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La rinascita di Benjamin, sopravvissuto al Bataclan

Uno dei superstiti della strage di Parigi del 13 novembre 2015 racconta come la scrittura lo abbia aiutato a trovare la forza di reagire

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La rinascita di Benjamin, sopravvissuto al Bataclan

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A due anni dagli attentati di Parigi, i sopravvissuti alla strage stanno ancora cercando di reagire, per quanto possibile. Nel bene e nel male. Alcuni riescono a superare questa difficile prova trovando conforto nella scrittura. Benjamin Vial è uno di loro.


Architetto e musicista, il 13 novembre 2015 era con sua moglie al Bataclan. Entrambi hanno sfiorato la morte ma fortunatamente sono riusciti a fuggire dall’inferno. Le loro ferite non sono state fisiche quanto psicologiche. È una storia diversa che richiede cure e attenzioni quotidiane.

Avete appena pubblicato un libro intitolato “Frammenti post-traumatici” (ed. Michalon) Si tratta di un racconto piuttosto doloroso della vostra lenta e lunga rinascita. Come state oggi?
Benjamin Vial: Oggi sto abbastanza bene. In effetti, riconquistare la fiducia nella vita e nello spazio intorno a me è stato un percorso lungo.

Leggendo, ci si rende conto che la vostra visione del mondo è inevitabilmente cambiata. Che cosa vi ha permesso di dare la svolta decisiva? La musica? Gli amici? La letteratura?
Ben presto ci si rende conto che i legami con tante cose diventano più lassi, e che abbiamo bisogno di ricostruire il nostro ambiente. Che sia con i nostri amici o con coloro che conosciamo da tanto tempo. Sono stato per molto tempo in compagnia dei miei amici e mi sono divertito molto. Questo mi ha aiutato enormemente.

Racconta di aver fatto resistenza prima di andare a consultare degli specialisti, per un aiuto psicologico lungo questo cammino. Qual è stato il fattore scatenante?
In realtà, non ho avuto altra scelta. Ho perso tutto. Un mese, un mese e mezzo dopo la sparatoria, non potevo controllare nulla. Avevo reazioni completamente incontrollate, paure irrazionali, e non vedevo come avrei potuto farcela se non tornando ad affidarmi ai medici che avevo visto fin dall’inizio, che mi avevano detto che non ne avrei avuto bisogno.

Ogni capitolo del suo libro inizia con una cronaca degli attacchi jihadisti in giro per il mondo, a scadenza quasi quotidiana. Perché questo conto alla rovescia macabro?
Infatti è stato come un rumore di sottofondo della mia vita, una litania di attacchi in tutto il mondo. Mi ha permesso anche di relativizzare ciò che mi era successo dicendomi che non ero l’unico in questa galera. Che non c’è stata solamente Parigi, o la Francia, o l’Europa, ma che è stato davvero globale. Mi ha permesso di darmi una sorta di universalità perché avrei potuto parlare di quello che mi è successo al Bataclan anche se fossi stato altrove.

Di fronte a questa ondata di terrore, avreste potuto trovare consolazione nell’ odio e nella vendetta. Che cosa vi ha trattenuto?
Prima di tutto, non lo trovo costruttivo. Inoltre, non è il mio modo di essere e non saprei chi biasimare. Ovviamente, ci sono i responsabili, ma questo cosa mi darebbe in più?

Lei dice che ci sono molte cose che non ha scritto in questo libro. Non parlate molto di terrorismo a Parigi. Cosa vi aspettate da un’ eventuale processo?
Sto aspettando di aggiungere pezzi al mio puzzle, a tutte le domande che mi pongo e che potrebbero farmi andare avanti. E’ vero che non mi dispiacerebbe sapere il perché di quell’obiettivo, quel luogo, quel giorno, e quel concerto. Vorrei saperlo, per curiosità. Sapere come stanno andando le cose, continuare a essere in grado di ricostruire l’ intera storia.

Pensa che alla fine la giustizia trionferà
La lascio al suo lavoro. Non mi faccio troppe illusioni. Non lo so.