ULTIM'ORA

Lettura in corso:

In Turchia fallisce un colpo di Stato


review

In Turchia fallisce un colpo di Stato

Un presidente al servizio del suo Paese, anche questo 11 dicembre all’indomani dell’ennesimo attentato che ha sconvolto la Turchia.

Nel bene e nel male, il 2016 è stato l’anno del sultano Recep Tayyip Erdogan.

Che dopo lo slancio iniziale, riporta la Turchia a un passato buio. Ma non disdegna le nuove tecnologie. E quest’immagine rimarrà nella storia. Il presidente che arringa il suo popolo attraverso un telefonino.

È la notte del 15 luglio. Nel Paese è in atto un colpo di Stato.

Una parte delle forze armate, un fantomatico “Consiglio di pace del paese” dice di aver preso il controllo della Turchia.
I golpisti dichiarano di voler ripristinare la democrazia.

Erdogan incita il suo popolo alla controrivoluzione attraverso questo portatile:

“Faccio appello ai turchi, perché scendano in strada.
Così che questo gruppuscolo minoritario faccia quello che deve fare, di fronte al popolo.
Non esiste potere superiore a quello del popolo, io non riconosco nessun altro potere se non quello del popolo”.

Un chiaro appello a resistere fino al sacrificio.

Che trova subito una sponda. In centinaia scendono in piazza e si dirigono contro i blindati.

Dopo ore di incertezza, silenzio internazionale, il colpo di Stato fallisce.

E lui, Erdogan, su cui le voci più strane si sono inseguite nelle ultime ore, qualcuno lo voleva già in esilio in Germania
rientra trionfante a Istanbul.

Con un primo obiettivo, fare un ripulisti nell’esercito e non solo.

Circa 8500 uomini avrebbero preso parte al golpe, circa l’1,5% degli effettivi.

Scattano le manette per oltre 8800 militari, di questi circa 200 sono generali e ammiragli.

Non è che l’inizio delle purghe e di un ulteriore giro di vite con cui ‘il sultano’ si appresta a governare la Turchia.

Le purghe che seguono fomentano i sospetti che a volere il golpe sia stato lo stesso Erdogan, così da avere mano libera nel rimuovere funzionari, magistrati, insegnanti, giornalisti insomma tutte le persone non grate.

Il ripulisti prende proporzioni enormi, oltre 110 mila persone sono rimosse dal proprio incarico, 36 mila gli arresti.

La deriva autoritaria preoccupa la comunità internazionale, così come la richiesta ripetuta agli Stati Uniti di estradare Fetullah Gulen, ritenuto il mandante del fallito colpo di Stato.

Recep Tayyip Erdogan:

“Prima o poi gli Stati Uniti dovranno fare una scelta, o la Turchia o Gulen”.

L’amministrazione Obama non dà seguito alla richiesta di Erdogan e intanto lo scenario internazionale, con la guerra in Siria in primo, piano si infiamma.

L’11 novembre è la volta di Akin Atalay, il direttore del quotidiano Cumhuriyet, il più vecchio giornale d’opposizione turco, viene arrestato di rientro dalla Germania.

In centinaia scendono in piazza, per l’Occidente è la goccia che fa traboccare il vaso.

L’europarlamento vota il blocco al processo di adesione all’Unione della Turchia. Erdogan risponde immediatamente minacciando di rimettere in causa l’accordo sui migranti.

“Iniziate a chiedervi che cosa sarebbe se la Turchia aprisse le frontiere. Se continuate di questo passo, queste frontiere verranno aperte”.

Erdogan è pronto a sacrificare l’adesione all’Unione europea, sullo scacchiere internazionale riordina priorità e alleanze.

Dopo un periodo di crisi diplomatica ripristina le relazioni con la Russia di Putin.

Ogni storia può essere raccontata in molti modi: osserva le diverse prospettive dei giornalisti di Euronews nelle altre lingue.

Prossimo Articolo

review

Video estremi di imprese impossibili