercare di calmarmi.”

PlayMancer riconosce le emozioni dei pazienti, sulla base della voce, delle espressioni del viso e dei movimenti del corpo, attraverso dei biosensori.

Massima attenzione è rivolta ad evitare effetti collaterali, come il possibile incoraggiamento alla propensione al gioco.

Susana Jiménez-Murcia, psicologa specializzata in patologie di questo tipo presso l’Ospedale Universitario di Bellvitge, spiega: “I tecnici in un primo tempo avevano avanzato molte idee. Ma noi psicologi abbiamo pensato che fossero davvero troppo accattivanti e potessero essere controproducenti per i nostri pazienti. Ad esempio, era stata proposta una versione in cui i pazienti potevano giocare online con altre persone di differenti paesi. La letteratura scientifica ci dice che questi videogiochi online hanno un forte potere attrattivo su alcuni utenti vulnerabili. Abbiamo quindi chiesto un videogioco semplice, con cui il paziente possa giocare da solo e senza punteggio”

Le persone sottoposte a questo tipo di trattamento sono costantemente sotto osservazione medica.

La scienziata Stephanie Jansen Kosterink precisa: “Quando si gioca con i videogame in commercio, ci sono ad esempio dei movimenti che si possono simulare, perché si sta semplicemente usando una console. Invece qui non si può fingere di camminare: bisogna farlo davvero. C‘è un’altra differenza: tutte le rilevazioni nel gioco possiamo scaricarle. Così possiamo vedere se il modo di camminare del paziente è normale o quanto grande è la sua tensione muscolare. Con i giochi esistenti sul mercato ci sono solo input. Qui abbiamo anche output”.

Quanto tempo bisognerà aspettare perché questa terapia in 3D diventi una realtà concreta e sia diffusamente prescritta per alcuni disturbi mentali o terapie di riabilitazione?

Prova a dare una risposta Miriam Vollenbroek, scienziata presso il Centro di Riabilitazione Roessingh di Enschede: “Non ci sono problemi nell’accettare la terapia da parte di pazienti e terapisti, né ne abbiamo con la tecnologia attuale. La sfida è realmente sul piano organizzativo. Il problema più immediato è l’aspetto finanziario, almeno qui in Olanda: come il servizio sanitario pubblico rimborserà questo tipo di trattamenti. Questo potrebbe richiedere molto tempo.”

Nell’attesa i ricercatori sono già all’opera per nuove applicazioni in questo e altri videogiochi terapeutici. Pe maggiori informazioni: www.playmancer.eu