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L'ombra di un nuovo tipo di antisemitismo cala sulla Germania

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L'ombra di un nuovo tipo di antisemitismo cala sulla Germania

L'ombra di un nuovo tipo di antisemitismo cala sulla Germania
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Aggredito al grido "Ebreo! Ebreo!" perché portava la kippa. È successo ad aprile nel centro di Berlino a un giovane arabo israeliano che stava passeggiando indossando il tipico copricapo ebraico come esperimento. Un caso isolato o il ritorno di un incubo?

La comunità ebraica in Germania teme che sia in crescita un nuovo antisemitismo di tipo islamico, legato alle recenti ondate migratorie. L'aggressore di Berlino è infatti un profugo siriano.

Così come siriano è il rifugiato che è stato ospitato per un anno dai Michalski, una famiglia ebrea. Un'esperienza talmente positiva che il figlio quattordicenne di Wenzel Michalski, direttore per la Germania di Human Rights Watch ha chiesto di cambiare scuola per poter frequentare coetanei di origini diverse. Ma non è andata come si aspettava, racconta Wenzel: "Alla fine della prima settimana l'insegnante ha chiesto: quali luoghi di culto conoscete? Quando è toccato a mio figlio, ha risposto: la sinagoga. Allora l'insegnante ha detto: e perché conosci la sinagoga? sei ebreo? Lui ha risposto di sì ed è stato l'inizio della fine. Subito dopo sono cominciati gli atti di bullismo. È stato preso a calci, picchiato...".

Ma non è finita qui: successivamente, dice il padre, i bulli hanno minacciato il ragazzo con una pistola finta, una replica molto simile a un'arma vera, simulando un colpo in testa, un'esecuzione: "Prima due ragazzi più grandi gli hanno afferrato la testa e l'hanno strangolato talmente forte che per un attimo ha perso conoscenza. Poi uno di loro gli ha puntato addosso un'arma finta e ha tirato il grilletto".

La famiglia Michalski ha origini miste, ebraiche e cristiane. Sotto il nazismo sono stati discriminati e perseguitati. Solo alcuni di loro sono sopravvissuti.

"Mio padre ha scritto un libro su quell'epoca - ci informa Wenzel mostrandoci il volume -. È pazzesco: ha subito lui stesso attacchi antisemiti dopo la guerra, quando aveva 14 anni. Frequentava il collegio Canisius di Berlino, una scuola gestita dai gesuiti. Aveva la stessa età che ha ora mio figlio. All'epoca mio padre subì l'antisemitismo a scuola. E ora, settant'anni dopo, la stessa cosa sta accadendo a suo nipote. Per lui questo è un terribile shock".

Wenzel accusa preside e assistente sociale di non essere stati in grado di fermare le aggressioni. I Michalski hanno trasferito il figlio in un'altra scuola. "Dopo quest'esperienza - prosegue Wenzel Michalski - mio figlio ha cominciato a seguire un corso di karate. È orgoglioso della sua cintura rossa, la sua prima cintura... e poi fa body building, e in effetti ha sviluppato dei bei muscoli, come molti altri ragazzi ebrei".

INSIDERS | Filming in Berlin

La maggior parte dei musulmani in Germania è a favore della tolleranza e della civile convivenza dei popoli. Ma alcuni quartieri di Berlino, come Neukölln, sono oggetto di un'attenzione particolare da parte dei servizi segreti, per via della presenza di cellule legate a gruppi come Hamas o Hezbollah. E qui non c'è bisogno di telecamere nascoste per imbattersi in discorsi di odio antisemita, come quello che fa Abu, un giovane berlinese di origini palestinesi: "Gli ebrei devono sparire. Hitler ne ha uccisi il 90 per cento, ne resta solo il 10 per cento. Questo è un bene: se Hitler non avesse ucciso gli ebrei all'epoca, avrebbero preso possesso del mondo intero".

Un discorso diretto e brutale, che però resta marginale: la stragrande maggioranza dei musulmani che abbiamo interpellato ama lo stile di vita berlinese, inclusa l'idea della coesistenza pacifica in una società multiculturale.Come fa, da sotto il velo, Amal: "Siamo tutti esseri umani: ebrei, tedeschi, cristiani, musulmani... Tutti i musulmani, i cristiani, gli ebrei del mondo devono essere accettati. Bisogna accettare l'altro".

E poi ci sono Ender e Joelle, che partecipano al progetto "Meet-to-respect".

