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Cuba e l'economia di mercato: aperture al rallentatore

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Cuba e l'economia di mercato: aperture al rallentatore

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“Siamo a Vinales – ci dice Yarobis – su un percorso che si chiama la ‘grotta della testa di vacca’, uno dei luoghi più celebri dove arrampicare a Cuba. Ufficialmente non dovremmo però essere qui. Se arrivasse un controllo potrebbero cacciarci”.

Tra gli arrampicatori più noti di Cuba, Yarobis è anche ricercatissimo come guida dagli appassionati che vengono qui da ogni angolo del pianeta. Un’attività decisamente più redditizia di quella di veterinario che esercitava in passato, ma a cui deve dedicarsi in clandestinità. L’arrampicata non è infatti ben vista dal governo, soprattutto in zone protette e di fatto sorvegliate dall’esercito.

“Tutto deve essere istituzionalizzato, inquadrato nei programmi governativi – racconta ancora Yarobis -. Io opero al di fuori di queste regole. Come tanti altri, sono nell’illegalità”.

Sogno di Yarobis è aprire una scuola di arrampicata: un’attività che non rientra però tra le professioni, di cui le riforme governative autorizzano il libero esercizio.

Ricercatissima anche dagli stranieri, la regione di Vinales ha visto in compenso fiorire strutture ricettive e attività legate al turismo.

Osnel lavora questo terreno. Una parte del raccolto va allo Stato. Il resto alimenta le cucine del ristorante che ha di recente aperto insieme alla moglie. Orgoglio di entrambi è il melange di sapori che colora i menù.

“Diciamo che alla base è una cucina cubana – ci spiega -, condita con un tocco di dieta europea. Facciamo il possibile con gli ingredienti a disposizione. I famosi quattro formaggi sono per esempio introvabili e quindi diventano tre. Ci arrangiamo con quello che troviamo. Io non sono particolarmente esigente. Aprire questo ristorante per noi era un sogno e a poco a poco si sta consolidando. D’altronde siamo abituati. Abbiamo passato tutta la vita ad attendere. E ora, pian piano, stiamo ingranando”.

Circa 400.000 le persone che a Cuba hanno messo in piedi un’attività. Qui li chiamano i “cuentapropristas”: un piccolo esercito, per un quarto concentrato nella sola Havana.

Negozietti e botteghe spuntano come funghi, alla stregua di mercatini dove si vende di tutto. Un’attività per cui sempre più cubani hanno abbandonato i loro impieghi statali.

“Da statale – ci dice uno dei tanti commercianti – , in un mese prendevo quanto qui guadagno in un giorno”.

Di notte Majelin lavora come infermiera in un ospedale. Salari che in media non superano la quindicina di euro al mese, l’hanno però indotta ad acquistare una licenza e ad arrotondare come possibile.

“Ho molti amici nella sanità pubblica, che sono costretti a fare come me – racconta -. Non hai alternative se vuoi vivere un po’ meglio. E’ difficile campare del proprio stipendio a Cuba. Con un solo salario è impossibile”.

Ben lontane dall’aver sradicato la povertà, le riforme messe in atto da Raul Castro non hanno inoltre compensato la soppressione di centinaia di migliaia di posti nel settore pubblico. A pesare è inoltre il sistema della doppia valuta, introdotto per facilitare transazioni e turismo.

I salari sono in pesos cubani, ma molti prodotti di base vengono venduti in pesos convertibili. L’equivalenza con il dollaro americano fa in questo caso esplodere i prezzi, moltiplicandoli per venticinque.

“Si trova di tutto nei negozi – riassume un passante -. Il problema è piuttosto avere i soldi per comprare questo bendidio!”.

I libretti di razionamento a cui hanno diritto i cubani permettono l’acquisto di una gamma molto ristretta di prodotti.

Figura celebre in questo quartiere popolare della Havana, Maria Lopez è una militante per i diritti umani.

La sua battaglia è in favore della piccola imprenditoria. Perché il ricorso all’iniziative privata, dice, oggi è per molti una vera e propria necessità.

“E’ tutto complicatissimo – dice -. E perché? Perché le tasse sono altissime e non ci resta niente per comprare ciò di cui abbiamo bisogno. Di acquisti possiamo farne solo di tanto in tanto, e in luoghi ‘strategici’ come la ‘cuevita’”.

“La Cuevita – ci spiega portandoci sul posto – è di fatto il mercato nero, un posto dove comprare a prezzi più bassi. E’ però molto pericoloso venire qui, perché guardia nazionale e polizia sorvegliano tutto, anche se fai delle riprese con la telecamera…”.

