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Mondiali e prostituzione minorile. Business all'ombra del pallone

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Mondiali e prostituzione minorile. Business all'ombra del pallone

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Lontano dagli stadi che in Brasile ospitano la Coppa del Mondo, Thiago e i suoi compagni hanno trovato qui un barlume di speranza. Il calcio è una delle alternative alla strada che l’associazione Barraca da Amizade propone ai giovani dei quartieri disagiati di Fortaleza, capoluogo della regione di Ceara, nel nord-est del Paese.

“Il calcio è molto importante per me – ci dice Thiago -. E’ tutta la mia vita”.

Il calcio è infatti quanto ha permesso a Thiago di uscire dalla spirale in cui qui spesso scivolano molti suoi coetanei, a cui mancano sbocchi e opportunità.

“Passano il tempo in strada, perché non hanno nulla da fare – dice sua madre -. Ed è così che poi finiscono nella droga. Il risultato è poi che molti di loro vanno a rubare”.

L’impegno delle associazioni è ben lontano dall’esser risolutivo. Appena una goccia, nel mare dei problemi di comunità come questa.

“Le politiche sono fragili e i mezzi lasciano a desiderare – dice Ivannia Andrade, una delle operatrici della Barraca da Amizade -. Basta entrare in contatto con queste comunità per comprendere quanto sia complessa la situazione. La realtà qui è molto diversa da quella sulla costa, che pure nasconde un diffuso sfruttamento sessuale. Molti adolescenti e molti bambini scappano da qui per andare a prostituirsi laggiù, dove c‘è più movimento”.

Basta che sulle spiagge che costeggiano il centro della città scende la notte per capire cos‘è che vale a Fortaleza una triste reputazione: quella di capitale brasiliana del turismo sessuale e di cruciale piazza dello sfruttamento dei minori.

La folla che si assiepa nei locali notturni, alimentando il fenomeno, è inoltre destinata a moltiplicarsi con i flussi turistici portati dalla Coppa del Mondo.

Per l’occasione, le autorità prevedono che in Brasile arriveranno oltre 3,5 milioni di visitatori. E questo rischia di complicare ulteriormente il quadro.

Antonia Lima coordina un centro ministeriale di sostegno alla gioventù.

“Lo sfruttamento sessuale è un crimine spesso complesso – ci dice -. Coinvolge una filiera estremamente ramificata, che conta soggetti nel settore del turismo, delle strutture ricettive, delle compagnie di taxi… Non sfuggono neanche gli stessi rappresentanti dello Stato: poliziotti, responsabili dei servizi pubblici funzionari”.

Per allontanare il fenomeno dagli sguardi del mondo e preservare la vetrina del calcio, alle prostitute è stato vietato di avvicinare il nuovo stadio. E’ tuttavia proprio qui che incontriamo Daiana. Ha 17 anni e dice che di minori come lei, qui, ce ne sono molti.

“Ci sono molti poliziotti che vengono spesso a molestarci – racconta -. Vogliono prenderci i soldi, abusare di noi. Perché ci lascino in pace e ci permettano di restare qui, siamo costrette ad andare con loro”.

Numerosi motel spesso chiudono un occhio e aprono le porte anche a clienti accompagnati da minori. La rete della prostituzione e dello sfruttamento minorile ha però già elaborato nuove e più sofisticate formule.

“Gli stranieri che vengono per il turismo sessuale, ormai, non vanno neanche più negli hotel – spiega Brigitte Louchez, responsabile della Barraca da Amistade – . Quanto fanno è piuttosto acquistare un ‘pacchetto completo’, che comprende una casa sulla spiaggia e delle accompagnatrici di loro scelta. Arrivano quindi su una spiaggia, trovano una confortevole soluzione per l’alloggio e delle prostitute che li attendono. Situazioni che sono molto difficili da smascherare”.

Dall’Associazione delle prostitute di Ceara dicono poi che a complicare ulteriormente la lotta al traffico di minori è anche un altro fenomeno.

“Il problema non sono soltanto gli stranieri che vengono a cercare i bambini – dice la coordinatrice, Alice Oliveira -. No, non c‘è solo questo. Il problema è anche la connivenza di molte famiglie povere, che non hanno altro se non dei bellissimi bambini e delle bellissime bambine. Capita quindi che siano
direttamente coinvolte nel giro della prostituzione. Sono le stesse famiglie che vengono pagate, che ricevono una serie di vantaggi. E così finiscono per tacere”.

Una campagna di sensibilizzazione, in parte finanziata anche dall’Unione Europea, è stata lanciata in occasione della Coppa del Mondo. Fra i promotori, gli stessi servizi
brasiliani che sponsorizzano anche un programma di reinserimento per giovani che hanno abbandonato la prostituzione.

