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A piedi verso una maggiore dignità: marcia dei profughi da Cona a Venezia

Oltre 200 richiedenti asilo del centro di accoglienza di Cona, ex caserma sovraffollata dove le condizioni di permanenza sono definite disumane, hanno marciato per due giorni. Grazie al Patriarca di Venezia non dovranno più tornare indietro

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A piedi verso una maggiore dignità: marcia dei profughi da Cona a Venezia

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“Cona, basta”. “Documenti per tutti”. “Casa per tutti”

Point of view

Vogliono essere trattati come esseri umani mentre dallo Stato ricevono solo violenze. In Italia vengono trattati come rifiuti.

Alberto Panfilio, sindaco di Conetta a La Stampa

Più di 250 migranti hanno marciato a piedi, per oltre due giorni, scappando dal centro migranti di Cona (al collasso) verso Venezia per chiedere condizioni di vita migliori e un trattamento più dignitoso. E alla fine chi si è messo in cammino è stato ascoltato: non dovrà più fare ritorno nella struttura, sovraffollata e in cui “si è privati delle libertà più elementari”, dice un testimone a euronews.

Hanno proceduto lungo le strade e gli argini, zaino in spalla e valigia in testa, insieme ai delegati della Federazione del Sociale USB. Una scena che ha evocato ben altre marce di biblica memoria. “La sensazione nel vedere i loro volti, i bagagli, il cammino lungo l’argine del Brenta, è per certi versi simile a quella che abbiamo percepito lungo la rotta balcanica”, scrive MeltinPotEuropa. Uno di loro, un uomo di 35 anni proveniente dalla Costa d’Avorio, ha perso la vita, investito da un’auto nella notte nei presi di Codevigo

Ieri sera, giovedì 16 novembre, la svolta: dopo un incontro col prefetto, i 254 migranti che hanno passato la notte in quattro parrocchie offerte dal Patriarca di Venezia hanno appreso che non dovranno più tornare indietro. Saranno ricollocati in strutture più piccole in tutta la Regione.

Cona simbolo di un inferno italiano
“Questi trasferimenti in nuclei più piccoli son funzionali anche a rompere la dinamica ghettizzante del maxi campo, favorendo l’integrazione invece dello scontro con la popolazione locale, soprattutto nei piccoli paesi”, scrive in un comunicato l’USB.“Niente di ciò che riguarda la tutela dei diritti umani può essere appaltato al settore privato. Cona dunque non è solo un luogo, ma un simbolo: l’immagine di un inferno che si vive dal Veneto fino a Lampedusa, passando per le condizioni di vita dei braccianti agricoli in Puglia e Calabria”

Il centro di prima accoglienza di Conetta (Ve), dove gli abitanti sono meno di 200 e i migranti almeno 5 volte tanto, doveva essere già chiuso da tempo. Si tratta di un’ex base militare dove ad inizio anno si è sfiorata la rivolta in seguito alla morte di una ragazza della Costa d’Avorio.

All’epoca gli ospiti, costretti dietro le sue mura, erano 1400. Martedì, prima che i migranti decidessero di intraprendere quella che avrebbero ribattezzato “marcia della dignità”, erano invece 1.119. “I rifugiati hanno acquisito coscienza e si sono messi i viaggio per denunciare le proprie condizioni di permanenza ed evitare un’altra situazione così in Italia”, riferisce a euronews, Federico Fornasari, delegato della Federazione del Sociale dell’USB. “Ora la marcia è finita, ma hanno capito che si tratta solamente del primo passo verso la grande manifestazione di Roma del 16 dicembre”.

Le condizioni preoccupanti del centro erano state oggetto di un’interrogazione parlamentare nel novembre 2016, rivolta all’allora ministro dell’interno Angelino Alfano. Erano descritte “condizioni di soggiorno difficilmente compatibili con la parola accoglienza” e si avvertiva che “una simile situazione potrebbe degenerare in qualsiasi momento”. Come si legge su Internazionale, la cooperativa che gestisce il centro di Conetta, la Ecofficina Edeco di Padova, prima operava nel settore rifiuti ma dal 2011 gestisce tre strutture di accoglienza: Bagnoli a Padova, Cona a Venezia, Oderzo a Treviso, per un totale di quasi duemila ospiti. La cooperativa, però, è al centro di tre indagini delle procure di Rovigo e di Padova. Le accuse sono truffa, falso (i dirigenti avrebbero retrodatato le carte per vincere i bandi) e maltrattamenti.

