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30 anni di Erasmus: I dati del programma più famoso d'Europa


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30 anni di Erasmus: I dati del programma più famoso d'Europa

Sono studenti universitari, tirocinanti, volontari. Sono giovani che decidono di passare alcuni mesi della loro vita in un altro Paese, per poi tornare nel proprio, magari con una fidanzata o fidanzato conosciuto durante questa esperienza. È l’esercito degli Erasmiani, come li chiama Sofia Corradi, madre di uno dei progetti più famosi dell’Unione Europea: l’Erasmus, appunto.

Nato nel 1987, come occasione per gli studenti universitari di poter svolgere alcuni mesi di studio all’estero e di vedersi riconosciuti gli esami svolti una volta rientrati nell’Ateneo di origine, oggi il programma, che dal 2014 è diventato Erasmus +, offre una più ampia gamma di possibilità per i giovani europei. Esso prevede infatti oltre ai periodi di studio e tirocinio, scambi di giovani, volontariato e scambi di personale in tutti i settori dell’istruzione, della formazione, della gioventù e dello sport.

E i risultati sono più che sorprendenti. Secondo i dati forniti dalla Commissione Europea, 9 milioni di persone provenienti da tutti i ceti sociali hanno già preso parte al programma e, di questi, 2 milioni nel solo periodo che va dal 2014 al 2015.

A guidare la classifica, nei primi due anni di vita del nuovo programma, sono le donne, con il 58% di adesioni; mentre le persone con bisogni speciali e minori possibilità sono stati circa il 10%.

Le mete più ambite dagli studenti sono: la Spagna (12%); la Germania (11%) e la Gran Bretagna (10%). A partire invece sono stati per la maggior parte francesi, tedeschi e spagnoli.

Ma a sorprendere è il livello di soddisfazione dei partecipanti:

- il 94% ha dichiarato di aver migliorato le proprie competenze di base; – il 96% di aver migliorato le proprie competenze linguistiche; – l’80% si sente più prearato per entrare nel mondo del lavoro.

Un dato, quest’ultimo, che incide non poco nelle statistiche riguardanti l’occupazione. Infatti, secondo le statistiche della Commissione Europea, gli studenti che hanno fatto esperienza di mobilità hanno il doppio delle probabilità di trovare un posto di lavoro a un anno dalla laurea. Uno su tre tirocinanti di istruzione superiore – dato che sale a uno su due nell’Europa meridionale – è offerta una posizione dalla loro azienda ospitante.

Ma quanto costa il programma Erasmus? Secondo i dati forniti dalla Commissione Europea l’attuale programma Erasmus+, che riguarda il periodo dal 2014 al 2020, ha una dotazione di bilancio di 14,7 miliardi di euro e offrirà a oltre 4 milioni di persone la possibilità di vivere un’esperienza all’estero.

E se negli ultimi anni, in tutta Europa il processo di integrazione europea sembra scricchiolare, una speranza potrebbe venire proprio dalla generazione Erasmus. Basti pensare, infatti, che l’83% degli studenti in mobilità ha affermato che il loro senso di cittadinanza europea è aumentato dopo l’esperienza vissuta all’estero.

Senso di cittadinanza che aumenterà con le nuove generazioni, grazie anche a quel milione di bambini figli dell’Erasmus.

Colloquio : Professoressa Corradi

Professoressa Corradi, il programma Erasmus quest’anno compie trent’anni

Ebbene sì

Lei è considerata la mamma di questo programma, com’è nata l’idea del progetto Erasmus?

Beh è nata in una maniera curiosa, perché è nata da una solenne arrabbiatura che mi sono presa. Perché io ero andata in borsa Fulbright a studiare per un anno accademico alla Columbia University a New York. Al ritorno a me sembrava la cosa più ovvia di questo mondo, che io chiedessi alla mia Università di riconoscermi gli studi fatti all’estero. Mi avevano dato anche un master in diritto comparato. E invece no. L’hanno presa proprio male, mi hanno addirittura insultata, come se io volessi laurearmi con documenti falsi oppure rilasciati da una qualche università delle isole Bahamas, o di qualche altro paradiso fiscale. Questo incidente ha scatenato in me una mia personale campagna pacifista, no? Quando si è giovani, si dice: “il mondo così com’è non mi piace. Adesso ci penserò io a cambiare il mondo”.

Com’è stata presa dal mondo accademico questa sua idea di voler promuovere questo programma?

Guardi è stata presa da alcuni entusiasticamente, da altri in maniera molto ostile. Le voglio raccontare un aneddoto. Io ho lottato per 18 anni, cioè dal 1969 al 1987, per arrivare a quello che oggi è il tanto lodato da tutti programma Erasmus. Ma io non lo sapevo all’inizio che avrei dovuto lottare per 18 anni, altrimenti non avrei nemmeno incominciato a lottare. Io ogni volta credevo che questi scambi, con il riconoscimento degli studi esteri fossero una cosa così ovvia, che l’avrei ottenuta subito. Lei pensi che erano così ostili che, in una certa fase, io ho dovuto mettermi d’accordo con i Rettori, che quando uno studente mandava i suoi documenti per chiedere il riconoscimento ci dovesse scrivere sulla busta: “personale per il Rettore”.

Ma questa ostilità, non era solo in Italia?

No da per tutto. La burocrazia è stata ostile da per tutto. E poi, beh, si è rassegnata, anche perché innanzitutto anche i burocrati hanno dei figli o dei nipoti. Quando vedono che parte un piccolo provinciale e poi torna un cittadino del mondo, ognuno si commuove. Ma le statistiche ufficiali dell’Unione europea lo dicono che, l’erasmiano, quando poi si laurea, trova lavoro in metà tempo rispetto ai non erasmiani. Non perché sa meglio le lingue, non perché dov’è stato i professori fossero più bravi, ma perché ha sviluppato tutto un insieme di qualità personali trasversali. E allora il risultato è che piace di più agli uomini, piace di più alle donne, piace di più ai datori di lavoro.

E a trent’anni di distanza, qual è la sua soddisfazione più grande?

Più di una volta mi è capitato che mi vengano a stringere la mano o ad abbracciare delle erasmiane incinte, con tanto di pancetta ben visibile e mi dicono una cosa che, a qualunque persona anziana gli allarga il cuore. Mi dicono: “professoressa, se sarà femmina, la chiamerò Sofia”.