Joelle è attiva nella comunità ebraica ed è sposata a un rabbino ortodosso. Ender è stato per anni a capo della maggiore moschea di Berlino. Insieme intervengono nelle scuole per educare alla tolleranza e all'accettazione dell'altro.

Abbiamo assistito a una di queste sessioni. I bambini sono invitati a riflettere sulla parola "discriminazione". Fatima racconta la sua esperienza: "Il primo anno a scuola venivo emarginata perché non parlavo tedesco molto bene". La madre di Erik è polacca, "Quindi sono anch'îo polacco - dice -. E per questo dicono che rubo...". Mentre la testimonianza del piccolo Cem è che quando vuole giocare con i bambini turchi, spesso non è accettato perché è curdo.

"Va bene essere e sentirsi diversi. Ma non va bene essere e sentirsi emarginati", conclude Joelle.

Parlando di tutti i tipi di discriminazione, i bambini scoprono che ebrei, musulmani e cristiani condividono valori e problemi comuni, arrivando ad accettare le differenze reciproche.

"Meet-to-respect" è un'iniziativa della società civile tedesca che sembra avere presa sui ragazzi.

"Musulmani, cristiani ed ebrei possono diventare migliori amici, l'amicizia è meglio della guerra", sentenzia Cem. E Fatima esprime un disagio diffuso: "Per noi bambini non è facile, non siamo noi a scegliere la nostra religione".

In troppe scuole tedesche vengono pronunciate parole di odio antisemita. Squadre di attivisti come Ender e Joelle, pronti a mostrarsi insieme come esempio concreto di convivenza civile, sono più necessarie che mai.

"Qualsiasi tipo di violenza o di odio è sbagliato, è cattivo - ci dice Ender -. E noi siamo contrari in quanto credenti. Siamo per il rispetto e per la carità e mettiamo in pratica tutto questo ponendoci come modelli di riferimento".

"E io - prosegue Joelle - voglio anche mostrare ai bambini che se hanno pregiudizi contro gli ebrei, si sbagliano. Li invito a osservarmi da vicino: guardate, sono ebrea, potete chiedermi quello che volete".

Andiamo a Francoforte, dove è stata promossa la "giornata della kippa", in cui i cittadini sono invitati a indossare il copricapo ebraico per tutto il giorno.

La scuola Wöhler aderisce all'iniziativa. Per un buon motivo, ci spiega il presidente del consiglio studentesco, Carl-Philipp, che è cristiano ma oggi porta la kippa. Un paio di anni fa alcuni ragazzi della scuola si sono scambiati insulti antisemiti, ma gli insegnanti hanno reagito immediatamente.

Nel 2001 l'istituto ha lanciato un progetto di ricerca storica che ha permesso di scoprire che cosa è accaduto ai suoi studenti ebrei durante l'Olocausto. Incontriamo Carl-Philipp nel giardino della scuola in cui sono commemorati gli studenti uccisi nell'era nazista. Per lui non basta aver distribuito oltre 130 kippot di fronte alla scuola in una mattinata: "È importante andare oltre: non solo attirare l'attenzione sull'antisemitismo ma su ogni forma di discriminazione".

INSIDERS | Filming in Frankfurt

Andiamo a incontrare il rabbino Daniel Alter, che per molti anni ha avuto l'incarico di monitorare l'antisemitismo. Nel 2012 è stato aggredito da un gruppo di giovani musulmani che gli hanno rotto uno zigomo di fronte alla figlia piccola.

Oltre al "tradizionale" antisemitismo di estrema destra ed estrema sinistra, la Germania si trova ora di fronte a un nuovo antisemitismo - per così dire - "d'importazione"? La sua risposta è che "È assolutamente giusto che un paese prospero come la Germania, per quanto possibile, accolga persone che fuggono guerre e persecuzioni, sono completamente a favore. Ma quando pensiamo alla Siria, per esempio... molte persone provengono da società in cui l'odio per gli ebrei e per Israele fa quasi parte della ragion di Stato".

Per lui l'antisemitismo non è solo un problema che riguarda gli ebrei: "Siamo nel ventunesimo secolo e a Berlino ci sono gruppi che girano per le strade gridando 'Hamas, Hamas, ebrei nelle camere a gas'... Quando si fa largo l'odio nei confronti di una determinata categoria di persone, presto emergeranno forme d'odio anche verso altre categorie".

Un odio che, dal "kippa day" a progetti come "Meet-to-respect", la Germania combatte a suon di azioni simboliche e iniziative educative, scommettendo sulle nuove generazioni.