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Il dolore della Francia che lavora

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Il dolore della Francia che lavora

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Una nuova ondata di scioperi grava sulla Francia. Giornate da braccio di ferro, nove dall’inizio della mobilitazione contro la legge sul lavoro e la protesta non si ferma, al contrario.

I sindacati, in testa la CGT, sembrano decisi a proseguire fino alla fine, fino al ritiro della legge El Komhri.

Quindi, quali saranno le soluzioni e quali le conseguenze? Ne parleremo piú tardi, ora invece facciamo il punto su l’azione del sindacato e su quello che è considerato l’uomo della situazione.

Quello spirito tutto francese di battaglia sindacale

Questo non sarà il primo nè l’ultimo, ma sicuramente il piú grande episodio sociale delle ultime settimane che ha visto protagonista la Francia e uno dei più grandi che il paese abbia mai vissuto negli ultimi decenni: i francesi per le strade e il paese che gradualmente si blocca alla chiamata dei diversi sindacati tra cui la CGT, la confederazione sindacale francese del lavoro.

In poche settimane, quest’uomo con i baffi, segretario generale del piú grande sindacato francese diventa imprescindibile. Philippe Martinez, 55 anni, ha in mano da 15 mesi le redini della CGT.

Sconosciuto al grande pubblico, è diventato l’emblema della sfida della sinistra contro il governo “traditore” e non ha alcuna intenzione di abbandonare la battaglia. Nella situazione di stallo, come del resto Manuel Valls e François Holland, come loro non retrocede.

Philippe Martinez, segretario generale CGT: “Quando ci sono cosí tante contestazioni a un progetto di legge, bisogna rimuoverlo e ripartire da zero per poter discutere. Deve prevalere il buonsenso. La palla è nel campo del governo: se ci viene detto che si riparte da zero, ci fermeremo subito, ve lo garantisco”

Il grande potere della mobilitazione risulta di certo fastidioso per il governo. Il sindacato controlla settori chiave dell’economia come trasporto, petrolio, chimica e potrebbe, se dovesse insistere nel mantenere la propria posizione, rappresentare un serio problema al loro andamento.

La CGT conta 688mila iscritti. È più grande di un partito politico, ma rappresenta solo il 2,6 per cento dei lavoratori francesi. Questo vuol dire che il sindacalismo di massa in Francia è insignificante e che solo l’8 per cento dei lavoratori è sindacalizzato contro, il 55 per cento del Belgio, l’82 per cento dell’Islanda e oltre il 50 per cento dell’Italia.

E qui sta il paradosso francese, cioè che nonostante questa bassa rappresentanza, milioni sono i francesi che regolarmente scendono in piazza a dimostrare. Philippe Martinez, l’uomo che secondo alcuni titoli di giornale, potrebbe mettere la Francia in ginocchio, alla fine sarà riconosciuto come un leader?

Jean-Marie Pernot, specialista in relazioni industriali, IRES: “Martinez e la CGT hanno avuto grande successo nel dare via libera a una simile mobilitazione. Dopo aver spaventato, ora vogliono fermare la nave, per farle prendere un’altra direzione. E’ molto complicato ed è qui, che vedremo il talento di cui dispone Martínez”

Comunque, in ogni caso, è già riuscito a mettere i più impopolari presidenti e lo stesso governo con le spalle al muro. Se cederanno, con loro crollerà anche la credibilità conquistata finora. Se non lo faranno, i francesi caricheranno la paralisi del paese sulle loro spalle.

L’analisi di Henri Sterdyniak, economista controcorrente

Sophie Desjardin, euronews: “Siamo con Henri Sterdyniak, benvenuto. Lei è un economista, membro tra l’altro del gruppo controcorrente «Les economistes attérés». Per cominciare ci dica cosa ne pensa di tutta questa bagarre.”

Henri Sterdyniak, economista: “È molto difficile. Idealmente, il governo dovrebbe rivedere la sua legge e negoziare con i sindacati l’intero dispositivo. Le riforme del codice del lavoro rappresentano la priorità per i sindacati e c‘è il rischio che il governo si butti e faccia passare il disegno di legge in Parlamento senza alcuna discussione.”

Desjardin: “Il dibattito si è cristallizzano attorno a questo famoso articolo 2 e l’inversione della gerarchia delle norme che esso comporta. Può spiegarci in poche parole perché è così importante?”

Sterdyniak: “I negoziati a livello di imprese si possono fare indipendentemente da ciò che accade a livello di settore e nazionale. C‘è paura da parte di un gruppo di sindacati e dipendenti, preoccupati che le imprese possano beneficiare del loro rapporto di forza per imporre delle regole contro i lavoratori. Ad esempio l’azienda potrebbe dire di aver bisogno di migliorare la sua competitività, di maggiore flessibilità e imporre cosí riduzioni di salario, orari di lavoro piú pesanti, o modifiche del contratto di lavoro senza il parere dei sindacati rappresentativi.”

Desjardin: “Uno dei principi della legge sul lavoro è che la pesantezza del codice in Francia sia in parte responsabile della disoccupazione, le risulta?”

Sterdyniak: “In effetti, abbiamo un codice del lavoro che è diventato troppo complesso. Ci sono un sacco di regole divenute obsolete, che avrebbero dovuto essere semplificate e quindi sarebbe stato utile un negoziato per semplificare il codice del lavoro. Il problema è che non si è fatto e il governo ha imposto un testo che risponde soprattutto alle esigenze dei datori di lavoro. Inoltre, gli accordi a livello delle imprese rappresentano una complicazione anzichè una semplificazione perchè sono piú che altro accordi aziendali.”

Desjardin: “Le riforme di cui stiamo parlando sono state approvate in altri paesi europei?”

Sterdyniak: “C‘è un grande dibattito in corso. C‘è chi dice che bisognerebbe prendere l’esempio dalla Spagna, dall’Italia, dove sono state fatte alcune riforme importanti al codice del lavoro, ma allo stesso tempo queste riforme sono state fatte in paesi con un alto tasso di disoccupazione, quindi non è una prospettiva appetitosa. In Gran Bretagna, il lavoro è certo più flessibile, ma allo stesso tempo la povertà è molto più diffusa tra i dipendenti. Il modello ideale non è facile da trovare.”

Desjardin: “Le politiche di austerità derivanti dalla firma del patto di stabilità monetaria decreteranno dunque la morte dello stato sociale alla francese?”

Sterdyniak: “Sì, è verso questa direzione che si sta andando. Politici di destra e datori di lavoro considerano che dati i vincoli della globalizzazione, tenendo conto della costruzione europea, la Francia debba poco a poco entrare nei ranghi. Il nostro benessere diminuisce per essere distribuito su un certo numero di altri paesi. La Francia deve trovare alleati in Europa, tra le forze dell’Unione, per resistere alla distruzione del modello sociale europeo.”

Desjardin: “Il problema è questo, infatti. Grazie a Henri Sterdyniak, economista, per aver risposto alle nostre domande.”

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