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Nel limbo di Gibuti, crocevia per migliaia di rifugiati dal futuro incerto

Gibuti, nel nord del Corno d’Africa, è un crocevia per migliaia di rifugiati: una terra di passaggio dove molti attendono indefinitamente, come Wesem

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Nel limbo di Gibuti, crocevia per migliaia di rifugiati dal futuro incerto

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Gibuti, nel nord del Corno d’Africa, è un crocevia per migliaia di rifugiati: una terra di passaggio dove molti attendono indefinitamente, come Wesem Sultan, yemenita in fuga dalla guerra: “Nel mio Paese la gente viene uccisa, i diritti umani sono calpestati. Ci siamo lasciati ogni cosa alle spalle, anche i sogni. Oggi viviamo nell’incertezza. Aspettiamo qui, senza senza sapere che cosa sarà di noi”.

Qui non c‘è il pericolo della guerra, ma nemmeno reali prospettive di lavoro e di vita, se non nei centri di accoglienza. Luoghi dove ogni anno nascono bambini che non potranno studiare, né costruirsi un avvenire.

“Viviamo alla giornata, soprattutto noi giovani – afferma Guled Abdullahabib, rifugiato somalo – Nemmeno la scuola che frequentiamo qui è riconosciuta. Alla fine, non avremo nemmeno un titolo di studio valido”.

L’alternativa, per molti, è unirsi al flusso di migranti diretti verso l’Arabia Saudita o l’Europa. Mete sognate, che spingono a intraprendere viaggi pericolosi, spesso al prezzo della vita.

“Abbiamo preso del denaro in prestito per arrivare fino a qui, non possiamo tornare in Etiopia senza niente – afferma Roumana Mohammed – Se rimaniano qui, siamo spacciati”.

Alla periferia di Obock, capita che migranti e scafisti incrocino i rispettivi cammini, entrambi alla ricerca di un mezzo per sopravvivere: i secondi a spese dei primi.

“Se non hai niente, sei disposta a fare di tutto! Anche la trafficante d’armi, o di droga! Qualunque cosa, perché non abbiamo niente. Grazie a Dio ci sono i clandestini!”, afferma Hawi, che ha un passato e probabilmente anche un futuro da trafficante di uomini.

Da marzo, quando in Yemen è scoppiata la guerra civile, il traffico di esseri umani è rallentato, ma non si è fermato. A Gibuti non smettono di affluire nuovi esuli. Si aggiungono a quelli arrivati nei decenni passati dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Somalia.

La guardia costiera di Gibuti fatica a controllare il flusso di chi tenta di raggiungere clandestinamente la Penisola arabica: più di 100mila l’anno scorso.

Colonel Wais O.Bogoreh, comandante della Guardia costiera: “Abbiamo fermato circa quarantamila persone in meno di tre anni e mezzo. Ma i nostri sforzi e il numero dei nostri effettivi non bastano. Serve un lavoro collettivo, insieme ai Paesi vicini, insieme ai Paesi europei e a tutti quelli che sono toccati da questo problema”.

A sud della capitale, nella località di Ali Adde, circondato da montagne aride, sorge il più grande campo per rifugiati del Paese. Qui vivono 10mila persone.

Abraham Keno è arrivato dall’Etiopia 25 anni fa: “Dateci una soluzione durevole – è il suo messaggio alla comunità internazionale – Non per noi, ma per i nostri figli! Noi moriremo domani, o dopodomani, non è grave: siamo vecchi. Ma i nostri figli non hanno un futuro. Allora, per favore: salvate i nostri figli! Non fatelo per noi, ma salvate i nostri figli, se vi è possibile”.