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La parabola di Sharon, da Sabra e Shatila al ritiro dalla Striscia di Gaza

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La parabola di Sharon, da Sabra e Shatila al ritiro dalla Striscia di Gaza

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Precoce la passione per la vita militare, per Ariel Sharon, nato Scheinerman nel 1928 da ebrei lituani emigrati in Palestina sei anni prima. A 14 anni si unisce a Gadna, un battaglione giovanile paramilitare, prima di arruolarsi nell’Haganah, precursore delle forze di difesa israeliane.

L’impegno politico arriva negli anni Settanta, prima come deputato del Likud, poi nel governo al ministero dell’Agricoltura. Nell’81, riesce a sposare le sue due passioni, venendo nominato ministro della Difesa.

L’eroe – come lo considerano molti israeliani – della guerra del Kippur torna a combattere. È lui lo stratega dell’invasione israeliana del Libano nel giugno dell’82. Con l’operazione “Pace in Galilea”, Sharon promette una guerra lampo di quarantott’ore per farla finita col problema palestinese e il nemico di sempre, Yasser Arafat. Le cose vanno diversamente. Il bilancio delle vittime si appesantisce, e poi arriva il caso Sabra e Shatila.

Il 16 settembre, miliziani cristiano-libanesi, alleati dell’esercito israeliano, fanno irruzione nei campi profughi palestinesi alla periferia di Beirut e uccidono uomini, donne e bambini. Centinaia, forse migliaia. Una commissione d’inchiesta israeliana stabilirà la responsabilità di Sharon per non aver impedito il massacro, costringendolo a dimettersi.

Ma non dura molto. Nel giro di poco tempo torna a coprire incarichi di governo. Nel ’96, sotto Netanyahu, è nominato ministro delle Infrastrutture, un dicastero creato apposta per lui. Due anni dopo passa agli Esteri, in rappresentanza dell’ala destra della maggioranza di governo.

Quando è la sinistra a conquistare il potere, nel 1999, Sharon ne approfitta per diventare il leader del Likud. È in questa veste che nel settembre del 2000 compie la famosa passeggiata sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme. Una provocazione che infiamma il clima e scatena la reazione dei palestinesi. È l’inizio della seconda Intifada.

Diventato primo ministro nel 2001, Sharon difende a oltranza gli interessi dei coloni, di cui si fa paladino per tutta la sua carriera politica. Nel 2002, il suo governo approva la costruzione del controverso muro di separazione in Cisgiordania.

Un’azione politica intransigente, talora sorda alle pressioni internazionali, quella di Sharon. Ma non priva della capacità di scendere a patti. Nel 2003 firma la “road map” per una soluzione definitiva del conflitto. Ma il dialogo con i palestinesi ricomincerà solo dopo la morte di Arafat.

Scomparso il suo nemico storico, Sharon cambia di nuovo pelle. Sfidando mezzo governo, il Likud e parte del paese, nell’estate del 2005 dà il via libera al ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza con conseguente smantellamento degli insediamenti. È così che il paladino delle colonie mette fine a 38 anni di occupazione.

Al congresso del Likud viene comunque confermato segretario. Ma, con un colpo di scena, decide di lasciare il partito che ha contribuito a fondare più di trent’anni prima.

A fine novembre, con i fedelissimi che l’hanno seguito fuori dal Likud, fonda un nuovo partito centrista, Kadima, e apre la porta a dirigenti storici del laburismo, come il premio Nobel della pace Shimon Peres, uno degli artefici degli accordi di Oslo.

L’uomo ossessionato dalla sicurezza di Israele è riuscito a far scordare il suo passato da “macellaio”, come è stato soprannominato dopo Sabra e Shatila. Ed è proprio allora, il 4 gennaio 2006, che viene colpito da un’emorragia cerebrale. Per dodici settimane la poltrona del primo ministro resta vuota.

Anche in coma, Sharon provoca polemiche. C‘è chi gli rimprovera di pesare troppo sulle casse dello Stato, con la lunga permanenza in ospedale voluta dai figli. Ma ora, l’ex generale ha perso anche la sua ultima battaglia.