Sara Felpati, manager di Edeco, è stata ripresa in questo video mentre chiama “macachi” (in dialetto veneto può voler dire anche “sciocco”) alcuni migranti delle strutture di Monselice. Qui la sua risposta, intervistata da Repubblica.

“La cooperativa prende più soldi abbassando la dignità delle persone”, riferisce l’italo-ivoriano Aboubakar Soumahoro, mediatore culturale a Conetta. “Sarà compito della magistratura valutare eventuali illeciti. Quanto a noi, abbiamo posto all’attenzione la privazione delle libertà elementari degli ospiti: dentro c‘è un freddo siberiano. Affrontare la pioggia e il freddo esterno pur di non tornare lì dentro deve far riflettere. Nel centro non c‘è il rispetto delle direttive europee in tema di accoglienza, né delle procedure di riconoscimento internazionale. Ci sono persone che vivono lì da 2 anni e non sanno pronunciare una parola di italiano. Eppure la cooperativa riceve finanziamenti per l’insegnamento dell’italiano”.

Le lezioni di lingua, denuncia il sindacalista Fornasari, avvengono una volta alle settimana, per appena due ore, con un solo insegnante che deve parlare a oltre mille persone. Contattata, la cooperativa ha suggerito di rivolgersi all’addetto stampa che, tuttavia, non è raggiungibile al telefono.

“Dal punto di vista istituzionale, questi campi servono ad immagazzinare persone. Sono depositi, non di merce ma di esseri umani”, dice Fornasari, presente durante la marcia con i migranti. Durante il cammino, denuncia, abbiamo “indicato al prefetto tanti stabili vuoti”, ma “quando non c‘è predisposizione non solo all’accoglienza, ma anche all’integrazione…”


La cronologia
Tutto è iniziato con un incontro con il viceprefetto, lunedì. I migranti e i vertici sindacali hanno avanzato delle proposte (come la possibilità di poter cucinare nel campo, il miglioramento dei servizi igienici, il riscaldamento) che però non sono state accolte. Martedì pomeriggio poco più di 200 ospiti del centro di Conetta hanno deciso di varcare i suoi cancelli per non farvi più ritorno. “Chi non è riuscito a mettersi in marcia non lo ha fatto perché non appoggia la causa ma ha perché ha una paura incredibile degli operatori della cooperativa, che minacciano i migranti di espellerli dal campo, facendo così perdere loro i documenti e – quindi – causando un rimpatrio forzato. Minacciano tutti coloro che vogliono entrare a far parte del sindacato”, dice Fornasari. Alla spicciolata, altri compagni di “detenzione” si sono uniti alla marcia.


“La prima notte è trascorsa nei pullman della cooperativa: la questura ha intimato loro di mettere a disposizione i mezzi per la notte”. La seconda notte la comitiva ha trovato riparo a Codevigo, “chiedendo asilo nella chiesa come nel Medioevo”. Il sindaco, racconta Fornasari, inizialmente “ci ha detto di tornare a Cona e il parroco non ha proferito verbo”, ma posti davanti al netto rifiuto di fare dietro front, il prete – “costretto dalla digos e dalla diocesi locale” – ha aperto le porte della chiesa ai disperati solamente verso le 23.30, quando le prime gocce di pioggia iniziavano a scendere.

Intanto la protesta è andata avanti anche a Cona, dove i rappresentati di questura e prefettura hanno cercato di rassicurare i richiedenti asilo rimasti nella struttura.

Ieri la marcia si è arrestata a Campolongo maggiore, dopo circa 25km di cammino. Ad aspettare il corteo, gli agenti in assetto antisommossa. La seconda trattativa “campale” con il prefetto e il questore di Venezia, è stata sbloccata da una chiamata del Patriarca della Laguna, Francesco Moraglia, che ha messo a diposizione le strutture parrocchiali per i tanti rifugiati, stanchi e provati, che hanno giurato di non mettere più piede nel centro per richiedenti asilo di Conetta.

Torneranno a marciare per i diritti dei loro compagni, rinchiusi nelle strutture più o meno a norma d’Italia, il prossimo 16 dicembre a Roma.