Essendo domenica, il mercato è affollatissimo e la sorveglianza meno stretta. Dobbiamo però restare discreti e filmare di nascosto.

“Se questo mercato non esistesse moriremmo di fame – dice ancora Maria -. Non sapremmo dove comprare da mangiare, perché altrove i prezzi sono inaccessibili. Se comprassimo nei negozi, non avremmo poi alcun margine di guadagno, rivendendo i prodotti in strada. Nessuno comprerebbe”.

La licenza di Maria le permette di vendere soltanto alcuni prodotti e soltanto in determinato luogo. Come molti altri, anche lei è quindi costretta a sfidare la legge, dandosi anche al mercato nero. La fine del mese resta tuttavia un traguardo difficile da raggiungere.

“Questo deve bastarmi per un mese – dice mostrandoci mezzo pollo, che estrae dal frigorigero – . E se compro questo, devo rinunciare al pesce, perché se prendi del pollo, non hai diritto al pesce. Questo pesce al mercato nero l’ho pagato tre pesos cubani, ma alla fine non mi resta comunque abbastanza per pagare al governo la mia licenza mensile”.

“Cuba va rifatta da capo – riassume Maria -. Perché ormai è troppo, paghiamo un prezzo troppo alto. Siamo all’esasperazione, ma il fatto è che non cambierà nulla finché ci esisteranno i Castro”.

“E’ così che vivono i cubani – dice poi illustrando la vita che scorre sotto al suo balcone -. Guardate: con gli scarichi delle fogne e la spazzatura in mezzo alla strada, i giovani che ciondolano perché sono senza lavoro… Non hanno niente da fare, cercano semplicemente di raggranellare qualche soldo. Qualcuno per comprare una bottiglia di rhum, altri per portare da mangiare alla famiglia…E poi la polizia… Guardate: quella non manca mai. E’ questa Cuba”.

Oscar Espinosa Chepe è un economista dissidente. Facendo eco alla strada, anche lui bolla come insufficienti le riforme del governo. Il problema è secondo lui soprattutto la crisi in cui è scivolata Cuba dal crollo dell’Unione Sovietica.

“Le misure di fondo di cui aveva bisogno il Paese non sono state adottate – dice -. In base ai dati ufficiali, l’industria cubana produce oggi meno della metà di quanto produceva nel 1989. Cuba importa l’80% dei generi alimentari. A salvarsi, dice un proverbio, sarà soltanto chi ha dei familiari all’estero che lo aiutano”.

Le rimesse dei cubani residenti negli Stati Uniti si aggirano sui due miliardi di dollari all’anno. Una cifra che le catapulta fra le principali risorse di liquidità dell’isola.

L’agricoltura assorbe oltre la metà degli impieghi offerti dal settore privato. I risultati sono tuttavia lontani dal ridurre la forte dipendenza alimentare di Cuba dalle importazioni. Ex professore universitario, Andres coltiva oggi questo terreno governativo non lontano dalla Havana. Il venti per cento del raccolto va allo Stato.

“Guardate – dice con orgoglio -, siamo appena in tre ad occuparci di questo appezzamento. Prima lo Stato pagava 15 persone per farlo. E l’attività era in rosso di 50.000 pesos. Noi invece abbiamo sanato i conti. E grazie a questo contratto abbiamo anche scoperto il senso della proprietà. Sapete che vuol dire? Significa sentire che questa terra è tua”.

In tre anni un milione e mezzo d’ettari di colture è stato dato in gestione ai privati. La produttività è da allora migliorata, ma stenta a decollare, costringendo ancora molti a ricorrere al mercato nero.

Seppure con restrizioni ancora molto importanti, autorizzando le attività private il governo cubano ha aperto una breccia nell’economia pianificata.

Per molti si tratta però ancora appena di uno spiraglio. Yosuani ha improvvisato nel cortile della sua abitazione un negozio di parrucchiere.

“Il mio sogno – dice -, a dir la verità sarebbe di poter lavorare con degli strumenti appropriati, dei prodotti all’altezza, in un vero negozio. E poi di poter viaggiare normalmente. Ma guardate! Ho appena di che sopravvivere e comprare un paio di scarpe da mettere per venire al lavoro. Per il momento direi quindi che il mio sogno è infranto. Ed è per questo che tutti i cubani vogliono emigrare, andarsene, magari anche solo ad Haiti. Le cose stanno già cambiando, possiamo andare negli alberghi, viaggiare. Sono però i soldi che mancano. Non ci mancano che quelli e… la libertà d’espressione”.