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Mosul, fuga da Isil: "Era un inferno"

Infuria la battaglia, in quel che le autorità irachene hanno annunciato essere la prima fase della campagna per liberare Mosul, roccaforte di Isil

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Mosul, fuga da Isil: "Era un inferno"

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Infuria la battaglia, in quel che le autorità irachene hanno annunciato essere la prima fase della campagna per liberare Mosul, roccaforte di Isil. Le truppe di Bagdad, coadiuvate dai bombardamenti aerei della coalizione internazionale, dai peshmerga curdi e da combattenti delle tribù sunnite locali, stanno cominciando a riconquistare i villaggi intorno alla città. Makhmur, una settantina di chilometri a sudest di Mosul, è considerata la località più sicura della zona, e qui si ammassano, ospitati in un centro sportivo, migliaia di iracheni provenienti dagli otto villaggi che sono stati strappati all’autoproclamato Stato Islamico da giovedì.

Point of view

Avevamo paura di parlare. Controllavano ogni minimo aspetto delle nostre vite, costringevano le donne a coprirsi il volto e gli uomini a indossare abiti lunghi come loro, e a farsi crescere la barba

Il centro è stato aperto dai peshmerga, in mancanza di campi per gli sfollati, ma lo spazio comincia a mancare. Le donne sono separate dagli uomini per rispetto delle tradizioni arabe. Ai microfoni di Euronews, in forma anonima per timore di ritorsioni nei confronti delle loro famiglie, hanno raccontato che cosa significhi vivere sotto Isil.

Uno di loro ricorda: “Usavano metodi di repressione violenti. Erano brutali, ci imponevano di farci crescere la barba, non ci era permesso fumare, dovevamo indossare tuniche lunghe come loro. Impongono uno stile di vita rigidissimo, praticano discriminazioni, sono terroristi al di là di qualunque descrizione”.

Questa gente per due anni ha vissuto – dicono – “un inferno”. Un inferno di torture e violenza, per chi non si conformava. E la costante minaccia, come ultimo castigo, dell’esecuzione.

“Per la maggior parte del tempo stavamo chiusi in casa -, dice un’anziana -. Avevamo paura di parlare. Controllavano ogni minimo aspetto delle nostre vite, costringevano le donne a coprirsi il volto e gli uomini a indossare abiti lunghi come loro, e a farsi crescere la barba. E intervenivano anche nei nostri problemi personali o familiari”.

Molti sono stati costretti a cambiare religione e credenze, e per chi non si adattava si scatenava la creatività degli aguzzini nel trovare nuovi modi di torturarli e giustiziarli.

Il nostro inviato, Mohammed Shaikhibrahim, conclude: “Per più di due anni queste persone hanno vissuto sotto il regime di Isil come prigionieri e ora sono finiti qui da sfollati e senzatetto. Sono alla ricerca di un rifugio sicuro dove portare i loro cari che sono ancora in vita”.