A gestirlo è l’associazione Vira Vida, che lamenta però una battaglia contro i mulini a vento di un sistema, che spesso vanifica gli sforzi compiuti sul campo.

“Alcuni casi riescono ad emergere, ad essere denunciati – dice Ana Isabel Cabral, coordinatrice locale del programma -. Alla fine, però, si perdono per strada o vengono archiviati, con il risultato che i responsabili non vengono puniti. Purtroppo la nostra è una società maschilista e da molti lo sfruttamento sessuale non è neanche considerato un crimine”.

Stime formulate dalla polizia brasiliana, quantificavano nel 2011 in circa 250.000 i minori esposti al fenomeno della prostituzione.

Nei dintorni del nuovo stadio incontriamo una ragazza che chiameremo Elaine. Dice di avere 18 anni, ma sembra molto più giovane.

“E’ già da tre anni che mi prostituisco – ci racconta -. Ero finita nel giro della droga e visto che non avevo i soldi per pagarmi le dosi, ho cominciato a battere. Ovviamente, sì, ho già avuto diverse esperienze con gli stranieri, ma adesso basta, basta così…”, conclude ponendo fine all’intervista.

A Fortaleza le tensioni sociali sono già forti e la Coppa del Mondo rischia, secondo la coordinatrice della Barraca da Amizade. di farle esplodere.

“Sarà una catastrofe, qui – ci dice Brigitte Louchez -. Lo stadio si trova in una zona calda, dove è in corso una guerra per il controllo dello spaccio di droga. Visti poi gli stretti legami fra traffico di droga e prostituzione, la situazione è esplosiva. Come se non bastasse, la maggior parte dei giovani e delle giovani che si prostituiscono nei pressi dello stadio vedono nei clienti europei una speranza di salvezza. Si dicono che così magari incontreranno un occidentale che le sposerà o le porterà via con sé. Coltivano insomma il ‘sogno americano’ di lasciarsi alle spalle la vita che fanno…”.

Un auspicio di cui si fa portavoce anche Daiana. A questa Coppa del Mondo lei affida la speranza di un incontro che le cambi la vita.

“Vorrei che questa Coppa del Mondo segnasse una svolta per tutte noi – ci dice -. Mi piacerebbe incontrare qualcuno che mi aiutasse, che fosse lì soltanto per me. Quanto mi auguro è avere finalmente di che sfamare mia figlia senza dover tornare qui sul marciapiede”.

Un marciapiede che è il mondo di Daiana già da quattro anni. Accetta di riceverci a casa sua, in una favela non lontano dallo stadio.

E’ un’occasione speciale, perché sua sorella ha partorito due giorni prima ed è appena tornata dalla maternità con il suo piccolo.
A 16 anni è già al terzo figlio. A mantenerli è Daiana che, di pochi mesi più grande, provvede anche ai bisogni di altri tre suoi fratelli e della sua bambina di un anno. In totale sono otto e abitano tutti insieme in una baracca fatiscente infestata dai topi.

“Non ho scelta – si sfoga Daiana alle telecamere -. Tutto quello che posso fare è restare qui, a lavorare sui marciapiedi di questo posto maledetto. Devo dar da mangiare ai miei fratelli e a mia figlia. Suo padre se n‘è andato, le resto soltanto io. E poi mia madre e mio padre, che però sono degli irresponsabili. Non mi aiutano in nulla”.

La scelta del marciapiede matura quindi quando Daiana è poco più di una bambina.

“Avevo 13 anni quando ho cominciato a prostituirmi – continua a raccontarci -. Ne ho già viste di cose… Ogni volta che salgo sull’auto di un cliente non so mai come andrà a finire. Mi chiedo sempre se montare o no, ma alla fine non ho scelta. Se non lo facessi, i miei fratelli non saprebbero come sfamarsi, non avrei di che comprar loro i pannolini… E’ però molto rischioso. Ci sono dei clienti come quelli che si vedono alla televisione: pronti ad aggredirti, ad ucciderti. Una volta che sei salita in macchina, se succede qualcosa hai finito, non c‘è via di scampo”.

Rischi che, in assenza di alternative, Daiana dice però di dover correre per provvedere ai bisogni della sua famiglia. Senza però rinunciare al sogno di cambiare vita e offrire a sua figlia un avvenire migliore.

“Non so cosa Dio mi riserverà per il futuro – conclude Daiana -. Pur di dire basta alla vita che ho condotto finora, sarei pronta a tutto. Accetterei davvero ogni proposta. Purché mi permetta di sfamare mia figlia e i miei fratelli sono pronta a tutto”.