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Terrorismo, cosa non sappiamo ancora degli attacchi di Parigi

"Nessun processo almeno fino al 2020". Le indagini dopo gli attentati del 13 novembre 2015 procedono al rilento

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Terrorismo, cosa non sappiamo ancora degli attacchi di Parigi

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Due anni dopo il massacro terroristico di Parigi del 13 novembre 2015, l’inchiesta in corso fatica ancora a fare luce su tutti gli aspetti della vicenda. Tante sono ancora le zone grigie, per non dire i buchi neri, nelle carte giudiziarie. L’attesa per i familiari delle vittime e quella dei superstiti continua.

Gli attacchi di due anni fa hanno causato la morte di 130 persone. Centinaia i feriti. Ad oggi, sono state indennizzate 2.579 vittime di quegli attentati. Tra essi, 785 parenti di persone decedute, 576 feriti e 1.218 presenti che hanno avuto traumi psicologici in conseguenza dei drammatici fatti di quella sera.

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Il silenzio di Salah Abdeslam
Salah Abdeslam, 28 anni, cittadino francese di origine marocchina, è l’unico superstite del commando jihadista. Formalmente sotto inchiesta, è attualmente detenuto a Fleury-Mérogis, nei pressi di Parigi. Si è tuttavia rifugiato in un silenzio totale e non ha avvocati che seguano il suo caso. Non più. Le indagini proseguono dunque senza il suo contributo.

Anche se sono già stati forniti solidi elementi d’accusa nei confronti del sospetto n.1, il suo silenzio impedisce il controllo incrociato delle informazioni. Le autorità giudiziarie francesi temono soprattutto che egli possa suicidarsi nonostante le drastiche misure adottate per garantire una sorveglianza 24 ore su 24 del detenuto. Il suo silenzio, considerato “un altro insulto alle parti civili”, stando al magistrato inquirente, è inaccettabile.

“L’unica volta che Abdeslam ha risposto ad un giudice è stato per confermare l’accettazione del trasferimento in Belgio “, spiega la madre di una vittima. Sua figlia è stata uccisa con il fidanzato al Bataclan. Abdeslam dovrebbe essere portato in Belgio per rispondere di un’altra sparatoria per il quale deve essere processato in dicembre.


Un’ indagine tentacolare
Secondo il dipartimento antiterrorismo di Parigi contattato da euronews, l’indagine è diventata tentacolare con quasi 28.000 testimonianze che hanno finito per ingrossare enormemente il faldone, ed è ben lungi dall’essere conclusa. “Ciò che risulta evidente è che stiamo parlando di un’operazione pianificata molto bene, con diversi mesi di anticipo, e con ramificazioni multiple “, ci ha confermato Philippe Duperron, presidente dell’associazione Life for Paris, dopo aver incontrato il magistrato inquirente il 9 ottobre scorso. In questa fase, oltre a Salah Abdeslam, ci sono cinque uomini attualmente detenuti in Francia. Altri cinque indagati sono oggetto di un mandato d’arresto: quattro sono attualmente detenuti in Belgio, mentre il quinto è detenuto in Turchia.

L’amico di Abdeslam
Il quinto uomo è Ahmed Dahmanim, un cittadino marocchino di 28 anni con cittadinanza belga. Amico d’infanzia di Abdelslam e di Mohammed Abrini, “l’uomo col cappello” degli attacchi di Bruxelles, è sospettato di essere stato la mente degli attentati di Parigi. Si tratta di uno degli anelli mancanti nell’indagine. Attualmente sta scontando una pena detentiva di dieci anni in Turchia per aver fatto parte di un’organizzazione terroristica. La Francia ha chiesto ufficialmente l’estradizione. Se collaborasse con gli investigatori, potrebbe aiutare in maniera positiva lo sviluppo dell’inchiesta.


Le falle nell’intelligence
“L’indagine rischia di esporre i fallimenti delle buone pratiche di intelligence, dalle quali però non abbiamo tratto insegnamento”, spiega Philippe Duperron a euronews.

“Se le autorità francesi avessero fatto il loro lavoro, questo non sarebbe successo”, afferma Patricia Correia, vicepresidente dell’associazione Life For Paris. Correia trae questa conclusione dopo aver letto il libro di Philippe Cohen-Grillet, Nos années de plomb: du Caire au Bataclan, autopsie d’ un désastre, pubblicato da Plein Jour. Per il giornalista, specializzato in terrorismo, l’attacco del Bataclan trae le sue origini in un altro attentato avvenuto nel febbraio 2009, in Egitto. Uno degli indagati arrestati all’epoca dichiarò effettivamente che c’era allo studio un attentato in Francia, proprio contro il Bataclan. Un caso mal gestito dalle autorità francesi, secondo l’indagine dell’ autore. Risultato: il caso fu archiviato.

Di fronte a “questa guerra di polizia”, il presidente dell’associazione Vittime per la Vita non si illude. “In nessun caso otterremo spiegazioni per questi fallimenti dei servizi segreti”, ci ha detto Philippe Duperron. “Sappiamo che il processo non ci porterà tutte le risposte”.

Una processo nel 2020?
Secondo le nostre informazioni, il giudice Tessier responsabile del caso potrebbe effettivamente chiudere l’indagine nel 2019. Il processo sugli attentati di Parigi non è previsto comunque prima del 2020. In altre parole, nella migliore delle ipotesi, cinque anni dopo il massacro.

di Christophe Garache, con agenzie