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Pena di morte: meno esecuzioni, ma più condanne secondo Amnesty

Nel 2014 sono state giustiziate almeno 607 persone, un numero in calo rispetto al 2013, secondo il rapporto di Amnesty International. Ma sono aumentate le condanne a morte. Molti gli Stati che non han

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Pena di morte: meno esecuzioni, ma più condanne secondo Amnesty

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Esecuzioni in diminuzione, condanne in aumento. È quanto riassume il rapporto di Amnesty International sulla pena di morte nel 2014.

Lo scorso anno, 607 persone sono state giustiziate, in 22 Paesi. Il 22% in meno rispetto al 2013. Ma in 55 Paesi sono state pronunciate 2.466 sentenze di condanna a morte, oltre 500 in più rispetto all’anno precedente (+28%).

La somma di 607 esecuzioni capitali non tiene conto della Cina, dove i dati sulla pena di morte sono tenuti segreti. Tuttavia, secondo Amnesty International, da sola la Cina esegue più condanne a morte che il resto del mondo. Seguono Iran (289), Arabia Saudita (90), Iraq (61) e Stati Uniti (35).

Attualmente, nel mondo, poco più di 19mila persone si trovano nel braccio della morte.

Metodi di esecuzione e reati

In molti Paesi – sottolinea il rapporto di Amnesty International – non sono stati rispettati gli standard internazionali sul giusto processo. In alcuni casi le confessioni sono state estorte per mezzo di torture o altri tipi di maltrattamenti, in Afghanistan, Bahrein, Cina, Iran, Iraq, Corea del Nord e Arabia Saudita.

Decapitazione, impiccagione, iniezione letale e fucilazione sono stati i metodi utilizzati nel 2014 e sono stati applicati anche per reati non di sangue, come quelli legati a droga o rapine o ad atti di “adulterio”, “blasfemia” e “stregoneria”.

In Paesi come Corea del Nord, Iran e Arabia Saudita – fa notare Amnesty – i governi hanno continuato a usare la pena di morte come strumento di repressione del dissenso politico.

L’uso della pena di morte per questioni di sicurezza

“Un numero allarmante di Paesi che hanno usato la pena di morte nel 2014 lo
hanno fatto in risposta a minacce reali, o percepite come tali, alla sicurezza dello
Stato e alla sicurezza pubblica, poste dal terrorismo, dalla criminalità o dall’instabilità interna”, si legge nel rapporto.

Amnesty fa l’esempio del Pakistan, che ha revocato la moratoria dopo l’attacco dei taleban contro una scuola di Peshawar, e della Cina che ha utilizzato la pena di morte come “strumento punitivo” nella campagna “Colpisci duro” nella regione autonoma uighura dello Xinjiang.

“I governi che usano la pena di morte per contrastare la criminalità deludono se stessi. Non esiste alcuna prova che la minaccia dell’esecuzione sia un deterrente migliore di altre pene”, ha affermato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Aumento delle condanne dovuto a Egitto e Nigeria

In questi due Paesi si è registrato un aumento delle sentenze di condanna a morte nel 2014 in un contesto di conflitto interno e di instabilità politica. Molte tra l’altro le sentenze di condanna a morte di massa.

In Nigeria sono state 659 (contro le 141 del 2013). In Egitto sono state compiute 15 esecuzioni e sono state pronunciate 509 condanne a morte lo scorso anno, 400 in più rispetto a quello precedente, tra cui alcune inflitte dopo processi “palesemente iniqui”.